Arctic Monkeys – Tranquility Base Hotel & Casino (Domino Records, 2018)

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Articolo di Stefania D’Egidio

Negli ultimi giorni ho letto e ascoltato in radio commenti negativi sull’ultimo album degli Arctic Monkeys, definito addirittura “cervellotico”, così, mossa dalla curiosità, sono andata a prendermi Tranquility Base Hotel & Casino, uscito l’11 maggio per Domino Recording Company Ltd.

A cinque anni di distanza dal tanto acclamato AM, ha una copertina abbastanza enigmatica, realizzata da Alex Turner e ispirata a “2001: Odissea nello spazio” di Stanley Kubrick; l’album è stato prodotto dallo stesso Turner in collaborazione con James Ford e, se fosse stato un album solista di Turner, forse non avrebbe suscitato tanto clamore e critiche.
E’ comprensibile che i fans di vecchia data siano rimasti un pochino scioccati dal lavoro, che presenta sonorità meno rock rispetto ai precedenti, infatti avevamo appena finito di dire che le Scimmie di Sheffield erano l’ultimo baluardo del rock, in un mondo in cui hip pop e trap dilagano come un’epidemia malvagia, ed ecco che Turner e soci se ne escono con un’opera che colpisce subito per la complessità dei suoni; ad ogni ascolto successivo puoi cogliere delle sfumature che prima ti erano sfuggite, con una riscoperta di un sound molto anni ’70, quasi un tributo a David Bowie, a Lou Reed e, a tratti, anche alla produzione Motown.
Del fatto che sia un album poco rock poi si può discutere fino all’alba, perché in realtà le chitarre sono presenti in tutte le tracce, sia con arpeggi effettati e ben congeniati, che con sottili distorsioni, molto bello ad esempio l’assolo in She Looks Like Fun, solo che in secondo piano rispetto alle tastiere, il basso è comunque un basso di sostanza, bello corposo. Il pianoforte e i sintetizzatori certo giocano un ruolo chiave, con accordi ripetuti in maniera martellante per tutta la struttura dei brani, come in The World’s First Ever Monster Truck Front Flip, la batteria segue un ritmo più lento, ma del resto nell’ultimo anno abbiamo potuto apprezzare altri lavori che seguono la stessa tendenza, come Sugar Rush di Nic Cester, quindi perché fare “due pesi e due misure”?

Se poi vogliamo colpevolizzare gli Arctic per aver avuto il coraggio di osare, di fare qualcosa al di fuori degli schemi, allora forse ci meritiamo i vari Sfera Ebbasta e Young Signorino; chi mi conosce sa ad esempio che non ascolto più gli U2 perché gli ultimi lavori mi sembrano tutti uguali e non c’è una canzone che riesca a ricordare per originalità dal lontano Discoteque o che riesca a canticchiare, quindi che ben venga il cambiamento degli Arctic, in fondo negli ultimi cinque anni siamo cambiati tutti; abbiamo perso Bowie, Cornell, Bannington, O’Riordan, stanno tornando in auge i vinili a discapito degli mp3, viviamo in uno scenario mondiale dominato dalla precarietà e da notizie allarmanti con cui veniamo bombardati quotidianamente: dobbiamo preoccuparci del volume e del grado di distorsione delle chitarre di Turner e Cook?
L’album a mio parere è bellissimo, la voce di Alex è superlativa, in Four Out Of Five sembra quasi di avere davanti il Duca Bianco in persona, in The Ultracheese raggiunge i massimi livelli, prendendoti per mano e portandoti in un’altra dimensione, quasi fossimo tornati nei fantastici anni ’50, con un assolo di chitarra che fa da ciliegina sulla torta, e ti sembra di ballare da Arnold’s tra i personaggi di Happy Days.
Undici tracce da ascoltare e riascoltare, ma non per comprenderne meglio il significato, quanto piuttosto perché danno dipendenza e non ne avrai mai abbastanza.

Tracklist:
01. Star Treatment
02. One Point Perspective
03. American Sports
04. Tranquility Base Hotel & Casino
05. Golden Trunks
06. Four Out of Five
07. The World’s First Ever Monster Truck Front Flip
08. Science Fiction
09. She Looks Like Fun
10. Batphone
11. The Ultracheese

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