Articolo di Simone Nicastro immagini sonore di Alessandro Pedale

In questi mesi non sono stato del tutto corretto con Francesca Michielin: troppi sono i casi in cui l’ho nominata o citata solo a uso e consumo della mia dialettica e dei miei giudizi su una parte ben precisa di critica e “area musicale” sempre pronta a sentenziare il peggio e incapace, a mio avviso, di un sincero e aperto confronto. Ho sfruttato spesso Francesca perché, in qualche modo, lei incarna molte (se non proprio tutte) delle caratteristiche che questa “parte” sfrutta per bearsi di una loro presunta supremazia di critica valoriale sulla musica e sugli artisti di oggi (non vi ammorbo con gli esempi che quotidianamente potete trovare su ogni strumento social e pseudo critico/editoriale).

Quindi oggi voglio dire senza ulteriori indugi e divagazioni personali e superflue che Francesca Michielin per me è l’espressione musicale pop migliore di questo 2018 (almeno finora) nel nostro paese. Il suo album 2640 è un sunto di come si possa realizzare, anche in Italia, una selezione di canzoni semplici e non semplicistiche, cantabili e ballabili da tutti, forti di un linguaggio moderno senza tralasciare la nostra imprescindibile storia melodica, arrangiate e prodotte con un gusto trasversale, personale e in particolar modo aderenti a un “sound” ascoltabile anche oltre i nostri confini.
Se poi lo spettacolo dal vivo mette in evidenza una ragazza vocalmente impeccabile, pronta a confrontarsi personalmente con strumenti quali basso, percussioni e piano, con una presenza scenica carismatica e allo stesso tempo dolcissima, accompagnata da musicisti attenti e affiatati tra di loro, non posso che confermare e sottolineare il mio giudizio positivo su questa giovane e splendida artista.


L’esperienza live non mostra cedimenti durante l’oltre ora e mezza di esibizione: l’afro-beat alla Mura Masa di Tropicale, l’atmosfera sofisticata “Lorde-iana” di Lontano e Battito Di Ciglia, l’armonia leggermente chic/retrò di Noleggiami Un Film, le meraviglie “trip-itpop” di Io Non Abito Il Mare e Bolivia (nuovi piccoli inni per giovani e meno giovani non rassegnati al passatismo imperante).
Francesca si muove sul palco e coinvolge il pubblico. Poi si arma del basso e si esibisce nella electro-ballata di Due Galassie e in quella L’Amore Esiste che la liberò definitivamente, qualche anno fa, dal cono d’ombra di vincitrice di X-Factor. Comunicare evidenzia ancora di più la capacità della Michielin nel giostrare con agilità più registri possibili sia come autrice che come performer, soprattutto nel confronto, immediatamente dopo in scaletta, con una caramella zuccherosa come È Con Te.
Arriva il momento di sedersi al pianoforte e dare un nuovo significato estetico al brano Magnifico (in cui non si sente per niente la mancanza di Fedez, anzi), emozionare i fan con le dirette ma efficaci “ballads” E Se C’era e Un Cuore In Due (hit cantata a squarciagola da un gruppo di giovanissime fans alle mie spalle e lasciatemi dire quanto faccia piacere vedere ad un concerto anche una rappresentanza della tenera età) e infine trasformare i presenti in unico solo brivido con Scusa Se Non Ho Gli Occhi Azzurri.
Su quest’ultima permettetemi una brevissima divagazione anche se avevo promesso di non farne. Ho letto da più parti una sorta di ironia sulla capacità di scrittura di Francesca prendendo ad esempio proprio questo testo e denunciandone (dal pulpito “non si esce vivi dal cantautorato anni 60/70”) una banalizzazione tematica ed espressiva: Scusa Se Non Ho Gli Occhi Azzurri è una umanissima e tenera autoanalisi di una ragazza nei confronti di un amore vissuto senza nascondere(si) nessuna verità e banalità di sorta. Io mi auguro che le persone nell’esporsi (anche artisticamente) siano sempre più in grado di confrontarsi in maniera così schietta, magari arrossendo, che nascondersi sotto facili intellettualismi e/o orpelli poetici tanto belli quanto spesso inutili. A qualsiasi età.


Riprendendo invece il mio di racconto, giusto il momento di un sentito ringraziamento ad Elisa, autrice del primo singolo in assoluto in carriera della Michielin, con l’esecuzione del brano Distratto, poi si volteggia tutti insieme su Nessun Grado Di Separazione, la vera canzone vincitrice del 66° Festival di Sanremo.
Francesca in continua mutazione sul palco spinge sull’acceleratore esterofilo con la sua Amazing e soprattutto con una memorabile cover di Moster di Kanye West, dimostrando di saper maneggiare con abbastanza sicurezza anche il rappato, in parte anche in italiano. Prima dell’uscita di rito, Vulcano trasporta lo spettacolo nella sua dimensione più dance e divertente, lasciando ad Alonso, come primo bis, il compito di pacificare cuore e testa grazie a un testo incantevole e “sentito” adagiato su un pianoforte intimo e avvolgente.
I saluti infine sono pieni dei “grazie” multiculturali della riuscitissima Tapioca seguiti dell’ormai consueta discesa dell’artista e la sua band tra il pubblico per le versioni acustiche di un paio di ulteriori brani.
Francesca Michielin non solo mi ha confermato stasera quanto di ottimo pensavo di lei, ma mi ha dato la percezione concreta di essere sulla strada corretta per diventare ancora più centrale e rilevante nella scena popular nazionale dei prossimi anni. Mi auguro di non sbagliarmi e soprattutto che questa strada sia via via più sgombra di “ostacoli” francamente puerili e non connessi con lo stato reale delle cose. Almeno questo è il mio umile pensiero.