“Polverone”, una chimera pazzesca, ma ragionata – Intervista a Dariella Amari

Postato il Aggiornato il

Articolo di Iolanda Raffaele

Non alziamo polemiche, ma se succede diventa quasi un Polverone e per l’ospite intervistato questa parola è abbastanza azzeccata: Dariella Amari, voce e chitarra della band udinese Amari, tormentati e autentici.


Dariella, parlaci un po’ della tua band Amari …
La mia, la nostra band viene definita da sempre o meglio il genere che facciamo e che ci siamo auto-attaccati addosso è pop sbagliato.
Effettivamente sono quasi vent’anni che facciamo questa musica con varie sfumature, nel senso che qualche disco è più pop, qualche disco è meno pop, qualche disco è più matto di altri, però tendenzialmente ci piace tormentare le regole della musica pop da epoca ad epoca e, siccome le epoche musicali sono molto veloci, diciamo che ne abbiamo attraversate un po’.

Qual è la vostra composizione?
Di base siamo sempre stati un nucleo di tre, poi negli anni sono cambiate le formazioni live o anche proprio della band, nel senso che alcuni sono entrati, alcuni sono usciti: è come una grande famiglia che si allarga o si restringe, adesso saremo in quattro, anche se il nucleo è sempre quello, tre teste calde!

Qual è la tua e la vostra concezione come gruppo, della musica attuale? Secondo te è morto davvero il vero indie, il vero rock o è solo un pessimismo che ogni epoca si porta addosso, mentre la musica può dare ancora tanto?
Il rock sì. Non come attitudine, ma come genere, a livello estetico, mi sembra che il rock abbia detto tutto, poi non so, ci sarà sempre qualche appassionato di chitarre, di chitarre suonate e di quel suono.
Il rock rimane immortale e quello non si tocca, però, l’approccio al genere per le nuove generazioni mi sembra abbia ceduto un po’. Non a caso, vedevo tempo fa che la Gibson, celebre marca di chitarre era un po’ in fallimento e questo è sintomatico della situazione del rock.
L’indie rock, invece, ora come ora, inteso come fare musica in piena autonomia, vive un momento magico, tanti esponenti del nuovo rap, al di là del giudizio estetico, sono indipendenti nell’approccio però versatili a livello ideologico, quindi, possono solo andare avanti, parlo di Ghali che non ha una major dietro, ma è grande come una major. È possibile fare della musica ed auto sostenersi, però, non succede a tutti, si seguono delle coordinate, tutto spesso è influenzato e procede in base alle circostanze.

E’ vero si è liberi però…
Io tutto sommato sono ottimista in questo senso, perché siamo anche troppo liberi, c’è molto più da sgomitare, molta più concorrenza.
Se devo dare un giudizio sulla musica attuale, credo che rispetto agli altri periodi storici ci sia poca voglia di sbagliare, ossia di scegliere progetti che non rispecchino il canone attuale, provare a cercare vie e sbagliare nel tentativo di cercarle. Vedo che è tutto un po’ preconfezionato, la musica pop si è molto appiattita in questi anni, però, in compenso un sacco di altre musiche continuano a dimenarsi producendo cose che sono molto interessanti.

Tante volte spaziare e sperimentare è un po’ rischioso, quindi alcuni lo fanno, altri tendono più ad omologarsi…
Appunto, è una cosa legata molto alle epoche, magari sul finire degli anni ’70 c’era tanta voglia di sbagliare. Anche all’inizio degli anni ’90 o degli anni ’00, son proprio le chiusure di decennio che diventano un po’ asfittiche, forse è un caso, non so…

Sicuramente non è un vostro problema perché voi negli anni vi siete dimostrati molto variegati…
Sì, è stata sempre più o meno la nostra caratteristica e anche il limite, perché nel momento in cui, almeno parlo della nostra storia, gli addetti ai lavori o anche i fan si aspettavano un determinato disco, trovavano qualcosa di completamente diverso. Noi non siamo fatti per accontentare le grandi masse o le persone in generale, per noi la cosa importante è il percorso musicale, il progetto.
Mi rendo conto che questo a volte determina anche che certi fan ti mollino perché tu cambi direzione, ma questo procedere tormentato è un po’ la caratteristica degli Amari, altrimenti avremmo già smesso, ci saremmo già sciolti e bona…

Poi è normale che parallelamente alla vostra crescita fisica e mentale, anche la vostra musica subisca delle variazioni…
E’ una cosa legata al temperamento, alla formazione dei musicisti, perché nella storia della musica pop e non solo ci sono artisti che hanno fatto quello tutto la vita, la stessa serie di accorgimenti, senza cambiare o con evoluzioni meno tangibili nel medio termine. Non è che siano stati più o meno coraggiosi, che sia giusto o sbagliato, è proprio una diversa concezione dell’arte, chiamiamola così.

Dal 2000 un continuum di album e di produzioni che vi hanno permesso di crescere, migliorarvi,  farvi conoscere: “Corporali”, “Apotheke”, “Gamera”. Nel 2005 “Grand Master Mogol” ha avuto per voi una valenza importante, sia per i testi che per l’immaginario, che tappa è stata?
Gran Master Mogol è stato riuscire a dare un segno concreto a tutto quel percorso molto più tormentato di ciò che dicevo prima, che sono i primi anni di questa band, ovvero il tentativo di allontanarci dal rap italiano e dall’hip hop da cui partivamo per abbracciare tutta la musica.
È come se per i primi cinque anni avessimo fatto vari tentativi per cercare di raggruppare più generi possibili, più ingredienti per poi riassumerli in una cosa concreta che era in qualche maniera un primo traguardo di carriera: fare un disco che rappresentasse a pieno quello che volevamo dire.
Secondo me Gran Master Mogol, anche per il momento in cui è uscito e per come è stato accolto, ha rappresentato quel tipo di disco.

Quasi un Manifesto in quel periodo …
A cominciare dal titolo abbastanza sistematico, poi la contrazione di mondi lontani, ossia l’hip hop school e Mogol. È stato volontariamente un manifesto, diciamo che è diventato anche la prima vera consapevolezza di fare una musica un po’ strana, un po’ sghemba, ma che stesse all’interno del contenitore di quella pop per il linguaggio.

Da “Scimmie d’amore” del 2007 a “Poweri” del 2009, per arrivare a “Kilometri”. Tanti concerti e tanti chilometri per raggiungere i vostri fan, che rapporto avete con loro?
I nostri fan sono delle persone un po’ matte come noi, quando uno è invasato di questa band di solito c’è qualcosa che non va o che va meglio. A volte ho la sensazione di creare dei background, dei parchi giochi per delle persone che non sono come me, ma che diventano in qualche maniera il ricevente, non so come spiegare.
La cosa che ci ha contraddistinto è che con i nostri fan siam sempre stati “zero menate”.
Rispetto ad altri artisti poco avvicinabili, noi soprattutto nei tour tra Scimmie d’amore, Gran Master Mogol e Poweri creavamo delle vere e proprie gags, che riuscivano tantissimo quando le date andavano veramente male, tiravamo alla fune con il pubblico o scendevamo dal palco.
Il rapporto è stato sempre molto affettuoso; sul palco la nostra missione era quella di uscire dallo schema canonico  degli anni ’00, influenzato molto dalla musica indie americana, molto introspettiva, non ci piaceva guardarci i piedi, ma guardare il pubblico e coinvolgerlo nello show.
Questa è una cosa che mi riconosco di quegli anni, una caratteristica della band: volevamo abbattere quel tipo di barriera che c’è tra il palco e la gente.

Per avere più interazione, chi decide di fare questa professione non può creare un muro…
Te la sei cercata, hai voluto la bicicletta e falla pedalare, ci sono artisti che hanno un rapporto un po’ troppo strano con il loro pubblico, quasi morboso. Ora il pubblico è cresciuto molto anche negli indie, invece una volta i social erano più ridotti, pochi cantavano in italiano e molti erano più anglofili.

A distanza quattro anni dall’ultimo album, il 20 ottobre 2017 è uscito “Polverone” che identifica un’altra fase della vostra band. Che disco è venuto fuori e come l’avete concepito?
È un album sicuramente di sfogo molto misurato.
Per misurato intendo che una volta facevamo album di sfogo pieno vedi Gamera oPoweri, ogni 2 anni c’è stato un disco di sfogo. Questa volta invece è stato diverso, volevamo ritornare perché avevamo delle cose da dire.
Come era successo per Gran Master Mogol, avevamo accumulato un po’ di ascolti, un po’ di ispirazioni, di  esperienza, per cui avevamo bisogno di fare qualcosa che fosse un segno tangibile di questa esperienza, di questi ultimi 5 anni da Kilometri.
Dopo kilometri ci siamo un po’ lasciati assorbire ognuno dalle rispettive vite, poi,valutando ed essendo  motivati anche dal fatto che ci fosse un po’ di fermento musicale in Italia negli ultimi anni, abbiamo deciso di realizzare un disco.
In realtà siamo partiti da un pezzo che è rimasto lì due anni, abbiamo ripreso e nel 2016, da gennaio a dicembre, ci siamo trovati a fare varie prove, c’era tanto materiale e abbiamo capito che era il momento di incidere un album.
Abbiamo iniziato a scrivere e scrivere senza modificare troppo le idee musicali che erano uscite, nel senso che il lavoro sui testi è stato appoggiato sulla musica; è stata quella che ha guidato tutto perché avevamo bisogno di libertà, di trovare nuove vie per esprimerci.
Polverone è un disco che ha dentro un sacco di teste, di arti, è una chimera pazzesca, ma ragionata, perché, anche se quando fai delle cose lasci il freno a mano tirato, devi comunque usare l’esperienza per raggiungere quanto meno l’intelligibilità e speriamo di esserci riusciti.
Se manca l’intelligibilità puoi fare il matto quanto vuoi, ma non arrivi al pubblico. Ci auguriamo che con Polverone questa cosa abbia funzionato.
La nostra missione non era fare il disco “sing along” fatto di canzonette, con tutto il rispetto, perché ne abbiamo scritte tante e ce ne sono anche in Polverone, però, diciamo che c’è stato l’intento di creare qualcosa di diverso, libero da determinati schemi della musica pop o mainstream.

Prima di partire, “Dinosauro” e “Gatti di polvere” hanno anticipato l’album. La loro uscita è stata casuale o rispecchiano un progetto e dovevano essere collocate così a livello temporale?
Sapevamo che rientrare in gioco dopo 4 anni non sarebbe stato facilissimo, son tempi veloci e le persone fanno fatica a ricordarsi di te se non sei lì che pulsi come un lampadina, per cui abbiamo scelto dei singoli che ci facessero riemergere pian piano nel tran tran della pubblicazione del disco e di tutto ciò che ne consegue.
Siamo partiti da Dinosauro perché ha un sound di rottura rispetto al nostro percorso, in qualche maniera è un pezzo che non ha un ritornello vero e proprio, o meglio ne ha uno ma vai a capire qual è!
È un brano molto narrativo, nel senso che la musica è ricca di immagini e i pezzi si appoggiano sopra, seguendo l’idea di lasciarsi guidare e comandare dalla musica.
Oltre a ciò non volevamo pubblicare il solito singolo all’Amari, perché non esiste, oppure sì esiste, forse Gatti di polvere è più un nostro classico, tra virgolette, ma volevamo partire con la rottura.

Anche per tirare il filo al pubblico con cui ricucire i rapporti, perché i tempi sono brevi, si rischia per tutti di perdere il contatto con i fan e la scena…
Non è facile, sono tempi molto edonistici, questa over produzione di edonismo è dovuta ai media che si usano per promuovere la musica.
Instagram da un lato fa molto, ma dall’altro stiamo quasi tornando all’85 massificato, siamo tutti qua a cotonarci i capelli in qualche maniera.
Ora come ora l’immagine conta in sproporzione rispetto al resto, ma è anche vero che è un periodo in cui se la musica ha un valore intrinseco i progetti che non passano inosservati fanno il botto, mi sembra sia più meritocratica la scena contemporanea, magari sbaglio.

Per voi è stato un bel percorso in quanto siete da tanto tempo sulla scena, perciò, il vostro modo di fare musica vi ha premiato perché avete dimostrato continuità. Tanti artisti magari fanno il pezzone e poi scompaiono, quindi avete dato idea di stabilità al gruppo.
Guarda, in questo mestiere sopravvivi a te stesso in misura delle tue aspettative, più sono alte e più è traumatico il riscontro con la realtà, quando invece capisci che fai le cose non perché devi diventare chi sa chi, ma perché hai qualcosa da dire al di là di chi ti segue,cambia la prospettiva.
Non è sempre possibile fare musica per tutti, alcuni artisti lo fanno e ci riescono anche spontaneamente, ne hanno l’attitudine: è come a scuola, in cui c’è chi fa l’egocentrico per attirare l’attenzione e chi senza fare niente la attira lo stesso, in un altro modo. Si capisce quando si ha voglia o meno di andare incontro a certe dinamiche della comunicazione e dello spettacolo. Tanti fattori entrano in ballo non è facile.

Polverone è già in giro per varie date, ricordacene qualcuna…
Il tour è iniziato il 24 novembre a Milano con grande emozione perché è la mia città; il 25 è stata la volta di Firenze; il 7 e 8 dicembre siamo stati a Torino e Udine, con profonda gioia per la metà della band che è del Friuli; poi a scendere il 16 e 17 dicembre siamo passati in Puglia a Lecce e Bari. A gennaio sarà la volta di Roma Napoli, via via Bologna e tanti altri posti in previsione e in attesa di programmazione.

Progetti futuri oltre il tour?
Stiamo già scrivendo materiale nuovo anche perché una volta che trovi un modo di comporre canzoni continui. Questo disco ha sbloccato dei meccanismi che tenderemo ad estremizzare, c’è voglia di fare e se accade subito dopo un disco vuol dire che c’è ancora tanto da dire.

Qual è il tuo pensiero su radio e web radio?
Sono una palestra di vita per l’ascoltatore e per chi le fa.
Io la faccio, ho un programma a Milano su una web radio che è piccola però è molto agguerrita, quindi, mostro totale solidarietà e credo che comunque sia un mezzo determinante, se lo è ancora oggi nel 2017 ci sarà un motivo.
È bello perché ha trovato nuove forme di trasmissione: il linguaggio rimane, ma cambiano i modi per usufruirne e diffondere e questo è molto interessante.

Un saluto a Dariella con la speranza di avere gli Amari presto anche al sud…
È inutile dire che quando il tour va da Roma in giù inizia a diventare più interessante per tanti aspetti positivi, perché, al di là delle caratteristiche dei singoli posti, il mangiare o il clima non freddo di sicuro attirano. È sempre bello tornare al sud e, senza offesa per i corregionali, al sud c’è più affetto ed empatia.

Grazie a Radio Iolex per la preziosa collaborazione

 

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