Franz Ferdinand – Always Ascending (Domino, 2018)

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Articolo di Stefania D’Egidio

Always Ascending è il quinto album in studio della band indie-rock scozzese Franz Ferdinand, uscito il 9 febbraio per l’etichetta Domino e preceduto dal rilascio sui social dell’omonimo singolo, con tanto di videoclip, nell’ottobre scorso.

La band, che nel panorama musicale europeo, secondo me, è tra le migliori dell’ultimo ventennio, si presenta per l’occasione rinnovata in ben due elementi, dopo l’abbandono nel 2016, per motivi familiari, di Nick McCarthy, con l’ingresso del nuovo chitarrista Dino Bardot, arrivato a registrazioni terminate, e il nuovo tastierista Julian Corrie, il cui apporto sembra invece essere stato fondamentale per il groove dell’album; determinante anche la presenza come produttore di Philippe Zdar, già membro del gruppo francese Phoenix.
L’album fin da un primo ascolto risulta fresco, dinamico, adatto sia per essere ballato in un disco club che per esser suonato dal vivo, con repentini cambi di ritmo e sintetizzatori in gran spolvero, come nella migliore new wave anglosassone: i suoni ricordano infatti la prima discografia dei Duran Duran, con il basso di Bob Hardy e la batteria di Paul Thomson terribilmente incalzanti, arpeggi di synth in crescendo e la voce di Alex Kapranos bella e profonda come non mai, tanto da ricordare a tratti Ian Astbury.

Dieci brani in totale che non superano i cinque minuti, tirati, senza cali di tensione tra un brano e l’altro; l’inizio è scoppiettante con la title track “Always Ascending” che si apre con dei coretti alla The Reflex, procede con un ritmo martellante, dettato da basso e batteria, qua e là qualche riff di chitarra funk ed un finale bellissimo di arpeggio di synth alla Rio.
La seconda traccia “Lazy Boy” colpisce per il basso suonato alla Blondie, per il ritornello ripetuto all’infinito e la chitarra funk alla Nile Rodgers, mentre “Paper Cages” è la canzone più soul del disco.
Con “Finally” si torna indietro negli anni sessanta all’epoca d’oro del surf garage, quasi sembra di essere su una spiaggia californiana; “Lois Lane” è un pezzo arioso, con un arpeggio di synth che detta il ritmo in un crescendo progressivo; “The Academy Awards” è la mia preferita, la voce di Alex Kapranos fa da protagonista assoluta, mettendo quasi in secondo piano chitarre e tastiere; la settima traccia, “Huck and Jim”, inizia in stile Pulp per poi alternare un ritmo veloce, con cori quasi da stadio (sarà sicuramente il tormentone del prossimo tour) ad un ritmo più lento, con voce rappata.

“Glimpse of love” è forse la canzone più anni ’80 dell’album, “Feel the Love Go” è tutta da ballare, invece, con il sax che fa capolino nel finale e “Slow don’t Kill” è la degna conclusione di questo capolavoro di suoni futuristici: inizia solo con voce, in sottofondo accordi di chitarra e piatti, poi un interludio psichedelico con slide e arpeggi di chitarra ripetuti in maniera ossessiva. Può essere considerata la ballad dell’album, quella da ascoltare al buio e con le cuffie ben incollate alle orecchie.
Se come me avete amato la new wave dei primi anni ’80, se avete amato i Duran Duran, i Blondie, i Depeche Mode, questo è un album che non può mancare nella vostra collezione perché riassume tutti i suoni di questi gruppi con un’ulteriore evoluzione verso il futuro, perché è un album allegro, ben lontano dalla monotonia di alcuni illustri colleghi ben più osannati dalla critica, perché ci tiene incollati allo stereo e ci spinge a risentirlo anche diverse volte, senza mai stancare, ed anzi ad ogni ascolto piace sempre più, perché ogni traccia è un’alternanza di ritmi lenti e veloci senza sosta, dall’inizio fino all’ultimo secondo.

Tracklist
01. Always Ascending
02. Lazy Boy
03. Paper Cages
04. Finally
05. The Academy Award
06. Lois Lane
07. Huck And Jim
08. Glimpse Of Love
09. Feel The Love Go
10. Slow Don’t Kill Me Slow


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