Cosa vuol dire organizzare una rassegna musicale in Italia? Lo abbiamo chiesto ai direttori artistici del TOdays di Torino, di Tener-a-mente al Vittoriale e di Iride a Pavia

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Vittoriale

Intervista a cura di Luca Franceschini

L’Italia non è esattamente un paese all’avanguardia, se parliamo di musica dal vivo. Eppure nei mesi estivi parecchie città sfoderano il loro look migliore e, approfittando delle bellezze artistiche che tutto il mondo ci invidia, mettono in campo eventi di grande interesse. Certo, ancora non abbiamo un festival della caratura del Primavera o dell’INMusic di Zagabria (che ormai sembra definitivamente decollato) ma bisogna anche dire che, per chi non ha problemi a spostarsi, le nostre estati stanno diventando sempre più ricche col passare degli anni. Abbiamo dunque cercato di capirne di più, di cosa voglia dire organizzare una rassegna di questo tipo, cercando di mettere insieme qualità della proposta e ritorno economico, con il fine di creare un’esperienza con un proprio marchio di fabbrica, che possa in qualche modo dettare un precedente. Gianluca Gozzi è direttore artistico del TOdays di Torino che negli anni si è affermato come un appuntamento di primo livello a livello soprattutto internazionale e che a questo giro ci porterà addirittura i My Bloody Valentine, a sei anni di distanza dall’ultima apparizione. Viola Costa è invece responsabile di una rassegna ormai storica come Tener-a-mente, all’interno del celebre parco del Vittoriale ma si lancerà ora anche in Iride, una nuova creatura nata in collaborazione col Teatro Fraschini di Pavia. Li abbiamo contattati per saperne di più su queste tre realtà e per cercare di capire quali sono le prospettive future per l’Italia musicale…

Castello di Pavia

Per prima cosa vorrei chiedervi di raccontare brevemente la genesi dei rispettivi festival.

VC (Iride): L’idea è venuta a Francesca Bertoglio che è la nuova direttrice del teatro Fraschini. La prima cosa che ha osservato, provenendo da fuori città, è che Pavia ha un enorme potenziale sia umano (perché è una città universitaria molto popolata di giovani), sia architettonico, perché ha un centro storico molto bello di impronta longobarda e ha questo castello meraviglioso proprio nel centro storico. Dall’altra parte, però, c’è il problema che si sente un po’ la sorella minore di Milano, essendo a una ventina di minuti d’auto dai Navigli. Francesca mi diceva che è come se i pavesi avessero un po’ perso l’orgoglio per la propria città e non si aspettassero più che potesse produrre qualcosa di alto livello; ed era come se dessero la responsabilità a Milano per questa sorta di declino. Le sarebbe dunque piaciuto che riacquistassero consapevolezza della bellezza del potenziale che c’è. Per cui si è rivolta a noi perché realizzassimo insieme un progetto all’interno di una cornice come quella del Castello Visconteo, che ha un parco splendido, e si pensasse a un allestimento ad hoc. Il parco è molto grande e vi abbiamo realizzato un allestimento da 1800 posti, con platea e gradinata. Sono tutti posti a sedere, tutti molto vicini al palco, in modo tale che gli spettatori possano godere di una dimensione più intima rispetto a quella del normale concerto in piazza, per dirne una.

GG: TOdays nasce nel 2015, quest’anno sarà dunque la quarta edizione. Nasce in una città come Torino, con un’idea piuttosto diversa da ciò che c’era in precedenza. Fino a qualche anno prima infatti, il festival principale in ambito di “musica attuale” era Traffic, che era gratuito e si svolgeva a luglio nella piazze auliche della città. In realtà TOdays fa un’operazione dirompente perché non è più gratuito, almeno non del tutto, si sposta dalle piazze alle periferie, in luoghi non convenzionali e per di più non è a luglio ma nell’ultimo weekend di agosto, un periodo in cui probabilmente chiunque vorrebbe essere altrove piuttosto che in città (ride NDA)! Diciamo che abbiamo fatto delle scelte un po’ estreme ma legate ad un’idea, ad una scommessa che già nella prima edizione si è rivelata vincente. L’idea, come in tutti i festival o quanto meno in quelli che sono degni di essere chiamati tali nel circuito internazionale, è quella non solo di creare una sequenza di concerti che si susseguano uno dopo l’altro su un palco ma un’immersione totale di tre giorni in qualche cosa che difficilmente si possa ritrovare nel quotidiano. E soprattutto, abbiamo voluto farlo cercando anche di osare delle musiche diverse, non necessariamente rassicuranti, di portare qualche cosa anche di non troppo conosciuto. Sin dal primo momento l’idea è stata che la gente potesse andare a casa non dicendo: “Wow, è stato esattamente come me lo aspettavo!” bensì esattamente il contrario! Quindi lasciarsi stupire, lasciarsi contagiare e fare qualcosa che non fosse solo intrattenimento fine a sé stesso; abbiamo pensato ad una perfetta interazione tra i luoghi fisici, che non sono soltanto dei contenitori, e il pubblico, che non è solo un consumatore passivo ma che deve diventare protagonista di quello che succede. In questi anni il concept si è sempre più consolidato, anche grazie alla risposta del pubblico, non solo da parte italiana.

VC (Tener-a-mente): È una rassegna storica, nata nel 1952 ed inaugurata dall’Orchestra del Teatro Alla Scala diretta da Carlo Maria Giulini. Questo è un teatro voluto da Gabriele D’Annunzio, fatto progettare dal suo architetto Giancarlo Maroni, lo stesso che ha realizzato tutto il Vittoriale, e che però il poeta non ha mai visto completato per mancanza di fondi. Il modello era l’Anfiteatro di Pompei, dove D’Annunzio mandò lo stesso Maroni a prendere spunto. Venne poi terminato solo nel 1952, inaugurato nel modo in cui ti dicevo, dopodiché negli anni ’70-’80 fu un palco di riferimento per la danza e per la prosa. Noi arrivammo nel 2011, dopo qualche anno di gestione privata abbastanza fallimentare, più che altro per la risposta del pubblico. Il presidente della fondazione, Giordano Bruno Guerri, con cui ci eravamo conosciuti l’anno precedente, si rivolse a noi chiedendoci se avessimo avuto voglia di farci carico di un progetto di gestione. Da lì è nato Tener-a-mente, che ha svoltato anche grazie alla felice intuizione di Guerri, di programmare in questo luogo meraviglioso e profondamente dannunziano, un cartellone che non fosse dannunziano nel senso filologico del termine. Un cartellone che non fosse teatrale e che neppure mettesse in scena le opere di D’Annunzio, ma che ne tenesse semplicemente vivo lo spirito. D’Annunzio era il più futurista dei futuristi, era un uomo visionario, straordinariamente moderno, amante della bellezza e della modernità. Questo poteva dunque essere il principio ispiratore del cartellone. Ci si è così rivolti più alla musica che alle altre arti (anche se rimane un cartellone trasversale) e si è voluto puntare sull’eccellenza. Abbiamo dunque guardato sia al panorama nazionale che a quello internazionale, cercando di far avvicendare vari generi: Pop, Rock, Jazz, Indie e musica d’autore. Tener-a-mente poi è una citazione dannunziana, è un gioco di parole che lui faceva con le sue amanti e c’è proprio un manoscritto con questa parola, esposto nel museo “D’Annunzio segreto”, che si trova proprio sotto il teatro. Pensa che David Byrne ha fatto un vero e proprio reportage sul suo blog, dopo aver suonato qui nel 2013. Come sai, anche lui è un vero e proprio dandy!

Ingresso al Vittoriale

In tutti e tre i casi, siamo al cospetto di realtà dove la location non è per niente una componente secondaria ma è parte integrante dell’offerta. Potreste spiegare meglio in che modo questo si realizza?

VC (Iride): Il sottotitolo del festival è “Musica per i vostri occhi” ed è proprio una caratteristica che ci contraddistingue come modo di lavorare: scegliere un luogo che abbia un potere, un fascino, che entri in qualche modo in relazione con le performance live. Non si tratta di cinema, qui si tratta di esibizioni dal vivo in cui l’energia degli artisti e quella del pubblico può cambiare a seconda del luogo. Sono luoghi carichi di storia, in Italia vedere artisti internazionali che entrano in questo tipo di posti e si esibiscono lì, è di volta in volta un’esperienza diversa, che abbiamo già sperimentato. Il Castello di Pavia è molto affascinante per cui non dubito che l’effetto verrà replicato!

GG: Per noi questo è il punto focale, la chiave di lettura di tutta questa iniziativa. Anziché essere un festival calato dall’alto, sui luoghi, questo è un festival dove quell’energia così caotica diffusa in posti che esistono anche al di fuori della tre giorni, possa emergere proprio lì dove nasce. TOdays si svolge in luoghi non convenzionali come gallerie d’arte, ex aree industriali, parchi ecosostenibili… l’idea è anche quella di suggerire alle amministrazioni comunali degli utilizzi diversi di siti che possono poi perpetrarsi anche nel corso dell’anno, in modo tale che non siano solo dei contenitori. Tra l’altro è anche un biglietto da visita con cui Torino può parlare alle città del mondo. Ti racconto un piccolo aneddoto: alla prima edizione ci fu una giornalista del New York Times, che capitò per caso in città, forse ancora allucinata dall’idea dei Giochi Olimpici, e che finì per frequentare anche TOdays. Qualche giorno dopo ci mandarono un articolo dove si parlava di Torino come una delle migliori città da visitare in Europa, dove però anziché citare la Mole Antonelliana e le piazze principali, si raccontavano le ex aree industriali, le periferie, luoghi dove nessun turista metterebbe mai piede!

VC (Tener-a-mente): In questo caso ovviamente la location fa moltissimo. C’è innanzitutto la vista lago, che peraltro si gode solo dalle gradinate, da quelli che paradossalmente sono i posti più economici. Ma l’altro elemento, che non si cita mai ma che invece davvero fa la differenza, è che questo è un teatro da 1500 posti, anche se con quelli in piedi arriviamo a 2000 (ce n’erano 2100 l’altra sera per Jeff Beck); in realtà però è tutto molto raccolto, non sei mai a più di 35 metri dal palco. La gradinata, nel suo punto meno lontano, dista 15 metri, mentre la platea 20 metri nel suo punto più lontano. C’è quindi un modo di stare con l’artista, di sentire quello che accade, che non ha paragone con altri luoghi. Anche gli artisti rimangono sempre molto colpiti dalla location: ricordo ad esempio che i Counting Crows si fecero un selfie con la luna alle spalle! E a proposito di luna, c’è un piccolo dettaglio che vale la pena sapere: sul nostro sito, nella pagina dell’acquisto online di ogni concerto è indicata anche la fase della luna di quella sera. Un piccolo particolare ma è davvero uno spettacolo nello spettacolo! Tra l’altro spesso litighiamo con le produzioni per far capire loro che mettere un fondale nero è un delitto, per questo palco!

Castello di Pavia

Verrebbe a questo punto da chiedervi quali sono i criteri con cui scegliete gli artisti da portare sul palco: la proposta di quest’anno è molto ricca, dai nomi di richiamo a quelli più di nicchia ma di sicuro valore…

VC (Iride): Come prima edizione, abbiamo voluto lavorare puntando sulle eccellenze, perché siamo in un luogo di eccellenza e vogliamo puntare su livelli molto alti di espressione artistica. Però abbiamo voluto anche scegliere linguaggi espressivi molto diversi, puntando sulla trasversalità dei generi. Quindi Caetano Veloso, massimo rappresentante nonché fondatore del tropicalismo, Goran Bregovic perché è sicuramente un’icona della musica balcanica, Mogwai perché all’interno del Post Rock e di tutta la musica indipendente sono indubbiamente una band di culto. LP perché nel Pop è stata l’astro nascente del 2017 ed è emblematica di tutto un modo di fare musica, è una splendida autrice, una splendida interprete e anche, aggiungerei, una splendida persona. Infine Joe Satriani, che è un’icona della chitarra e soprattutto della chitarra rock. Quindi, scegliere l’eccellenza ma anche scommettere sulla trasversalità. Ovviamente bisogna anche cercare artisti che siano in tour in questo momento, potendo al massimo lavorare su un’esclusività territoriale: Caetano Veloso, ad esempio, farà al nord solo la data di Pavia, perché poi sarà ad Umbria Jazz e all’Auditorium Parco della Musica di Roma. Diventerebbe ovviamente impossibile dal punto di vista economico organizzare il tour di un artista così con una sola data a livello nazionale. Anche la scelta del cartellone internazionale non è necessariamente voluta. Quest’anno abbiamo voluto portare solo artisti internazionali ma l’idea per il futuro è quella di crescere come numero di concerti e portare anche nomi della nostra penisola. Abbiamo inoltre l’ambizione di portare pubblico da fuori, di non rivolgersi solo ai pavesi ma anche di mostrare Pavia al resto del mondo. Per ora devo dire che l’andamento delle prevendite conferma che ci abbiamo preso perché i biglietti sono stati venduti per tutti gli artisti in tutta Italia, anche se soprattutto per Satriani e Veloso.

GG: Quest’anno la maggior parte delle band straniere sono in data unica nazionale, sarà probabilmente l’unica occasione durante l’anno per vederle dal vivo. Senza ipocrisie, le risposte alla tua domanda potrebbero essere due: la prima, quella più romantica, è che dietro c’è un grande lavoro di passione, di ricerca, e quindi cerchiamo di inseguire gli artisti che ci piacciono, cercando di uscire un po’ anche da quello che va di moda e soprattutto cercando di non far ridere chi abita fuori, chi normalmente guarda ciò che succede nel mondo evoluto, che certo non è l’Italia. D’altronde, ogni anno ci sono 15-20mila persone che si recano all’estero per sentire musica (penso al Primavera), e che magari faticano a sentire nel loro paese proposte variegate. Quindi sono tanti gli artisti che continuiamo a seguire e che soprattutto cerchiamo di legare attraverso un’idea che non sia solo quella del genere musicale. Quest’anno, dai volumi altissimi dei My Bloody Valentine si passerà poi alle cose più trasversali ed elettroniche dei Mount Kimbie, abbattendo dunque un po’ i limiti di genere. La risposta invece meno romantica è che l’Italia non è un paese da festival, non ha una tradizione, chiamiamo festival anche cose che non lo sono: tutto questo per dire che nonostante tutta la ricerca che ci piace fare, alla fine ci si riduce a portare chi c’è in quel periodo e chi ci si può permettere di pagare. Anche perché poi, non essendo un paese dove si può vantare un’idea attraente per il pubblico, spesso i gruppi stranieri prendono l’Italia come un contenitore per i day off tra la Spagna e l’Est europeo e dunque prediligono normalmente le date singole. Si tratta quindi di equilibrare queste due situazioni, il fare ciò che piace e quello che ci si può permettere. A volte ci si riesce di più, altre di meno.

VC (Tener-a-mente): Ciò che mi ha guidata nella scelta nel cartellone è sempre stata la ricerca dell’eccellenza e la ricerca di artisti che avessero anche qualcosa da dire, un’urgenza espressiva. Non solo perché hanno fatto la storia della musica ma anche, nel caso si tratti di gruppi giovani, perché hanno un linguaggio che va oltre la mera dimensione dell’intrattenimento. Mi rendo però conto che, guardando il cartellone degli ultimi anni, c’è stata una progressiva evoluzione verso la raffinatezza dei nomi in programma; questo anche grazie al fatto che il pubblico ha iniziato a seguirci. Questo è un festival gestito privatamente: c’è un piccolo contributo da parte del comune di Gardone Riviera ma non arriva a coprire il 3% dei costi. Tutto il resto si regge sulle vendite dei biglietti, quindi inevitabilmente la risposta del pubblico non può essere trascurata: c’è come una circolarità tra questo tipo di risposta e quello che possiamo permetterci di portare sul palco. Ciononostante, ed è qualcosa che racconto spesso, all’inizio non è stato proprio così: dopo il mio primo anno di gestione chiamai una delle agenzie più grandi d’Italia per chiedere una collaborazione con artisti che loro avevano in gestione. Mi fu risposto: “Guarda, io quel palcoscenico lo conosco, non ha mai funzionato e non funzionerà mai!”. Già il secondo anno, con quell’agenzia portammo James Taylor, la settimana scorsa poi abbiamo avuto Jeff Beck, quindi c’è stato un ripensamento, è nato un bellissimo rapporto. Allo stesso modo, ci sono tantissime agenzie che in questi anni, avendo visto che questo palco funziona, mi chiamano e mi dicono: “Ho l’artista perfetto per il Vittoriale!” e il loro principio è sempre di proporre un nome che riempirà il teatro. Ecco, è un principio giusto ma non è il mio o meglio, non è l’unico criterio con cui mi muovo. Poi è vero che negli anni mi hanno anche detto: “Guarda che quello non è il salotto di casa tua!”. Invece io mi sento di continuare a trattarlo così, non solo nella scelta degli artisti ma anche nel modo con cui approcciamo il pubblico, lo accogliamo in sala e gestiamo tutto l’aspetto dell’accoglienza degli artisti. È un teatro, all’interno di un museo, in un luogo meraviglioso: credo che la bellezza debba essere l’elemento comune a tutto quello che facciamo!

Castello di Pavia

Pavia, Torino, Gardone Riviera: una grande città e due centri più o meno periferici. In che modo questi posti interagiscono con la proposta musicale e riescono, nel caso, a valorizzarla?

VC (Iride): Molti mi hanno detto di fare attenzione, perché Pavia è una piazza provinciale, che risponde poco, e che dunque non sarebbe stato facile. Siamo abituati al fatto che portare grandi spettacoli al di fuori di Milano e Roma sia una sfida e ti dirò che non è neppure semplice convincere gli artisti. Sai, per uno che arriva dagli Stati Uniti, l’Italia si riduce a Milano e Roma, se gli parli di Parma o di Pavia, non sanno neanche dove siano! Di conseguenza, proporre loro una location di eccellenza e di grande valore storico costituisce un vantaggio, ti porta avanti anni luce. Però rimane lo stesso molto complicato: ci vorranno anni per portare Pavia allo stesso livello di Milano, nella percezione degli operatori di settore. È un lavoro difficile ma l’Italia ha tutte le carte in regola per vincere la sfida. E soprattutto, come dici tu, dobbiamo sfruttare l’estate: d’inverno una città come Pavia non è attrezzata per competere con una grande città, non ha le strutture sufficienti. Pavia ha comunque un teatro meraviglioso, che è il teatro Fraschini, uno dei teatri più belli del nostro paese, però è troppo piccolo per organizzare eventi di grande portata. D’estate invece, sfruttando la cornice del castello, cercheremo di creare l’idea del teatro ma all’aperto.

GG: TOdays costituisce un biglietto da visita con cui Torino può parlare alle città del mondo. Ti racconto un piccolo aneddoto, a questo proposito: alla prima edizione ci fu una giornalista del New York Times, che capitò per caso in città, forse ancora allucinata dall’idea dei Giochi Olimpici, e che finì per frequentare anche TOdays. Qualche giorno dopo ci mandarono un articolo dove si parlava di Torino come una delle migliori città da visitare in Europa, dove però anziché citare la Mole Antonelliana e le piazze principali, si raccontavano le ex aree industriali, le periferie, luoghi dove nessun turista metterebbe mai piede!

VC (Tener-a-mente): Siamo arrivati qui pensando che essendo il Garda una località molto turistica, avremmo potuto avere uno spontaneo travaso di pubblico. In realtà non è così: le eccezioni ci sono sempre ma il Garda ha ancora un’idea del turismo alla vecchia maniera, vale a dire che il cliente deve consumare in hotel. Gli alberghi quindi organizzano il piano bar in stile anni ’80, quello più triste possibile (ride NDA) però si tengono lì il cliente con le unghie e con i denti. In compenso però, essendo una zona che piace moltissimo agli stranieri, ce ne sono tantissimi che acquistano il biglietto del concerto con largo anticipo e che poi ci contattano per avere una mano su come organizzare il pernottamento. Si crea così un enorme flusso di turismo, anche culturale; il dato significativo è stato il concerto degli Elbow dello scorso anno, dove sono venuti tantissimi inglesi. E in effetti nel 2017 per la prima volta l’Inghilterra ha superato la Germania come numero di presenze straniere. Alla fine dunque, non abbiamo un pubblico di affezionati. Ci sono anche loro certo, ma in generale noi, sfruttando la bellezza del luogo, il suo valore culturale e la vicinanza ad altri posti significativi, riusciamo ogni volta ad avere il teatro pieno del pubblico dell’artista, non di quello occasionale che non sa cosa fare alla sera. Questo ovviamente rende il live un momento davvero straordinario.

Limonaia – Vittoriale

La domanda è scontata ma abbastanza d’obbligo, direi: in Italia, più che i festival abbiamo le rassegne, manifestazioni in cui in diversi giorni si susseguono date singole di differenti artisti. Se si escludono realtà piccole ma vivacissime e in ascesa come Ypsigrock, Siren, Beaches Brew, ci manca un vero e proprio evento come può essere il Primavera Sound di Barcellona. È evidente che i tempi non sono ancora maturi ma sarebbe da capire se lo saranno mai…

VC (Iride): Noi vogliamo creare un teatro all’aperto e in un teatro all’aperto un festival non si è mai visto. Il concetto che tu esprimevi si presta a determinati contesti e ad un determinato modo di rapportarsi all’artista e alla fruizione. Proprio perché noi non abbiamo i mezzi per immaginarci una situazione del genere (ma qui bisognerebbe aprire un altro capitolo), a quel punto preferiamo pensare di costruire un teatro all’aperto e di offrire un altro tipo di esperienza. Per noi la singola serata della rassegna è un’esperienza e non è necessario né importante che lo spettatore sia sempre lo stesso. Per cinque sere vogliamo avere ogni sera il pubblico appassionato di quell’artista. Poi, col tempo, il pubblico potrebbe cominciare a capire che l’esperienza vissuta in quel luogo è di un certo tipo e dunque cominciare a sceglierlo anche per artisti che non sono proprio i suoi preferiti. Certo, rimane che il pubblico italiano non ha una vera cultura musicale ma qui si aprirebbe un altro problema enorme. Il grosso difetto del pubblico italiano sta nel gusto e il gusto musicale per me viene sempre prima di tutto. Non c’è curiosità, non c’è apertura reale, si ascolta quello che si pensa già che piacerà; non c’è disponibilità ad ascoltare quello che non si conosce per niente e a porsi nella più totale apertura. Questo è un discorso molto complesso, perché la formazione del pubblico non può essere delegata solo ad una realtà culturale e comunque non solo ai privati. Certamente però, il contributo di ciascuna realtà che promuove cultura deve perseguire anche uno scopo educativo. E noi, ovviamente, ce lo proponiamo come obiettivo!

GG: Diciamo che si può fare quello che si vuole, pur nella consapevolezza che si può arrivare solo fino ad un certo punto. È come nella boxe: puoi anche essere il migliore nella categoria in cui giochi ma se giochi nei pesi medi non puoi fare il salto nei pesi massimi. Quindi è chiaro che esistono dei grandi carrozzoni con l’idea del festival: l’Ypsig, il Siren, lo stesso TOdays, sono tre giorni immersivi nella musica e non solo, dal primo pomeriggio a notte fonda. Però in generale chiamiamo festival cose che non sono, dicevo prima, nel senso che ci sono tante rassegne, date singole di artisti distribuite su un periodo prolungato. La nostra idea, sin dall’inizio, era che la gente andasse a casa non dicendo: “Sono andato a vedere i Band Of Horses”, oppure “Sono andato a vedere i Jesus and Mary Chain” ma: “Sono andato a TOdays”. Quindi, nel momento in cui è il marchio che emerge di più, quello è un festival. Anche nella scelta degli artisti, c’è sempre questa volontà di scegliere nomi che non siano troppo scavalcanti dell’idea del festival stesso. Certo è che devono esserci tanti contributi. Fondamentalmente ai festival all’estero ci si va perché ci si diverte, perché sono momenti di amicizia e di spensieratezza dove spesso la musica è un mezzo, non per forza un fine. Invece in Italia spesso c’è questo atteggiamento troppo autoreferenziale e anche un po’ intellettuale per cui diventa difficile chiamare le cose col nome che hanno veramente. Gli italiani poi sono il popolo che per definizione si lamenta di quello che non ha ma poi quando riesce ad averlo ne ha paura. È una dinamica anche molto legata al senso del possesso che c’è qui, che è molto diverso da quello del Nord Europa, per dire. Passiamo la maggior parte del tempo a lamentarci di quello che vorremmo ma poi non abbiamo il coraggio di osare, si balla la musica che già si conosce, si esce alla sera con gli amici che già si conoscono per andare sempre negli stessi luoghi… è un po’ il paese del “tutto per sempre, nello stesso modo” mentre invece noi portiamo avanti un discorso completamente diverso. La mia idea, proprio in quanto direzione artistica, è di lavorare per la mia inutilità, non per la mia utilità. Se io sono inutile al festival vuol dire che il progetto è vincente e che va oltre le persone!

Teatro al Vittoriale

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