Articolo di Luca Dattisi

“It’s magic, to make men go mad!”

Il folk americano è una vera e propria stregoneria, conoscendo le formule armoniche e i giusti ingredienti melodici è possibile creare un rituale, un’atmosfera che proietta immediatamente l’ascoltatore sulla Highway 61.

In questo senso, Emma Tricca è una strega e dal primo brano (Winter, My dear) del nuovo album “St. Peter” fa cominciare il nostro viaggio sereno e rilassato, cullati dal suo canto ipnotico. Il vento soffia leggero tra i capelli, timpani ovattati in un lentissimo ritmo tribale spostano il mio braccio fuori dal finestrino, sostenuti dal basso, un soffice arpeggio di chitarra acustica fa abbassare il sole su Fire ghost. Ma qui c’è molto di più: il folk della chitarra acustica si mescola con atmosfere lisergiche che allo stesso tempo si sposano benissimo con la danza hawaiana di Julian’s Wings o la scrittura più rock anni ‘70 di Building in Millions e Salt. In brani come il valzer Mars is Asleep emergono chiari riferimenti al cantautorato di Nico e Joni Mitchell, come anche il tocco di chitarra di Jason Victor dei Dream Syndicate.

Arrivati a questo punto dell’album ormai è chiaro che il folk è solo un punto di partenza che passa attraverso molta sperimentazione formale e armonica (So here it goes), non a caso alla batteria compare Steve Shelley dei Sonic Youth. Si attraversa anche una profonda ricerca timbrica, migliore caratteristica dell’album (a partire dal timbro vocale di Emma Tricca e dalle scelte dei registri) in questa creazione di accostamenti chiaroscuri di percussioni cupe e incalzanti a melodie brillanti e distese di voce e pianoforte. Similmente anche le scelte di produzione e di effettistica contribuiscono a creare diverse atmosfere; basti pensare alla chitarra della prima metà di Green Box, così sporca, asciutta e diretta, in relazione ad altri momenti del disco in cui enormi riverberi cambiano completamente l’ambientazione sonora. Siamo anche completamente in un altro scenario anche nel penultimo brano, Solomon Said, in cui un loop di arpa accompagna la recitazione di Judy Collins.

Il punto di arrivo è sicuramente un disco eccezionale, basato su alcune formule storicamente consolidate e arricchito con una particolarità di sound che spazia fino al Progressive Rock e al Dream Pop; caratteristica difficile da raggiungere in questo genere, spesso bloccato nelle solite scelte artistiche, ma che negli ultimi anni sta rinascendo, per esempio, con le produzioni di M. Ward, Jonathan Wilson e, per l’Italia, Dulcamara e Emma Tricca.

TRACKLIST:

Winter, My Dear
Fire Ghost
Julian’s Wings
Buildings In Millions
Salt
Green Box
Mars Is Asleep
The Servant’s Room
Solomon Said
So Here It Goes