Odiens – Long Island Baby (Costello’s Records, 2017)

Postato il Aggiornato il

Articolo di Luca Franceschini.

Se avrò modo di parlare con gli Odiens glielo chiederò senz’altro: da dove hanno preso il nome? Dall’omonima trasmissione televisiva andata in onda per una sola stagione a fine anni ’80 (no, non la guardavo quella roba ma Sabrina Salerno è difficile non averla in mente) o, in maniera un po’ più colta, dal participio presente latino, “Colui che odia”?
Qualunque sia la risposta, la band di Roma è arrivata, se non vado errato, al quarto lavoro della sua ancora breve carriera. Quarto se si contano anche i due ep d’esordio, perché di album veri e propri, in precedenza, ne era arrivato solamente uno.
Ad ogni modo, “Long Island Baby” rappresenta il tentativo più compiuto di dare forma alla loro proposta musicale; un disco che, nelle intenzioni, potrebbe essere il biglietto da visita di una band che si vuole lanciata verso una più matura consapevolezza di sé.
Al di là della copertina orribile (perdonate la franchezza ma la trovo un pugno nell’occhio, molto meglio l’interno del cd, con le nove canzoni illustrate da altrettante immagini in Kodachrome) il contenuto non è affatto male. Siamo di fronte a quel tentativo di riprendere la tradizione cantautorale degli anni ’60 e di rivisitarla in chiave più “attuale”, con dosi discrete di elettronica e di chitarre distorte, e con una spruzzata di Wave che non fa mai male.

Atmosfere decadenti, cavalcate tra il Surf e lo Spaghetti Western, un Beat riaggiustato sui nostri tempi, il quartetto sembra avere i Baustelle ma soprattutto Il Triangolo (a proposito, dove sono finiti?) come numi tutelari, senza dimenticare neppure i Non Voglio Che Clara di Fabio De Min, anche se i capitolini prediligono l’arma dell’ironia e hanno in generale un feeling più rock rispetto ai trentini.
Sono derivativi, certo, non hanno nulla che non abbiamo mai sentito, ovvio, eppure le canzoni le scrivono bene e ci sono almeno un paio di episodi che svettano in modo particolare: “Alka Seltzer”, una ballata languida e leggermente divertita, con un ritornello davvero azzeccato, e “Punjabi Surf”, un bel rock scanzonato e trascinante che rappresenta forse l’altra faccia di un lavoro che pare diviso a metà tra decadenza zuccherosa e spensierato divertissement.
Ma ci sono anche altri momenti interessanti, come possono essere l’opener “Ménage a trois (meno due)”, ammantata di atmosfera vintage o la successiva “Thelonius”, sentito e colorito omaggio al grande pianista, un potenziale singolo che è anche l’unico ad avere un testo non meramente autoreferenziale.

Da questo punto di vista, purtroppo, le liriche sono un punto debole, come del resto accade nella maggior parte dei prodotti italiani di questi ultimi anni. Storie d’amore un po’ esistenzialiste, un po’ ripiegate su se stesse, malesseri giovanili a mo di status Facebook che sono senza dubbio figli di un’urgenza comunicativa ma che difficilmente riusciranno ad andare oltre il pubblico a cui sono state immediatamente destinate.
Altro problema, dal mio punto di vista, è la produzione non proprio limpidissima, con la distorsione spesso ad invadere eccessivamente e alcuni brani che, al di là di una lunghezza a volte eccessiva, sembrano non avere le idee chiare sulla direzione da prendere a livello sonoro (ma questo è più un problema di scelte di arrangiamenti che altro).
Si tratta lo stesso di un buon lavoro, al di là di tutto. A parte le canzoni, la voce di Flavio De Cinti è senza dubbio l’elemento più interessante del gruppo: un timbro fin troppo simile a quello di Bianconi ma un controllo e un’espressività di gran lunga superiore.
Margini di crescita ce ne sono ancora parecchi ma direi che se vi piace il genere potete tranquillamente farli vostri. In attesa di vederli dal vivo dalle nostre parti.

Tracklist:
01. Ménage À Trois (Meno Due)
02. Thelonious
03. L’Estremista
04. Alka Seltzer
05. Long Island Baby
06. Il Ragazzo Che Soffriva Ad Oltranza
07. Notturno
08. Punjabi Surf
09. Atto Finale

 

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