Articolo di Sabrina Tolve

«Mettere piede lì dentro era come rivivere un lutto. A quell’ora di notte, il portone, tutto aperto e scassato, sembrava una bocca spalancata. E pensare che tanti anni prima aveva desiderato un cantuccio in quel falansterio diruto! Ma allora, a quei tempi, doveva essere sorda come una campana, per non sentire quella musica immonda, quel terribile concerto della disperazione che rimbombava dietro ai muri! (…) Nel cortile, le parve veramente di stare al camposanto; la neve aveva riempito per terra un pallido quadrato; le alte facciate si stagliavano grigie, tetre e mute, sembravano rovine abbandonate; e nessun anelito, pareva un intero villaggio sepolto, che soccombe al freddo e alla fame.»

Rue de la Goutte d’Or è una strada parallela a un tratto di Boulevard de la Chapelle, a Parigi, e si trasforma in Rue de Jessaint andando in direzione della fermata metro la Chapelle. Si interrompe all’altezza della fermata Barbès – Rochechourt, venendo tagliata, appunto, da Boulevard Barbès.
Lo spazio tra le vie di Goutte-d’Or, Richomme, Cavé, Fishmongers e Affre era occupato da una collina che scendeva dolcemente verso est, circondato, dal 1750 al 1820, da cinque mulini. Intorno al 1814 si formò un borgo sul versante meridionale di questo poggio. La frazione di La Goutte-d’Or raggiunse a est un altro borgo, la frazione di Saint-Ange creata anche intorno al 1815 e che era delimitata dalle strade di Charbonnière, Jessaint e il boulevard de la Chapelle.

È in questa zona – all’epoca ai margini di Parigi – che Émile Zola ambienta il settimo capitolo del ciclo Rougon – Macquart, Lo Scannatoio, che Feltrinelli ha rieditato agli inizi dell’anno a cura di Luca Salvatore.
È in un palazzone dall’aspetto tetro e imponente, con un immenso portone dall’arco tondo che cela alla vista un grande cortile interno, che si racconta l’ascesa e la caduta di Gervaise Macquart nel corso di quasi venti anni: il romanzo inizia nel maggio 1850 e si conclude in un inoltrato 1869.
Sono venti anni di stenti e miserie, di sacrifici e violenza, di brutalità e ferocia prettamente umane, temi che si richiamano l’un l’altro lungo tutti i venti romanzi del ciclo, ma che ne Lo Scannatoio sono forse maggiormente sottolineati. Zola stesso, nella prefazione, ammette:
                Lo Scannatoio è senza ombra di dubbio il mio libro più innocente.
Lo è, perché è innocente Gervaise: nella sua prima dichiarazione d’intenti nello scannatoio di Colombe, quando la vecchia Coupeau le porta via la pendola per portarla al Monte di Pietà, quando rifiuta l’amore dell’uomo che ama davvero – e lo fa più di una volta.

È incredibile e faticoso vedere come tutto vada a rotoli, come i legami si sfaldino, come la violenza si trasformi in abitudine e la lotta in indolenza, è quasi straniante osservare come tutto vada in malora a causa del vizio, dell’inettitudine, della cattiveria e l’invidia più nera, come la volontà si faccia ozio, la virtù si faccia negligenza e torpore, come tutta una vita possa sfuggir via tra le dita.
È anche difficile provare empatia per i personaggi: sono così distanti da noi, e così vicini, così attuali, così malati di disperazione che morire in un modo o nell’altro non fa molta differenza; ma la morte arriva piano, togliendo a ognuno un pezzo alla volta.
La dignità, l’onestà, il buonsenso sono scomparsi nella voglia totale di lasciarsi andare, di abbandonarsi alla morte più che alla vita, perché non c’è niente che valga davvero la pena vivere e tutto l’alcol che scorre e che sembra inondare il quartiere La Chapelle è solo un modo per non pensare, per non soffrire, per morire prima, per rendere più breve un’esistenza che è solo povertà, fame, inerzia e neghittosità.
Non c’è possibilità di riscatto: tutti i personaggi sembrano seguire con rassegnazione un destino che per loro appare già scritto, nei geni, nell’eredità, nella bassezza delle origini.
La traduzione è tagliente, segue l’argot attenendosi a registri bassi e gergali, contaminando il testo e definendo personaggi e storie: si toccano note grottesche e aspre, a volte anche quando non ce lo si aspetta; ma in questo modo si viene guidati in una narrazione che pare voglia superare la definizione di grottesco e aspro. Quel che accade è contorto, snaturato, eppure maledettamente umano; e la lingua utilizzata aiuta a spingerci nell’abisso e a guardare con onestà e senza moralismo ai personaggi e alle loro storie, alle loro meschinità, alle loro angosce, ai loro disastri.

Lo Scannatoio è ogni bettola, ogni luogo in quella periferia dimenticata di Parigi. È il ritratto degli operai dell’epoca, dei proletari, di quelli che muoiono di lavoro o muoiono di fame, in un mondo che gli ha voltato le spalle perché li vede quasi come animali, uomini efferati e bestiali nei sensi, quasi privi d’umanità, abituati a una vita dura e crudele e inumana che non risparmia loro proprio nulla. E la vita non risparmia nulla neanche a Gervaise, vittima del più forte, la cui unica ribellione diventa un torpore paralizzante  che la farà abituare a tutto; dirà addio alla dignità, dirà addio all’amore, dirà addio al buonsenso.
Se ne andrà nell’indifferenza generale e in totale solitudine.