Eels @ BlueBalls Festival, Lucerna (Ch), 20 luglio 2018

Postato il Aggiornato il

Articolo di Luca Franceschini

Il fatto di essersi spinti fino a Lucerna per vedere gli Eels può sembrare assurdo ma solo fino ad un certo punto: la data italiana della band si era svolta a fine giugno a Cesena. Ottima location ma un po’ troppo lontana da Milano e, particolare non indifferente, incastrata tra due dei tre concerti italiani dei Pearl Jam, a Rho e Padova. Un po’ complicato vederseli tutti e due optando nel frattempo per una gita in Romagna!

A conti fatti, molto meglio la cittadina svizzera, a poco meno di tre ore Milano, anche se l’esodo notturno dei tedeschi in Italia con conseguente intasamento della zona del Gottardo, trasformerà il viaggio di ritorno in un mezzo inferno (ma ora che tutto è finito possiamo dire che avrebbe potuto andare anche molto peggio!).
Il concerto è in programma alla KKL Luzerner Saal, una sorta di centro congressi elegante e ordinatissimo in pieno stile svizzero. Siamo all’interno di una rassegna chiamata Blue Balls Festival e fuori dall’edificio c’è un’area piena di bancarelle di Street Food e un palchetto dove, al termine dell’esibizione degli Eels, ci sarà una festa a base di musica e live painting (noi ovviamente non ci siamo fermati ma il programma sembrava più o meno quello).

In apertura i Keir, un gruppo britannico che al momento ha fatto uscire giusto una manciata di singoli e che personalmente non avevo mai sentito nominare. Il loro è un rock robusto e allo stesso tempo ammantato di atmosfera, con qualche passaggio che ricorda i Led Zeppelin del primo periodo ed una naturale propensione a ricercare l’hit single vincente. Tiene su tutto la voce, potente e dotata di un’ampia estensione. Non so dove arriveranno e se arriveranno da qualche parte, dopotutto la loro proposta è molto standardizzata e nella quarantina di minuti che hanno suonato non ho sentito nessun brano che mi sia sembrato sopra la media. Detto questo, è un buon gruppo e vale la pena aspettarli alla prova dell’album di esordio. Di consensi, comunque, ne hanno ricevuti parecchi, a giudicare dall’ovazione che il pubblico ha loro tributato, che è continuata per un bel pezzo dopo che hanno lasciato il palco.

Il pubblico, dicevamo. Ecco, quello è un altro particolare decisamente svizzero: al di là dell’età media piuttosto elevata (c’erano diversi giovani ma, come mi ha fatto giustamente notare il mio compagno di viaggio, anche loro sembravano vecchi) quello che stupisce è l’estrema compostezza. Partecipazione calorosa ma sempre molto tranquilla, quasi al rallentatore, nessuna particolare ansia da prestazione, tanto che, a pochi minuti dall’inizio, ci siamo posizionati senza problemi a mezzo metro dalle transenne, con ancora un sacco di spazio vitale a disposizione.
Mark Oliver Everett e i suoi tre compagni d’avventura si presentano alle 22 come da programma, con una puntualità in tutto e per tutto degna del paese in cui suonano. Assieme a lui ci sono sempre il chitarrista Jeff Lyster (The Chet) e il bassista Allen Hunter (Big Al), parte fissa della Line Up degli ultimi anni. Alla batteria è da segnalare invece il nuovo ingresso Joe Mengis (Little Joe, omaggiato durante la presentazione della band con un cameo dell’omonima canzone) che se la caverà alla grande per tutta la serata.
Niente tastiere e questo sorprende un po’, dato lo spazio che questo strumento ha sempre avuto nella definizione del sound dell’act americano.

La verità la scopriremo presto: i nostri salgono sul palco quasi di corsa, suonando trombette da stadio, agitando percussioni varie e in generale, facendo un bel po’ di casino. L’inizio è roboante, con due versioni ultra elettriche di “Out in the Street” (The Who) e “Raspberry Beret” (Prince): partire con due cover quando si ha a disposizione un repertorio sterminato può apparire una scelta fuori luogo, nonostante loro abbiano sempre suonato pezzi altrui, ma in realtà ha un senso, nel caso particolare. Questo tour, sull’onda della scommessa di una nuova fiducia nel mondo e nel prossimo espressa nelle canzoni dell’ultimo “The Deconstruction”, vuole essere più che altro una grande festa. E per fare questo, rispetto ad alcuni degli allestimenti precedenti, più stratificati dal punto di vista sonoro, si è scelto un approccio più essenziale, imperniato sul vecchio trio basso-chitarra-batteria. Una formula che rischia di venir liquidata come semplicistica, in questi anni di mega produzioni ma che in verità possiede ancora una sua intrinseca ed inalterata efficacia.
Quel che sentiremo stasera, nell’arco delle quasi due ore del concerto, è rock and roll allo stato puro, viscerale ed emozionante, creato dall’alchimia di quattro persone che suonano insieme. È la cosa più semplice, quasi banale ma è all’origine stessa di questa musica e calata nel repertorio degli Eels funziona alla grande.

I quattro sono decisamente su di giri, con Mark piacione ed esilarante come al solito, che scherza sul fatto che questa è l’ultima data del tour (“Adesso facciamo qualche pezzo lento perché non ho più l’età per suonare solo rock and roll a tutto volume, rischio di morire sul palco! Anzi, in realtà potrebbe essere una buona idea: morire sul palco, all’ultima data… ecco, preparate le telecamere che non si sa mai!”) e si lancia in una serie di battute sporche ruotanti attorno al significato che l’espressione “Blue Balls” ha in America. Scegliamo di non riportare, per rispetto alle donne che eventualmente leggeranno ma assicuro che è stato davvero divertente. Anche i continui scambi coi suoi musicisti, densi d’ironia e di simpatica goliardia, mostrano un’atmosfera rilassata e spontanea, a dimostrazione che questo tour (“Il più bello degli ultimi 25 anni!” ha dichiarato il leader dal palco) è andato veramente bene.
I brani in scaletta sono tanti, con i pezzi più tirati che si alternano alle ballate dando un’impressione di grande respiro e continuità. Non c’è molto dall’ultimo disco, con la title track e primo singolo incredibilmente lasciata fuori, ma quelle che ci sono (“Bone Dry”, “Rusty Pipes”, “Today is the Day” e una potente “You Are the Shining Light”, con un gran lavoro di The Chet alle percussioni) funzionano perfettamente, a dimostrazione di un disco che pur lontano dai capolavoro del passato, ha comunque riportato Mr. E su livelli più che dignitosi.

Viene suonato un po’ di tutto, per il resto, senza prediligere un disco a discapito di un altro: particolarmente intensi ed emozionanti sono stati alcuni degli episodi più soft, tra cui “Dirty Girl” (in versione lenta, quasi da ballata Country) e “Climbing To the Moon”, mentre “I’m Going to Stop Pretending That I Didn’t Break Your Heart”, lentissima ed ipnotica, è stata tra le cose più riuscite dal punto di vista musicale.
Il gruppo si è scatenato però soprattutto con i brani più rocciosi, spesso venati di Blues sporco, con quel feeling a la Tom Waits, da sempre tra i marchi di fabbrica della scrittura di Everett: “Dog Faced Boy”, “Prizefighter”, “Open My Present”, la trascinante “Flyswatter”, sono anch’esse da annoverare tra i momenti più belli della serata.
E ovviamente ci sono i classici (se così possiamo chiamarli, per un gruppo che ha sempre tenuto un basso profilo): “My Beloved Monster”, “Novocaine For the Soul”, “I Like Birds”, proposta in una chiassosa versione accelerata ed ultra elettrica.

I bis, tra il tripudio generale di un pubblico che finalmente si è scaldato e non sembra proprio volerli lasciar andare, iniziano con una toccante versione di “When You Were Mine”, secondo omaggio della serata al catalogo di Prince. Poi, dopo un divertente sketch di Mr. E che richiama a gran voce i suoi, immaginandoli intenti nel backstage a farsi intrattenere dalle groupie (“Sapete com’è, nell’ultima data del tour queste cose sono normali”, scherza coi presenti), viene proposta una “Mr. E’s Beautiful Blues” camuffata da gioiosa cavalcata elettrica, una “Fresh Blood” che, lenta ed oscura, ne rappresenta il perfetto contraltare e, per finire, si ritorna al Soft Rock con un piccolo medley comprendente “Love and Mercy” di Brian Wilson, “Blinking Lights (For Me)” e “Wonderful, Glorious”.
Bello vedere gli Eels così in forma, bello vedere Mark ormai in pace con i suoi fantasmi e desideroso di far festa con i propri fan. Per chi se li fosse persi a Cesena, la speranza è che ritornino la prossima primavera, magari per più di una data.

Photo credits: Jérémie Dubois

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