Paolo Tocco – Di aria e macerie [l’intervista]

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Intervista di Luca Franceschini

Arriva al terzo disco Paolo Tocco, cantautore e romanziere di Chieti che con “Ho bisogno d’aria” ripropone la formula “disco+romanzo” già utilizzata con successo nel precedente “Il mio modo di ballare”. Stessa storia ma differenti linguaggi narrativi, come spiegherà molto meglio lui a breve. Si tratta ancora una volta di un lavoro riuscito, in bilico tra cantautorato classico e suggestioni Rock e Folk, uno sguardo all’Italia ed uno all’America, sempre con il perseguimento della bellezza e dell’autenticità come unico scopo prefissato.
Abbiamo approfittato di questa uscita per raggiungerlo e fare quella chiacchierata che non era stata possibile due anni fa, causa impossibilità logistiche. Ne è uscita una confessione sincera, dove ha raccontato il suo universo musicale ma ne ha pure approfittato per togliersi qualche sassolino dalla scarpa…

Partiamo dall’inizio: mi riassumi brevemente che cosa è successo nei due anni abbondanti trascorsi da “Il mio modo di ballare” a quest’ultimo lavoro? Ci sono stati eventi o scoperte significative che ti hanno portato verso “Ho bisogno d’aria” oppure è stata semplicemente la voglia di scrivere nuove canzoni?
Come dire: quant’acqua è passata sotto il ponte!!! Una bellissima domanda perché in qualche modo centra a pieno il punto. Rivoluzioni, trasformazioni, una spiritualità che non poteva più restare dentro la pancia. E qui non mi riferisco a niente di religioso, ma piuttosto punto il dito verso una presa di coscienza che mira a sgretolare il comune vivere nel quotidiano… lo stesso che oggi ritengo pubblicamente ricco di finzione e ipocrisia sotto quasi ogni punto di vista. Non sarò mai duro abbastanza, credimi, ho una rabbia e una noia dentro che si taglia a fette come si dice con la nebbia nella bassa… ed io faccio parte del tutto, sia chiaro. Sono io il primo ad essere sotto l’accusa della mia coscienza. Non sto qui a fare il moralizzatore di nessuno. Ma dall’alimentazione alla politica, dal pattume delle televisioni a quelle dei social dove ormai ci riversiamo tutti come pecore prive di personalità e di un potere decisionale. Soffro la strumentalizzazione che ci viene quasi da ogni input esterno, dai telegiornali ai varietà, per arrivare alle abitudini di tutti i giorni che devono inevitabilmente trovare un pacchetto industriale di regole e costumi a cui aderire per essere accettate. Non sarai mai nessuno oggi se non lo dice la televisione, tutti facciamo a gara per finirci dentro levando all’arte e alla creazione la spiritualità e l’umanità, tutti a gara di perfezione senza restituire all’espressione la ricchezza dell’errore e dell’incertezza, forse l’unica ragione che da valore alla creazione stessa. Inseguiamo like eviews, inseguiamo fan, scopiazziamo i suoni e i vestiti di quelli famosi che a loro volta, oggi, scopiazzano quelli ancora più famosi di loro, le grandi testate non hanno tempo per gli artisti minori perché devono fare articoli idioti sui messaggi d’amore di Fedez o sulla barba corta di Tommaso Paradiso… e non sono esempi presi a caso… voglio subito rispondere a chi si sta chiedendo: ma quanto gli rode a Paolo Tocco? Potrei rispondervi tanto, ma direi che la rabbia peggiore (e non è una consolazione) è vedere che in quel posto non meritano spazio neanche artisti mille volte più importanti di me. E poi, non so se mi rode più il culo per questo o nel vedere che tutti si indignano di una simile situazione e alla fine questi articoli portano a casa milioni di visualizzazioni. milioni. Questo siamo diventati. E nessuno si senta escluso. Abbiamo perso completamente l’uso della ragione e della meravigliosa libertà di scegliere. Shel Shapiro mi disse un giorno, parlando del suo lavoro dedicato alla costituzione italiana: ricordati che il potere è del popolo. Noi invece siamo diventati un popolo totalmente indifferente a tutto lasciando che una televisione condizioni non solo il nostro gusto ma anche la nostra cultura. Scusa: ho fatto un fascio d’erba estesissimo e ricco di enfasi ma volevo mettere in mostra un concetto che troppo spesso però è realmente così grave.
Ecco da cosa arriva un lavoro come “Ho bisogno di aria”. So di parlare a nome di tutti. Di artisti importanti in Italia ce ne sono a iosa, e ce li stiamo perdendo, uno dopo l’altro, per dare invece spazio ai burattini plastificati della televisione. Che dirvi: forse merito di perdere questa partita, di sicuro non ho scritto niente che valga la pena di passare alla storia. Non spetta a me decidere e sinceramente non mi interessa, non è questo il punto. Il punto è che, prima di perdere, io voglio giocare. E invece qui ci viene negata anche la semplice iscrizione al torneo. Proprio poco fa un giornalista musicale mi ha detto: scusami Paolo, ma la canzone d’autore non la tratto perché dovrei fermarmi ad ascoltare il testo e non ho tempo. Di mestiere fa il giornalista musicale. E fine della storia.

Anche “Ho bisogno d’aria”, allo stesso modo del precedente, esce come ideale colonna sonora di un libro da te scritto. Non è un progetto così comune, prima di te l’ha fatto Andrea Chimenti con “Yuri” e recentemente anche Micah P. Hinson col suo ultimo disco… così, su due piedi, non me ne vengono in mente altri. Come ti è nata questa cosa? In che modo fai coincidere canzone e narrazione? Quale sviluppi per prima?
In molti mi dicono che è un progetto assai poco comune. In realtà lo trovo un processo assai naturale per non dire dovuto. Certo la forma scrittura cambia e con essa le difficoltà o le vie di fuga, ma il racconto lungo lo sento proprio come una ovvia estensione del racconto in canzone dove inevitabilmente si è costretti nei tempi e negli spazi. Dunque è accaduto tutto molto naturalmente. Il primo libro, “Il mio modo di ballare” raccoglieva i racconti, un esploso delle canzoni di quel disco. Oggi pubblico un romanzo, un racconto lungo per la precisione. Uno spaccato di vita esagerata, bukowskiana e volgare a suo modo, estrema nel sesso e nella frustrazione… un linguaggio molto istintivo perché tutto il libro è venuto fuori di getto, in poche notti, senza ragionarci troppo su e dar retta all’estetica. È un ruolo, uno sfogo così come queste risposte. Ogni tanto vado a pescare dal disco alcuni riferimenti, alcuni personaggi, alcuni luoghi… di quando in quando anche alcune frasi. Di certo “ho bisogno di aria” è un leitmotiv che si ripete spesso e volentieri.

Hai voglia di raccontare qualcosa della storia senza troppi spoiler? Dall’ascolto delle sole canzoni non si capisce tantissimo…
Non si capisce perché in fondo le due opere devono poter vivere autonomamente. Sono consequenziali nella necessità e nell’urgenza creativa, ma non lo sono nei contenuti. Senza scoprire troppi retroscena diciamo che il romanzo narra uno spaccato di vita di Henry, che ho chiamato così per rendere omaggio a Bukowski. Prendo tanto da lui ma in particolare molto dalla beat generation… con grande umiltà sia chiaro. La vita di Henry è ricchissima di riferimenti reali alla mia vita personale, al mio mestiere, ma anche alla vita quotidiana di una “Città della camomilla”, una qualunque cittadina di provincia di questo bel paese, affetta da retroscene spesso bigotte e rinchiuse nel segreto del vissuto privato di molte persone che in pubblico sfoggiano maschere e morali per il buon pensare. Chiusa la porta di casa accade molto altro. Una vita, quella di Henry, che si sta consumando nell’emarginazione e nel rifiuto di questa ipocrisia di massa che lo sta pian piano isolando nella sua mansarda dove vive da solo. Il motivo di quest’emarginazione è un segreto che verrà rivelato inaspettatamente alla fine dando quindi un senso a tutto il racconto che piano piano sembra sgretolarsi. Il sesso è semplicemente uno strumento assai sfacciato per mettere in scena le ipocrisie di tutti. Henry si ripeterà di continuo se la soluzione sia scappare o morire: in qualsiasi modo pagherà il conto con i suoi fantasmi.

Il disco ha una sonorità piuttosto acustica in molti passaggi, mi hai ricordato più volte certe cose del De Gregori della maturità, ma anche un po’ Fossati… ti ispiri alla nostra grande scuola cantautorale quando scrivi, oppure badi a seguire le tue ispirazioni e basta?
L’ispirazione è assolutamente libera. Ovviamente la contaminazione è figlia di quella scuola, gli anni ’70 e poi tantissima musica d’autore in genere. Negli ultimi periodi sto ascoltando molto progressive e moltissimo folk antico e, a parte la prima, la seconda scena si sente tantissimo (penso). Poi alla fine, e credimi non è una polemica, tutti riconduciamo ogni cosa ad un bisogno di riferimento, alle etichette, al dover per forza riconoscere dentro qualcosa gli ascolti di quelli famosi. Eppure di De Gregori questa volta penso ci sia davvero poco, se non quel taglio metrico di quando in quando nelle parole. I miei testi e il mio modo di scrivere (per fortuna e purtroppo) non hanno niente a che vedere con il principe e hanno poco a che vedere anche con Fossati. Probabilmente un ascolto assai intenso che ho fatto è Gianmaria Testa, Mario Castelnuovo, Woody Guthrie e quel folk americano di oggi che sposa tantissima elettronica. Che poi sempre per restare in tema, De Gregori, Fossati (tanto di cappello certamente) ma sono loro i primi ad attingere a scuole assai più importanti e più famose (Dylan fra tutte… e quindi si torna a Mr. Guthrie)… quindi non capisco perché, se uno proviene da quella radice lì, poi alla fine viene etichettato come seguace di un De Gregori che, età e meriti a parte ovviamente, di quella scuola ne è figlio tanto quanto potrei esserlo io…!!! Insomma questa cosa delle etichette l’ho sempre capita poco. E giusto per citarne altri, ascolta Ray Lamontagne o William Fitzsimmons (da cui discende la mia “Pizzburg”) e ne riparliamo :)))

Una domanda che può essere in qualche modo collegata: in Italia stiamo un po’ vivendo una sorta di dicotomia tra una musica per così dire “colta”, debitrice a una certa tradizione degli anni ’70, con i grandi nomi della nostra canzone e, dall’altra parte, tutta questa nuova ondata di ragazzini che si muove su territori più immediati, che parla un linguaggio scarno, anche dal punto di vista sonoro e che sembra piacere molto alle giovani generazioni. Io personalmente apprezzo chiunque, basta che mi comunichi qualcosa… tu che ne pensi?
Fino ad ora pensavo stessi facendo domande interessanti. Ma ora ti sei superato. Caspita. Ok ci provo…
Non so altrove, ma penso che noi italiani siamo assai paraculi (scusami la parola ma sinceramente non so trovarne altre) nel volerci giustificare tutto e soprattutto moralizzare tutto. E laddove la pizza è girata in un lato che poco ci conviene arriva una bella frase (che oggi diventa anche un bel post su fb), arriva una bella scena di facciata e la pizza magicamente torna nel verso giusto, calda, fumante di morali e di ragioni per il nostro tornaconto. Siamo dei maestri in questo e la politica ormai ha messo le radici in quest’arte. La comunicazione su tutti i fronti oggi è così. Bene. Quindi faccio un passo indietro e vi racconto il mio pensiero assai piccolo, che lascia il tempo che trova. Però è il mio e, per quanto lo metta sotto analisi ogni giorno, non trovo ancora qualcosa di valido per barattarlo.
Io non sono un cuoco. Se facessi assaggiare la mia carbonara alla mia dolce mamma (che non è cuoca) probabilmente sarei promosso. Se la facessi assaggiare ad un amico giornalista del Gambero Rosso probabilmente muoverebbe tantissime critiche contro. Se la facessi assaggiare ad uno chef stellato di lungo corso direi che potrebbe mettermi alla gogna. La carbonara è la stessa però. Quel che cambia è la cultura di base di chi giudica, le competenze, le conoscenze della materia… l’esperienza. Io sento che il mio gusto (e penso valga per tutti) sia direttamente condizionato, anzi educato dalla cultura che ho dentro. Educato è la parola giusta.
Bene… però ragionando in termini sociali va detto che: istruire/educare un individuo costa tantissimo in termini di denaro, risorse e soprattutto tempo. Per arrivare a cosa? Ad avere un individuo che, una volta istruito/educato, è capace davvero di aprire bocca e soprattutto di decidere autonomamente in merito a quel preciso argomento. E ancora: soddisfare un individuo istruito/educato richiede una produzione assai importante e qualitativa. Insomma: per far star bene un “Cracco” a tavola ci vuole una cucina come si deve, altro che la mia carbonara! Se invece di istruire le persone le lasciassimo restare tutte ad un livello base di cultura, cioè come fosse il mio livello in cucina, allora anche un Paolo Tocco qualunque, con il minimo sforzo sarebbe un grandissimo chef. Facendo così risparmio a livello di produzione, di cultura, di istruzione, di aspettative e anzi… posso fare molta più scena pubblicitaria. Provate a far credere quanto sia speciale uno smartphone di poco valore ad un ignorante che non ne sa nulla. Poi provateci con un esperto del settore.
Kraus diceva: “Quando il sole della cultura è basso, anche gli gnomi sembrano giganti”. Ecco dunque che si arriva a rispondere alla tua domanda. Quanti giganti vedo eretti, ma che alla fine sono soltanto degli gnomi.
Parliamo di competenze e chiediamoci: gli artisti, il pubblico e i giornalisti, che competenze hanno oggi?
Ci si lamenta tanto che la musica è arte, è cultura… è lavoro. Verissimo. Ma poi come lo trattiamo? Se fosse così significherebbe che prima di aprire bocca o di scendere in campo da professore bisognerebbe studiare, avere competenze, bisognerebbe formarsi…
Non mi sveglio la mattina e faccio il medico, l’idraulico, l’avvocato, il fioraio. Invece, tanto che inneggiamo al rispetto, mi sveglio la mattina e faccio il musicista, registro dischi, scrivo recensioni e alla fine, dopo aver visto quattro stupidaggini dai soliti canali mediatici so anche fare l’esperto di musica. Parliamo di rispettare la musica però facciamo un bel sondaggio: quanti hanno uno stereo in casa e quanti comprano la musica?
Ed eccoci arrivati al punto fondamentale che muove la macchina (sempre secondo me, sia chiaro).
Oggi si sta dando ampio spazio e soprattutto autorità decisionale al gusto e all’opinione di chicchessia senza la minima preparazione, senza la minima competenza. Il like di FaceBook è uno strumento sociale più pericoloso di un cancro. Ce ne rendiamo conto? Tutti sono legittimati a giudicare… e tutti i format prevedono oggi che chicchessia venga chiamato a giudicare da esperto. Questa cosa è gravissima.
Insomma, tutto questo sermone sacerdotale di cui mi scuso anche, spero sia servito per dirti cosa penso. Penso che mi annoiano tutti questi nuovi “talenti” della scena indie che spesso osanna la stampa. Mesi fa li ascoltavo pure… ormai sono anche prevedibili, si copiano a vicenda anche loro che dovrebbero rappresentare la controcultura italiana, scarsamente poetici, ricchi di una banalità importante e preoccupante. Attenzione: qui non parla il salvatore della patria, non parla il cantautore del secolo… parla una delle tantissime persone che legge e ascolta musica, semplicemente come tantissimi, che alla soglia dei 40 anni ha costruito il suo gusto inseminandolo di opere di grande valore. Non sono niente di speciale, faccio tutto quello che potrebbe fare ognuno di noi, invece di sentirsi già arrivato con quattro frasi sciocche sui Social. E se parlaste con tutti quelli che come me hanno annaffiato le sue giornate della qualità dei veri (grandi) artisti, ritrovereste più o meno queste parole. Torno sempre a citarlo perché fa bene all’anima quasi più di un libro di Pasolini: “Il ritorno del dinosauro” di Piero Dorfles. Leggetelo se vi va, che forse detto da una persona accreditata fa più rumore. Ah, perché ormai non siamo neanche più capaci di discernere autonomamente il valore di una cosa a prescindere, per questo ci affidiamo alle etichette. Se una persona è accreditata, se è famosa, se l’ha detto la televisione allora va bene, ha credito, restiamo in ascolto… merita. Scusa, ho parlato troppo, la colpa è delle tue domande!

Prendiamo due versi che mi hanno colpito, senza pensare alla storia che hai raccontato, come fossero semplicemente canzoni slegate dal concept: “Quante inutili maschere, quante fragili maschere”: cosa si può fare per recuperare un po’ di autenticità?
Su questa sarò breve dai!
Io ho iniziato anni fa a spegnere la televisione e non per fare il figo intellettuale con le donne. Fidatevi: fa bene alla salute e all’anima, un po’ come quando si smette di fumare. Spegnere la televisione e allontanarsi da tutta l’informazione di massa che non fa altro che mordere la coda di un cane assai comodo al guadagno immediato dei pochi che hanno a loro volta il denaro e gli interessi sufficienti per entrare in gioco. Utopia. E così anche i social. Non ho cancellato la mia voce da Fb, ma ho smesso di leggere le informazioni che veicola. Riuscireste ad immaginare quanto denaro e potere leveremmo ai grandi colossi dell’informazione se per un giorno soltanto spegnessimo tutti la televisione? Ma ci rendiamo conto di quale potere concediamo a loro senza la minima reazione? Non penso che ce ne rendiamo conto…

“Che poi alla fine sotto le macerie ci stiamo tutti quanti”: parti dai recenti terremoti ma arrivi al nostro presente, immagino. Che sta succedendo a questo paese? Ha ancora senso viverci dentro e, soprattutto, farci musica?
Il nostro paese è meraviglioso. Io vivo a Chieti e penso che amo questo posto più di tanti altri. Viverci dentro, in Italia intendo, è diventato per me un assurdo a cui paradossalmente non voglio rinunciare e in una certa misura mi fa comodo dire “non posso rinunciare”. Fare musica e cultura in genere no… sembra non avere più senso. Invece lo ha e continuerà ad averlo – per me è così – solo quando torneremo a restituire alla creazione il vero senso della creazione stessa. Io scrivo musica per appagare il mio bisogno di scrivere e non per avere visualizzazioni su YouTube. È dura farci i conti e non cadere nella rete delle apparenze ma è un lavoro da fare per arrivare alla salvezza spirituale. Poi, ovviamente, è anche questo il mio lavoro, rispetto il punto di vista degli artisti che mi chiedono di uscire su quell’anteprima piuttosto che sull’altra. Io stesso gioco al circo della promozione (Paolo gestisce un’agenzia di promozione, la Protosound NDA) ma non restituisco a questo il significato portante, il senso della mia piccola musica. Io scrivo per scrivere e non per apparire. Tantissimi lo fanno davvero e sono degli esempio per me. La frase che citi, tratta dalla canzone “Bella Italia”, attinge proprio da un concetto che già Faber ci insegnava quando diceva: “Per quanto voi vi crediate accolti, sarete comunque coinvolti”. Il terremoto, la mafia, un crack bancario, un furto in una casa, i talent show e la cultura spazzatura. Alla fine tutti ne pagheremo le conseguenze. È inevitabile… ma sembra non importare a nessuno. I talent fanno milioni di visualizzazioni così come i ragazzini che postano video in cui c’è solo immondizia oggettiva. I padroni della rete e il piccolo imprenditore si arricchiranno ma a lungo andare ne pagheremo tutti le conseguenze.

Mi piace molto “Tom Waiz” che, anche dall’andamento musicale, mi pare un po’ un tributo a questo grandissimo artista. Me ne parli?
Grazie mille. Una canzone di amore e di amanti. Una canzone che si fa gioco di un certo noir americano che dalla mia scrittura prima e dalla chitarra di Amedeo Micantoni poi, corre dritta in quello scenario un po’ spaghetti western, un po’ poliziesco, un po’ Calibro 35 e via discorrendo. Un po’… e tanto per gioco. L’abbiamo registrata quasi dal vivo con la mia voce e chitarra acustica riprese al volo in sala di regia (buona la prima o quasi) e Amedeo con l’elettrica in sala di ripresa. Fatto questo enorme scheletro dove non sono contemplate le didattiche di alcun tipo, dal timing alle intonazioni, ma solo espressione pura, abbiamo chiamato Walter Caratteli (percussioni). Il tempo di ascoltare, il tempo di sentire, il tempo di lasciarsi ispirare passeggiando all’esterno dello studio – conta che lo studio era in piena montagna e la sera c’era un buio infinito – e ha letteralmente improvvisato (buona la prima e senza quasi). Un mix veloce, un effetto un po’ megafono alla voce (non troppo, altrimenti si portava dietro anche la chitarra!) e ciao. Una volta riascoltato il tutto, aggiunte due lamiere di metallo per fare scena e il titolo era praticamente pronto: “Tom Waiz” quasi così come si pronuncia.

Senti, tornando al processo di lavorazione del disco: perché hai sentito il bisogno di distinguere, tra le canzoni, i vari sistemi di registrazione adottati? Ti confesso la mia totale ignoranza in materia ma io non ho percepito chissà quale differenza nell’ascolto…
Dunque: brani come “Ho bisogno di aria”, “Mary” o “La città della camomilla” che sono più pop, più complessi e ricchi di sovraincisioni. Per questi la produzione ha seguito il classico multitraccia, cioè strumento per strumento, separati, secondo un click etc… Ma il resto del disco, e parlo della maggior parte dello stesso, è registrato dal vivo in studio. Ovvero, come ti dicevo per “Tom Waiz”, lo scheletro del brano è stato fatto live, quindi lasciandomi unicamente lo spazio per l’interpretazione. Ed è un registrare la musica, secondo me, in un modo assai più prezioso e genuino. In questo modo fai una vera fotografia del momento. Brani come “Pizzburg” o “Traditional Love Song” sono stati suonati per giorni prima di trovare la take migliore… e la migliore per me significa emozione, significa messaggio… non sono un chitarrista né un cantante, tantomeno posso chiamarmi pianista. Quindi non mi devo fingere né inventare. Registrando dal vivo ho davvero potuto restituire quello che sono. Tra tutti esce fuori il brano “Bella Italia” che ho scritto al pianoforte quando il mix e il master erano chiusi. Mi piaceva così tanto, non potevo lasciarlo fuori, allora abbiamo attrezzato in sala prove uno studio mobile grazie al fonico e producer Marco Di Vitantonio, suonando il brano così come lo ascolti. Ora prova di nuovo ad ascoltare “Mary” o “Arrivando alla riva”: direi che c’è un abisso di emozioni.

Suonerai dal vivo? Hai qualcosa in programma? Mi piacerebbe vederti a Milano, se ce ne fosse l’occasione…
Sarò sicuramente a Milano dal’8 al 12 Marzo. Stiamo chiudendo delle date e degli incontri radiofonici. Poi sto anche fissando delle presentazioni nelle librerie per il mio romanzo. Viaggiare, incontrare il pubblico, cantare dal vivo… tutto meraviglioso e decisamente salvifico per l’anima. Ecco il vero senso di tutto… giusto per tornare ad una delle tue osservazioni di prima! eh?

 

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