Steve Earle & The Dukes @ Buscadero Day Preview, Pusiano (Co) – 4 luglio 2018

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Live report e immagini sonore di Andrea Furlan

Incorniciata dallo splendido parco della villa comunale di Pusiano, la consueta preview del Buscadero Day, giunto alla decima edizione che avrà luogo i prossimi 21 e 22 luglio, ha ospitato quest’anno l’attesissimo ritorno di Steve Earle e i suoi Dukes che non calcavano il suolo italiano dal lontano 2005, eccezione fatta per l’apparizione in acustico del songwriter americano, sempre qui, nel 2014. Proprio l’eco di quella serata indimenticabile mi ha accompagnato nelle ore precedenti il concerto, caricando l’attesa di aspettativa e trepidazione.

Non capita tutti giorni di vedere da vicino uno dei tuoi idoli musicali per cui quando Steve, accompagnato dalla band, ha attraversato il prato per raggiungere il palco, l’emozione è stata forte. Disponibile e sorridente, è stato accolto da un lungo, caloroso applauso, spentosi solo quando ha preso in mano il microfono per salutare e presentare il duo in apertura, i The Mastersons, costola dei Dukes, coppia nell’arte e nella vita. Chris Masterson e Eleanor Whitmore, che nella loro attività in proprio non conoscevo, si sono lanciati nel set con energia e simpatia, producendo più di mezzora di ottimo country & folk, vivace e intenso, mettendo in mostra oltre ad una notevole abilità strumentale, lui alla chitarra acustica, lei al violino, sorprendenti qualità vocali. I brani proposti mi hanno colpito particolarmente negli intrecci delle voci, entrambe cristalline, fresche e avvolgenti, sviluppate in armonie accattivanti e spontanee. Meglio non si poteva cominciare, un bell’aperitivo, stimolante e corposo, che ha degnamente anticipato il seguito della serata.

The Mastersons

Finalmente, dopo qualche minuto di pausa, salgono sul palco i Dukes in gran spolvero, Earle imbraccia l’elettrica e partono le intense note di So You Wannabe An Outlaw, precisa, compatta, manifesto del suo ultimo omonimo disco, omaggio ai grandi fuorilegge del country, Waylon Jennings su tutti. Sono sottopalco a fotografare (tre canzoni, no flash, mannaggia) a due metri dal leggendario texano, è difficile resistere e concentrarsi sugli scatti. Il ritmo mi cattura subito, il sound sferzante è quello che mi aspettavo, il vecchio leone ruggisce ancora, eccome! Tante battaglie combattute, non si è mai risparmiato, è ancora lì, dritto in piedi e bandana a parlare di vita vissuta pericolosamente, di amori difficili, di sogni e desideri brucianti, di quella parte d’America che sta prendendo una brutta piega ma soprattutto dell’America che vorrebbe, dell’idea di libertà che da sempre porta in giro per il mondo nei suoi concerti.

Chris Masterson

La prima parte è tutta dedicata al lavoro più recente, poi cominciano i classici del suo repertorio più importante, quelli che lo hanno imposto tra le stelle di prima grandezza del firmamento rock a stelle e strisce: My Old Friend The Blues è intensissima e commovente, Someday e Guitar Town sono le stilettate che anticipano i brividi di I Ain’t Ever Satisfied, cantata insieme al pubblico, e l’Irlanda di The Galway Girl, fino ad una rallentata e robusta Copperhead Road di cui ricorrono i trent’anni. Puro Steve Earle sound, come l’abbiamo amato e come ci ha affascinato, sia nei brani più recenti che in quelli storici. La band ha il suono giusto, diretto ed energico, segue il leader macinando country, blues, irish, honky-tonk come se niente fosse, con scrupolo e attenzione. Kelley Looney si alterna tra basso acustico ed elettrico e insieme a Brad Pemberton alla batteria badano al sodo creando una base ritmica diretta e senza fronzoli. Chris Masterson alla chitarra elettrica è un’ottima spalla per Steve che gli lascia spesso spazio in interventi ben calibrati. Proprio lui e la moglie Eleanor Whitmore sono il fiore all’occhiello della band, lei bravissima al violino, lui efficace sia alla ritmica che nelle parti soliste, entrambi impegnati ai cori danno spessore e fantasia agli arrangiamenti, speziati dalla pedal steel di Ricky Ray Jackson.

Eleanor Whitmore

Tutto procede per il verso giusto, qualche momento di calo c’è, niente di male, l’età e la vita lasciano il segno, ma passa subito quando ci si avvia verso il finale. Il pubblico finora sembra un po’ freddino e potrebbe partecipare decisamente con più entusiasmo, ma tant’è, forse complici le sedie e la possibilità quindi di godersi lo spettacolo in assoluta comodità (però ragazzi, il rock va vissuto in piedi). Il carisma del texano scioglie comunque le ultime ritrosie e coinvolge gli spettatori in un finale tutto in piedi sotto al palco, com’è giusto che sia. L’ultimo degli hard-core troubadour scalda animo e cuori con una meravigliosa If Mama Could See Me seguita a ruota da una fantastica Fixin’ To Die, oscura, tesa, bluesy, per me il punto più alto del concerto insieme ad una tiratissima e splendida versione di Hey Joe e alla conclusiva Christmas In Washington, brano da pelle d’oca che mi ha ancora una volta lasciato senza fiato con la sua carica evocativa, lo stesso brano con cui ci eravamo salutati quattro anni fa, stavolta impreziosito dalla presenza della band. Un’accorata preghiera laica commovente e necessaria in questi anni difficili in cui l’America e il mondo intero sembrano perdere la retta via, schiacciati da odio e paura. Necessaria l’invocazione a Woody Guthrie perché faccia rinsavire il cuore degli uomini e ci faccia restare umani.

Questo è Steve Earle, uno dei grandi, indiscutibilmente!

So come back Woody Guthrie
Come back to us now
Tear your eyes from paradise
And rise again somehow”

Ricky Ray Jackson
Kelley Looney

The Mastersons

   

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