Intervista di Luca Franceschini

Loro dicono di no ma è indubbio che, oggi come oggi, gli EX possano essere visti come un’anomalia, nell’ambito del panorama musicale italiano. Al di là del fatto che non suonano né Trap né più genericamente Hip Pop (ma questo è il meno, c’è anche altra roba in giro, lo sappiamo), quello che colpisce è che hanno le chitarre in evidenza, solidamente poste come fondamento ritmico ma anche a plasmare l’impronta sonora del quartetto.

Un quartetto che è diventato tale solo a seguito della registrazione di “Bumaye”, lavoro che uscirà a settembre per Smav Factory, può essere considerato come il vero e proprio esordio del gruppo di Avellino. In precedenza erano un duo, ed avevano realizzato un Ep, piuttosto difficile da trovare. Oggi Gabriele Troisi, Daniele Carullo (ma la batteria è stata suonata anche da Giuseppe Di Vito), Marco Emilio Aversano e Salvatore Gaudino, sono pronti a regalarci nuova musica e a farcela sentire in modo più diffuso. “Bumaye” è un disco che non si vergogna di avere riferimenti “datati”, per così dire, e che punta tutto sulle chitarre (spesso acustiche), sulla vocalità e sul groove irresistibile che si sprigiona ad ogni brano. Recentemente lo hanno suonato in anteprima all’Ohibò di Milano ma noi purtroppo non siamo riusciti ad esserci. Abbiamo però dato lo stesso un ascolto alle tracce e raggiunto la band via mail, per uno scambio di battute rapido ma piuttosto esaustivo.

Ciao ragazzi, innanzitutto complimenti per il disco che ho trovato davvero piacevole e interessante. Penso che la vostra proposta si muova controcorrente rispetto a quel che va per la maggiore oggi in campo rock italiano. Da che cosa deriva questa attitudine direi più “classica” rispetto a quella di vostri molti colleghi?
Ti dico la verità, non saprei bene cosa intendere per attitudine più “classica” ma quello che posso dirti è che abbiamo lavorato sulle canzoni senza prefissarci questo o quel sound da raggiungere ma cercando la veste più adatta per ogni singolo pezzo, partendo appunto dalla “canzone” in sé.

So che venite da Avellino, non esattamente la realtà che uno ha in mente, quando si evoca una scena musicale. Come sono le cose lì? È vero che c’è una grande arretratezza o è semplicemente uno dei tanti luoghi comuni che girano sul nostro paese?
Parlare di arretratezza mi sembra esagerato, anche un po’ offensivo (pardon). Forse il fatto di venire dalla provincia, cosa che considero una risorsa incredibile, crea una smania di voler uscire a tutti i costi senza pensare davvero a cosa si voglia dire con la propria musica.
Ci sono però diverse realtà musicali interessanti e quello che forse ci manca è una rete davvero capace di arricchirle.

Il nome del gruppo, così breve ed evocativo, da dove viene fuori?
Banalmente, EX si trova scritto sui cartelli di pericolo nei distributori di benzina.

Questo è il vostro primo vero disco ma so che in precedenza avete inciso altra musica. Io non ho mai avuto modo di sentirla ma mi è stato detto che era molto diversa da quello che suonate ora. Mi vorreste per favore spiegare la natura di questa vostra evoluzione?
E’ sicuramente figlia di quello che dicevo prima, cioè del fatto di aver lavorato pensando alle “canzoni” che avevamo quando abbiamo deciso di fare il disco. Ci siamo smarcati dalla dimensione del jammare in garage (la nostra vecchia sala prove) su riff e brandelli di melodie e frasi appuntate qua e là.
Prima eravamo molto più istintivi, mentre ora il tutto è stato sicuramente più ragionato; però onestamente mi sembra che la matrice musicale sia rimasta la stessa. Poi sicuramente rispetto a quello che suonavamo prima in questo disco abbiamo avuto maggiore libertà nel far confluire ascolti diversi, dopo averli digeriti con calma.

E’ un disco, mi pare, molto basato sul groove, sull’intensità dei singoli passaggi e molto poco sulla velocità, tranne che in “Non è l’uscita”, che è l’episodio più tirato. Ci avete mai riflettuto o è un risultato spontaneo?
E’ effettivamente un risultato spontaneo e quel pezzo è proprio quello più legato a quell’attitudine istintiva di cui parlavo prima. Non lo abbiamo tenuto fuori perché tematicamente nella scrittura si lega ad altri pezzi del disco, la diversità è solo una questione di veste.

Altro elemento che mi ha colpito molto è l’uso massiccio della chitarra acustica, strumento che io amo moltissimo. Mi piacerebbe che approfondiste questo aspetto.
E’ stata una scelta di produzione, credo per dare una maggiore apertura e anche un suono più pop. Nei provini ne avevamo centellinato l’uso, perché era stata pensata per aggiungere un colore solo in alcuni brani. Poi nel disco l’abbiamo smarmellata un po’!

Un titolo come “Bumaye” da dove esce fuori?
È stata un’idea di Salvatore Gaudino, venuta fuori durante una delle sessioni di pre-produzione del disco a cui stavamo lavorando assieme. Mi pare avesse rivisto da poco il film “Alì” con Will Smith per cui gli era rimasta in testa la scena dove i supporters di Muhammad urlavano “Alì bumaye”.
Ci è piaciuto subito come suonava e per qualche ragione sentivamo che racchiudesse lo spirito di questo disco.

Ho notato che molti testi parlano di fuga e di velocità. In particolare, l’iniziale “Alta Velocità” sembra collegarsi parecchio a “Non è l’uscita”, che è anche il brano più potente del disco. C’è un reale filo conduttore o avete semplicemente buttato fuori quel che avevate dentro?
Quello che avevamo dentro è stato il reale filo conduttore. Questo ha fatto sì che i pezzi si legassero fra loro portando con sé anche po’ del posto da cui veniamo. La velocità del brano di cui parli è riferita al fatto che il pezzo l’ho scritto mentre ero in treno, sul tavolino di un Frecciarossa. “Non è l’uscita” invece è l’ultima frase di un libro, “American Psycho” di Bret Easton Ellis.

Nel disco c’è un brano su Muhammad Alì, che ho trovato molto affascinante, sia musicalmente che a livello testuale. Me ne parlate?
Il brano l’ho scritto con il mio amico Marco Emilio Aversano e non parla del pugile, ma di un ragazzo, uno di quei venditori di rose che non so perché vi divertite spesso a prendere in giro, che ho conosciuto e rivisto spesso. Il suo nome è appunto Muhammad Alì e non so, l’ho sempre trovato fortissimo, nonostante tutto.

So che avete da poco presentato il disco a Milano. Mi dite com’è andata? Avete altri concerti in programma?
Bene, all’Ohibò ti danno il frigo con le birre. È stata una prova importante per renderci conto di cosa va e cosa ancora non va del nostro live. Però devo dire che l’impressione è stata che siamo riusciti a “raccontare” qualcosa alle persone che erano lì.Qualche concerto estivo è in programma, sì.

Da ultimo, c’è una domanda che non vi ho fatto e a cui vorreste rispondere comunque?
Sì. Che cosa vi piace di più, veramente, nella vita? Gli autogrill.