Presente aperto – Una chiacchierata con Maria Pierantoni Giua

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Articolo di Gabriele Gatto

Maria Pierantoni Giua, in arte semplicemente Giua, ligure, cantautrice, pittrice e chitarrista, è un tesoro nascosto e luminoso della musica italiana. Grande presenza scenica, una cascata di capelli rossi, una voce espressiva e ricca di armonici, ottima tecnica da chitarrista classica, frutto degli studi con il maestro Armando Corsi, grande chitarrista e collaboratore, fra gli altri, di Paco De Lucia e Ivano Fossati, parla una lingua raffinata e profonda, giocosa e sensibile. Ha debuttato giovanissima e dopo alcune affermazioni in importanti concorsi per giovani autori (in particolare nel premio Musicultura di Recanati) ha dato alle stampe il suo primo disco, intitolato semplicemente Giua, nel 2007.

Prodotto da Beppe Quirici (collaboratore storico di Ivano Fossati), il disco d’esordio era forse un po’ acerbo, ma mostrava già un’autrice e cantante capace di amalgamare ritmi mediterranei e latinoamericani grazie ad una scrittura lirica ed espressiva, ricca di giochi ed immagini. Brani come Petali e mirto, Ortiche, Streghe, Una casa ubriaca rivelavano già allora un’artista fuori dagli schemi. A tratti tuttavia il disco indugiava su un pop raffinato che non rendeva del tutto giustizia alla carica evocativa di Giua.

Dopo una partecipazione a Sanremo Giovani nel 2008 (con un brano non troppo memorabile), Giua decide di sterzare e sceglie la strada dell’autoproduzione e, nel 2012, dà alle stampe il meraviglioso TrE, progetto realizzato a quattro mani con il maestro Armando Corsi. TrE è uno dei più bei dischi italiani del decennio, una collezione di canzoni dove finalmente l’artista ligure può dare sfoggio di tutte le sue doti di compositrice e di cantante. A farla da padrone sono a tratti i ritmi spezzati della musica sudamericana (Qui sul collo e sull’orecchio, Scatole cinesi), a tratti suggestioni di sogni e di mare (Gru di palude, La via dell’amore, in cui compare il grande violoncellista brasiliano Jacques Morelembaum) e qualche schizzo di ironia e leggerezza (Totem e tabù, Wonderwoman). A suggellare il tutto, un bonus cd in cui Giua e Corsi rileggono sei brani altrui, spaziando da Lauzi al folklore uruguayano, passando per la canzone napoletana e Carlos Gardel.

A quattro anni da TrE e con una maternità in mezzo, nel 2016 esce …e improvvisamente, questa volta prodotto insieme al violoncellista Stefano Cabrera. Le suggestioni di TrE ci sono tutte ma sono filtrate da un piglio più riflessivo e adulto. …e improvvisamente è il disco di una donna diventata adulta ma che non rinuncia ad osservare i colori ed i profumi del mondo e a giocarci insieme. Scivola sud e Fragole e vento sono canzoni rilassate, quasi pacificate, in cui il violoncello sembra ricalcare il suono della risacca del mare, L’albero di manghi è un meraviglioso affresco sul significato della paternità, Disamore infinito è un divertissement puntuto e orecchiabile, che non si stacca dalla testa, e A me mi piaci tu è letteralmente un’esplosione di gioia che si fa danza latina.

In questi giorni, Giua è impegnata assieme a Neri Marcorè come chitarrista e cantante nello spettacolo teatrale Quello che non ho, un viaggio fra la poetica di De André e quella di Pasolini, ed è proprio prima della replica torinese che incontriamo Giua per fare due chiacchiere con lei e farci raccontare della sua musica e delle sue canzoni.

Ascoltando i tuoi dischi, si nota subito una cura del dettaglio, un’attenzione ai suoni e alle parole completamente diversa dai cliché dell’attuale canzone italiana. Anche la scelta della chitarra classica come strumento portante della tua musica è piuttosto inusuale.

La mia musica non nasce come un’opposizione alla cultura moderna. Nasce piuttosto da un mio percorso personale e dal mio piacere, dai miei ascolti, dallo studio della chitarra. Accompagnarmi con la chitarra per me non è un vezzo ma è un vero e proprio modo di stare al centro della canzone. E la canzone è un mezzo, uno strumento per raccontare qualcosa. Il modo in cui scrivo non vuol essere contrapposizione alle tendenze ma è il mio modo di esprimermi, nient’altro. Mi rendo conto che le mie non sono canzoni che possano passare per radio. Questo mi dispiace, certo. E mi dispiace soprattutto perché è sempre più chiaro che il taglio che si vuol dare alla musica è quello del “tutto subito”. Ma, ai giorni nostri, quello del volere tutto subito non è un problema riferibile esclusivamente alla musica. È così per tutto, per l’arte in generale e perfino per la cucina. E, di conseguenza, coincidendo sempre di più il mercato con le vendite piuttosto che con la ricerca della qualità, non nego che ci sia una difficoltà nel reperire dei canali che concedano spazio alla propria ricerca artistica.

Tu sei cantautrice ma sei anche una pittrice. C’è un interscambio fra le tue due “anime” artistiche?

Entrambe le componenti artistiche si influenzano a vicenda. Per me dipingere è un altro modo di suonare e suonare è un altro modo di dipingere. Nelle mie canzoni, certamente, l’aspetto visivo è molto importante: cerco di stratificare la luce, i colori, le immagini, in modo che creino un senso di profondità nella mente dell’ascoltatore. Una canzone ha livelli di lettura stratificati fra loro. All’inizio, magari, vieni colpito da un particolare, poi piano piano, con gli ascolti, si va più in profondità. Io, poi, quando scrivo cerco di lasciare degli spazi vuoti, di modo che l’ascoltatore sia parte attiva dell’opera completandola a modo suo.

Ascoltando le tue canzoni, sia per quanto riguarda le sonorità sia per quanto riguarda le parole, il mare sembra sempre protagonista.

È vero. Il mare è un elemento che fa parte della mia vita da sempre. È un rumore, è un odore, è un qualcosa che sai che c’è, un dato acquisito, che però non sono mai riuscita a dare per scontato. Per me, il mare è una cosa viva e come cosa viva entra a far parte delle mie canzoni.

Il tuo ultimo album si apre con L’albero di manghi, che è una canzone sui padri. È piuttosto inusuale trovare una donna e madre che scriva una canzone su padri.

Secondo me non è un caso che L’albero di manghi io l’abbia scritta quando avevo scoperto di aspettare un figlio. L’attesa di un figlio mi ha permesso di rileggere il mio rapporto da figlia con i miei genitori. Quando si parla di “istinto materno”… beh, non sono molto convinta che esista! Piuttosto, l’attesa di un figlio è stato qualcosa che mi ha insegnato il valore della promessa, della promessa che un genitore fa ad un figlio. È un aspetto importantissimo. Perché un bambino si fida quando attraversa la strada per mano al papà, e non controlla se arrivano le macchine? Perché guarda e si fida del papà. Ho concluso la canzone così: “ogni tanto così per sperare promettono”. Dentro quel “per sperare” c’è l’importanza del perdono per le promesse mancate, perché solo perdonando si può aprire il futuro. Questa canzone è un po’ un manifesto ed è per questo che l’ho voluta in apertura del disco.

Sin dai tuoi esordi, pensando a brani come Ortiche, Streghe, Wonderwoman, Disamore infinito, si coglie come l’ironia e il gioco siano protagonisti delle tue canzoni.

La componente giocosa è parte del mio modo di essere e di prendere la vita. L’ironia è proprio il lievito della vita. Certamente, l’ironia è un filtro e, in qualche modo, anche un modo di prendere le distanze dalle cose. Io, tendenzialmente, vedo sempre il bicchiere mezzo pieno, mentre su quello mezzo vuoto ci scherzo sopra. La leggerezza, come diceva Calvino, non è banalità. Piuttosto è “planare sopra le ortiche”. Fra i cantautori, il maestro dell’ironia, a mio avviso, è Paolo Conte. Con tre parole è capace di aprire le porte di un mondo. Essere ironici non vuol dire far finta che non ci siano i problemi. Piuttosto, è cambiare il modo di passarci in mezzo, e io preferisco passarci ballando.

La cifra stilistica più evidente delle tue canzoni è il ritmo di matrice sudamericana. Da dove viene?

Mio padre è nato in Sudamerica e il Sudamerica ce l’ha trasmesso sia negli ascolti sia soprattutto come modo di vivere. Quello sguardo di accoglienza della vita mi sembra una risorsa preziosa. È saper fare festa ed è quasi naturale che traspaia nelle canzoni. In casa mia giravano soprattutto i cantautori italiani e la musica sudamericana, quindi è come se fossero ritmi che fanno parte di me.

Nell’ultimo disco, grande spazio lo ha avuto il suono del violoncello…

Il violoncello è lo strumento della mia vita. Avere Jacques Morelembaum come ospite in TrE è stato un sogno. Ma Stefano Cabrera, che ha prodotto con me …e improvvisamente non è da meno.

In canzoni come Totem e tabù, Finisterre, Gru di palude si avverte forte nella tua scrittura un’attenzione al tema del sogno.

Certo, nelle mie canzoni c’è una forte componente onirica e di immaginazione. Io do moltissima importanza ai sogni: il sogno per me è come un film dove io sono il regista, è qualcosa a cui do moltissimo spazio e valore. Lo stesso si può dire dell’immaginazione, che è pensare possibili cose che sembrano impossibili ma che… a volte possono accadere davvero!

Da qualche tempo hai firmato un contratto da autrice con la Sugar Edizioni. Raccontaci in cosa consiste…

Per la Sugar il mio compito è quello di scrivere canzoni pop. È un lavoro molto interessante, completamente diverso dallo scrivere da cantautrice. Bisogna provare a cucire un vestito su misura per un’altra voce, con un occhio al mercato del pop, che richiede l’utilizzo di linguaggi diversi da quelli che uso di solito. E per me scrivere senza far sentire la mia voce ha un effetto particolare.

E per il futuro?

Quest’anno sto preparando un disco nuovo…rifammi questa domanda ad aprile e potrò dirti qualcosa di più perché per ora è tutto top secret! Per quanto riguarda la mia attività di pittrice, quest’anno ho in programma una nuova personale a Genova, a Palazzo Ducale. Inoltre, presenterò qualche opera a marzo a Firenze per l’esposizione itinerante ARTOUR-O, con la direzione artistica di Tiziana Leopizzi.

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