Articolo e immagini sonore di Stefania D’Egidio

Ci sono emozioni indescrivibili, una di queste per me si chiama Burt Bacharach, novant’anni compiuti, di cui una gran parte passati al pianoforte; insieme al nostro Morricone, il più grande compositore del ventesimo secolo: ha scritto, composto e riarrangiato canzoni che hanno fatto la storia della musica degli ultimi cinquanta anni.

I migliori interpreti internazionali gli hanno reso omaggio nel corso della sua lunga carriera, da Aretha Franklin a Dionne Warwick, da Elvis Costello a Tom Jones, così importante nel panorama musicale mondiale da potersi persino concedere il lusso di rimandare a casa la donna dei record, quella Whitney Houston che in uno dei suoi momenti di “scarsa lucidità” non riusciva a ricordare il testo delle canzoni: correva l’anno 2000, cerimonia per l’assegnazione degli Oscar, con gli occhi del mondo puntati sul palco, non una serata qualsiasi…
L’ho inseguito per anni Burt Bacharach senza mai riuscire a raggiungerlo e, anche quando i miei gusti viravano verso metal e hard rock, in fondo al cassetto c’era sempre spazio per le sue romantiche melodie, perché in fondo è di questo che si tratta, canzoni d’amore, un amore di altri tempi, quello che ti fa credere di poter cambiare il mondo (“you and me can change the world”, come dice lui), quello che ti fa credere davvero che si possa amare in eterno un’altra persona.


Il palco è quello del teatro degli Arcimboldi di Milano, quale location migliore per eleganza e qualità dell’acustica? L’età media del pubblico è inevitabilmente sopra i quarant’anni e, del resto, che ne sanno i pischelli di oggi di pianoforti e violini?… loro che sono nati con computer e suoni sintetici.
Lo show inizia subito dopo le 21.00, con la band che, composta da dieci elementi, compreso Bacharach Jr., precede l’ingresso sul palco del Maestro; giusto un paio di minuti di attesa, un rapido movimento di luci ed ecco che lo si vede avanzare a passi incerti, un po’ curvo su se stesso, verso il pianoforte a coda piazzato al centro della scena.
Fisicamente gli anni si fanno sentire: nel dialogare con il pubblico Burt si appoggia più volte al pianoforte, quasi un’appendice del suo corpo, ma quando si posiziona davanti alla tastiera il vecchio leone comincia a ruggire alla sua maniera e, da autentico fuoriclasse qual è, cala subito un poker d’assi, aprendo con What the World Needs Now is Love e This Guy’s in Love with You seguiti da I say a Little Prayer e Do You Know the Way to San Josè; davanti a lui tre cantanti, voce maschile al centro e le due femminili sui lati.
Quasi in un medley senza sosta comincia a proporre tutti i grandi successi del suo immenso repertorio, senza bisogno di riservarli per il finale e ne ha scritti così tanti di capolavori che può permettersi anche di partire con il botto: Walk on By, Whishin’ and Hopin’, la splendida What’s New Pussycat?, che da bambina avevo conosciuto con la voce di Tom Jones.

Tra un brano e l’altro racconta degli aneddoti su come siano state scritte le canzoni che ci propone, sul rapporto speciale che lo lega all’Italia: ringrazia il suo fan club ufficiale, i cui membri siedono nelle prime file con tanto di maglietta con il suo volto stampato, ne sembra quasi sorpreso, e nel descrivere la magia di questo legame gli viene spontaneo improvvisare Magic Moments.
Alla sua destra c’è il figlio, seduto alla tastiera, la somiglianza fisica è notevole, dietro violino e fiati da un lato, piano elettrico, basso e batteria al centro e, davanti, i tre cantanti.
Più lo show va avanti, più ci si rende conto della grandezza del personaggio: brani come The Look of Love, Make it Easy on Yourself, On my Own e poi tutte le musiche composte per il cinema, Raindrops keep Fallin’ on my Head, Arthur’s theme. In quanti possono vantare una tale prolificità artistica? quarantotto brani entrati nella Top 10, nove al n.1, tre Oscar, sei Grammy, spaziando tra diversi stili musicali e anticipando addirittura la nascita del Lounge Jazz.


Il pubblico, me compresa, più volte si alza in piedi lasciandosi andare a lunghe standing ovation: tra i momenti più emozionanti sicuramente quando interpretano Raindrops keep Fallin’ on my Head, eseguita ben due volte, una nella versione originale, e poi nel bis, ad un ritmo più veloce, in stile marcia di Radetzky, con le nostre mani ad accompagnare compulsivamente, e la bellissima That’s What Friends Are For, inevitabile per me il confronto con la versione cantata dal quartetto Dionne Warwick, Stevie Wonder, Whitney Houston e Luther Vandross, quasi mi scappa una lacrima, nostalgia canaglia! Ma anche i tre bravissimi cantanti al seguito di Burt stasera non sfigurano affatto e, del resto, per suonare con un tale mostro sacro, non sei di certo l’ultimo dei pirla.
Un concerto che resterà scolpito nella mia mente e nel mio cuore finchè sarò in grado di ricordare, e anche quando la memoria mi avrà abbandonato, avrò sempre le mie foto a rendere eterni gli attimi di amore catturati stasera, perché in fondo “ciò di cui il mondo ha bisogno è solo amore, dolce amore”.