Intervista di Luca Franceschini

“Buena Sosta” è il secondo ep dei lombardi Malkovic, uscito a due anni di distanza dal precedente, omonimo esordio. Un lavoro che si muove lungo le stesse coordinate, fatte di esplosioni chitarristiche, riverberi e ritmiche serrate, con un gusto per quelle melodie intrise di passione e sofferenza tipiche di certi anni ’90. Un gruppo che va controcorrente rispetto a quanto in Italia sembrano ora essere le sonorità “alla moda” ma che suonano così bene e con così tanta passione che davvero non ce ne può fregare nulla. Anche perché, chi mai ha detto che il suonare “up to date” debba essere un requisito indispensabile per essere apprezzati?

Ho raggiunto per telefono il cantante e chitarrista Giovanni Pedersini, fondatore e anima di un trio che comunque si concepisce come un’entità unica, il collettivo è sempre più importante dei singoli. Abbiamo parlato di tante cose: di “Buena Sosta”, del disco nuovo che hanno registrato e che uscirà prossimamente, dell’abbandono del batterista Elia Pastori (che oggi, tra gli altri, suona con L I M e NAVA), dell’ingresso in pianta stabile di Simone Bossini, di concerti, cantautori italiani, scrittura di testi e altro…
Da leggere, soprattutto perché Giovanni, oltre ad essere disponibile e simpaticissimo, è uno che ama davvero tanto quello che fa. E questo, al di là di ogni rischio di retorica, è la cosa più importante in assoluto…

Partiamo dal vostro ultimo ep. L’ho trovato molto bello e ci ho visto anche un certo miglioramento in sede di scrittura. Il marchio di fabbrica è sempre il vostro ma questo l’ho trovato più rifinito, anche in fase di produzione: ho visto che avete lavorato con Marco Giuradei per cui poi magari parliamo anche di questo. Ti chiederei quindi di dirmi qualcosa su questo prodotto, anche cercando di rispondere al come mai avete scelto di fare uscire un altro ep e non subito il disco vero e proprio, a cui so che state lavorando…
In realtà questi sono cinque pezzi che abbiamo deciso di registrare quando Elia ha deciso di andarsene dal gruppo. La cosa è successa giusto un anno fa, quando stavamo proprio iniziando a progettare il disco nuovo. Nel frattempo lui era diventato un batterista professionista, era già da due anni almeno che suonava ad alti livelli e quindi ha dovuto prendere una decisione. La cosa all’inizio è stata dolorosa, ci ha spaesato perché non siamo mai stati il classico gruppo dove uno scrive e gli altri si adattano: tutto quello che abbiamo fatto lo abbiamo fatto insieme, essendo anche in tre, il processo creativo è sempre stata una roba di tutti. Io faccio la mia parte coi testi ma poi la musica nasce sempre da un lavoro di gruppo per cui capirai che perdere uno così all’improvviso è stato disorientante. Questo avvenimento quindi ci ha ribaltato i piani però è stato anche molto bello perché io e Fabio Copeta (il bassista NDA) ci siamo guardati in faccia e ci siamo detti che avevamo ancora voglia di suonare! Anche perché Elia ci ha lasciato proprio quando eravamo in un momento creativo davvero intenso, è stato un po’ come la tipa che ti molla dopo che hai appena deciso che le darai l’anello (Risate NDA)! In tutto questo quindi ci siamo chiesti con chi avremmo voluto andare avanti.

Di batteristi validi ne conoscevamo molti ma alla fine abbiamo deciso di chiedere a Simone Bossini: con lui abbiamo sempre avuto un rapporto molto speciale, ci suonavamo insieme ai tempi del liceo, ci eravamo un po’ persi di vista, lui nel frattempo si era messo a fare il dentista per cui anche questa cosa è particolare, una rockstar dentista, non si vede tutti i giorni (Risate NDA)… fatto sta che comunque ci siamo beccati un pomeriggio, dopo sei anni che non ci si vedeva più e lui ha accettato volentieri, anche se era da un po’ che non suonava. Nel frattempo siamo tornati a provare a Brescia, nel piccolo paese da cui veniamo. Tornavamo da Milano al venerdì e al sabato ci chiudevamo in sala prove. E direi che abbiamo ingranato subito, dato che nel giro di tre mesi appena abbiamo tirato fuori un sacco di pezzi nuovi! Tanto che chi ha già ascoltato i rough mix del disco che uscirà, si è detto molto stupito perché, oltre ad apprezzare i brani, ci ha visto anche una certa differenza col nostro solito sound. I brani dei due ep sono molto pestati, ci sono distorsori grossi, tempi sostenuti… adesso invece è venuta fuori una maggiore attenzione al suono, una particolare cura in sede di scrittura, ed è una cosa che non è stata né forzata né studiata a tavolino, sono venute fuori così, sono canzoni dove neppure accendo l’overdrive, cosa niente affatto scontata per me! Ma aspetta un attimo, tu mi avevi chiesto dell’ep, ti sto parlando di tutt’altro (risate NDA)!

Vai tranquillo, è utile anche sapere queste cose!
Comunque, per finire e per tornare alla domanda: è stato un anno abbastanza intenso e alla fine abbiamo deciso di pubblicare queste cinque canzoni che avevamo scritto con Elia. Si tratta quindi di una raccolta di questi ultimi pezzi che abbiamo scritto con lui e che ormai già da un anno stavamo portando dal vivo. Sono quattro brani veri e propri più “Chitarrina”, che è la prima traccia in assoluto che io ed Elia abbiamo scritto insieme e che è anche quella che ha aperto tutti i concerti dei Malkovic da quando i Malkovic esistono. Adesso non la facciamo più, abbiamo deciso che rimarrà per sempre nel nostro ep ma che non verrà mai più suonata dal vivo…

Un po’ come quei calciatori di cui la squadra decide di ritirare il numero di maglia…
Esattamente. Adesso abbiamo la nostra nuova strumentale con cui aprire, che sarà anche la prima canzone del disco che uscirà…

Si potrebbe quindi dire che sia un disco di commiato, che in qualche modo chiude un’era…
Io direi più di passaggio, perché è uscito in un periodo in cui Elia se n’era già andato da un po’ e noi stavamo già suonando con Simone da qualche mese. Sì, forse anche di commiato… oddio non è morto però… (risate NDA)

E invece Marco Giuradei?
Lui in realtà ci ha seguiti durante la fase di registrazione. La produzione, tra una cosa e l’altra, la facciamo sempre noi da soli. Non so, fino ad ora ci è sempre venuto fuori naturalmente e anche adesso, con Simone, preferiamo che sia un prodotto che venga fuori proprio da noi, che anche la fase del “Labor limae”, per così dire, sia roba nostra. Per quanto riguarda invece il disco nuovo, tutta la fase di registrazione è stata seguita da Davide Magni, che era tra le altre cose il chitarrista de La Macchina di Von Neumann, che è tipo il nostro gruppo preferito…

Senti voi fate musica piuttosto “anni ‘90”, per così dire: tante chitarre, un’attitudine rock molto marcata, riferimenti chiari a quelli che sono i primi Verdena, soprattutto penso a dischi come “Solo un grande sasso” o “Il suicidio del samurai”. Allo stesso tempo però, avete una scrittura molto fluida, i brani scorrono liberamente, senza dare troppi punti di riferimento, spesso non inquadrati in una struttura definita… volevo chiederti più nel dettaglio come nasce un vostro pezzo e anche se le nuove canzoni hanno mantenuto queste caratteristiche…
E’ strano parlarne nel senso che, come ti ho detto prima, non è mai una cosa che nasce a tavolino. Anche la questione delle chitarre, è un elemento su cui non abbiamo mai ragionato perché alla fine, quello che ci interessa è arrivare a dire le cose che vogliamo dire nel modo più diretto possibile, senza bisogno di cedere a compromessi. Ricordo che qualche anno fa con Elia avevamo provato per mesi a mettere una Drum Machine o dei Synth su alcune canzoni. È una cosa che ci eravamo imposti di fare ma ci siamo accorti che non ci veniva naturale per cui è stato molto bello perché da lì in avanti abbiamo lasciato perdere e abbiamo ripreso a cannone a seguire quella che era la nostra dimensione più consona. Quindi non è che vogliamo fare una crociata in favore delle chitarre, eh! È proprio che ci esce così! Qual era poi l’altra cosa che mi hai chiesto?

Sul processo di scrittura dei pezzi.
Ah sì! Anche qui, dipende. Alcuni sono usciti in cinque minuti, ad esempio “Nucleare” o “Ufo”: normalmente questo tipo di canzoni nascono in periodi in cui non sto molto bene. Ricordo di averle portate in sala prove e anche con gli altri le abbiamo completate in pochissimo tempo. Altre invece, soprattutto alcune di quelle nuove, hanno bisogno di essere elaborate più a lungo, nel senso che nascono durante giornate intere in sala prove, dove io, Fabio e Simone creiamo senza fretta, prendendoci tutto il tempo che ci serve, elaborando le tantissime idee che di volta in volta ci vengono. E poi diciamo che nasce quasi sempre prima la musica: il testo normalmente lo metto dopo, lavorando su determinate sensazioni che quel pezzo mi comunica. Poi… basta direi, non riesco davvero a dirti di più delle canzoni!

Va bene così, in effetti queste sono cose che non si devono per forza discutere, è un po’ una mania di noi giornalisti… senti, andando invece sui testi. Mi pare che i vostri siano piuttosto atipici, almeno a giudicare dagli standard italiani. Lavori molto per immagini, più che per concetti. Ovviamente non ti chiedo di spiegarmi i testi…
Anche perché avrei bisogno di un bel po’ di birra (risate NDA)!

Però magari se puoi dirmi qualcosa, in particolare sul titolo “Buena sosta”, che mi pare molto azzeccato. Oltretutto, c’è questa copertina un po’ surrealista, che vi si sposa bene…
E’ nato quasi per caso. Nell’ultimo anno che abbiamo suonato insieme ad Elia ci trovavamo in un box che lui aveva affittato, al piano -5 di un parcheggio sotterraneo, in Porta Venezia, a Milano e che dividevamo con altri gruppi. Ogni volta che scendevamo giù, all’entrata c’era questo simpaticissimo smile che ci augurava “Buona sosta”. E niente, è stata la classica cosa che a furia di vederla, di scherzarci sopra, per quelle associazioni mentali strane, per quei collegamenti che ti vengono un po’ a caso, mentre stavo scrivendo il testo di quella che sarebbe divenuta la title track, mi sono accorto che il concetto che stava permeando un po’ tutte le nuove canzoni, ciò che ci stava determinando in quel periodo, era quello che aveva a che vedere con la permanenza delle cose. Tutto questo, legato anche ad un periodo particolare per me, perché mi sono capitate delle cose belle ma anche delle cose molto pesanti, esperienze che mi hanno interrogato molto e che poi, in un modo o nell’altro sono entrate nei testi, anche se è difficile dirti in che modo: come hai detto tu prima, non sono molto chiaro, vado avanti per immagini, che magari per me hanno senso ma che ad un ascoltatore esterno non dicono nulla. “Buena sosta” è nata proprio da questo, da un periodo in cui mi sono più volte chiesto che cosa rimanga davvero nella vita dopo tutto quello che mi è capitato e se davvero qualcosa può restare. Poi chissà, magari un giorno riuscirò a parlarne meglio. Più che altro, c’è una cosa che una volta mi ha detto un amico, uno che negli anni si è affezionato tantissimo alla musica che facciamo; lui mi faceva notare che, rispetto a tanta musica che c’è in giro oggi, io sono molto lirico, nel senso che magari non si capisce niente di quello che dico ma è evidente che sto più attento alle singole parole usate e che questo, dice lui, è magari anacronistico ma funziona…
 

Io penso che sia vero il vecchio detto per cui nel momento in cui un artista scrive una cosa, poi quella è di tutti, indipendentemente dal significato primario che avrebbe dovuto avere. E anche per gli stili di scrittura, credo ci sia posto per tutti, da un Calcutta a un Paolo Benvegnù, l’importante è che le cose che scrivono intercettino qualcuno…
Poi io non mi sento un cantautore, eh! Il discorso della scrittura è un qualcosa che sto approfondendo in questi ultimi anni ma non mi sento così bravo…

Cambiando argomento: avete appena registrato questa versione particolare di “Cara” che, tra parentesi, è il mio pezzo preferito di Lucio Dalla…
Davvero?

Sì, ma proprio preferito in assoluto, in modo totale. Se tu dici: “Lucio Dalla”, a me viene in mente questa canzone qui che, tra l’altro, è anche uno degli apici della musica italiana di tutti i tempi. Comunque, tutto questo per dire che, appena ho visto che ne avevate fatta una vostra versione, ho detto: “Caspita!”… Che poi non è neanche il brano che uno si aspetterebbe da voi, no?
Diciamo che ho avuto sempre una pecca musicale, se così si può dire: non ho mai ascoltato i cantautori tipo Dalla, De Gregori, ecc. A Dalla in particolare sono arrivato molto tardi, qualche anno fa, ma mi ha aperto un mondo, lui è uno che dal punto di vista della scrittura, per tornare a quello che dicevamo prima, è ad un livello superiore, tira fuori delle immagini (e dentro “Cara” ce ne sono parecchie) che proprio ti spiazzano. Ascolti una sua canzone e ti stupisci di come sia arrivato a dire certe cose, con quelle determinate parole… ecco, “Cara” è uno di quei pezzi lì, la prima volta che l’ho sentito mi ha ribaltato ed è un pezzo che mi è sempre rimasto in mente. Fatto sta che quando abbiamo avuto questa “svolta” di cui ti dicevo prima, ci siamo detti: “Ma perché, ora che stiamo approfondendo tutta un’altra sfera sonora, non proviamo a farlo?”. E così una volta sono entrato in sala prove, ho iniziato a suonarlo con un giro che più o meno riprendeva quegli accordi lì (perché poi musicalmente l’abbiamo cambiata molto) e abbiamo deciso di tagliarlo in due e di partire dalla seconda parte; un po’ perché è la mia parte preferita, rappresenta il momento in cui la canzone si apre, esplode e mi apre davvero il cuore; un po’ perché farla tutta intera… abbiamo pensato che sarebbe risultata troppo pesante. Sai, un conto se la fa Dalla, ma noi… e quindi è nata così, ormai è da diversi mesi che la portiamo in giro e la stiamo approfondendo sempre di più, man mano che la suoniamo…

A questo punto ti faccio una domanda sui concerti: come stanno andando? Io vi avevo visto una sola volta, all’epoca del primo ep, e mi aveva sorpreso la padronanza del palco che già avevate, la potenza del suono, l’affiatamento in generale… come sta andando ora, con la nuova formazione?
Direi bene! Dentro tutta questa dinamica che ti raccontavo prima, non c’è stato né il tempo, né la decisione di organizzare un tour serio. Però nelle ultime date che abbiamo fatto, questa primavera, ci sono state delle serate molto belle: abbiamo aperto il concerto dei Suuns al Magnolia ma poi ce la siamo girata un po’, siamo finalmente usciti dalla Lombardia, siamo andati a Trento, ad un festival molto carino… adesso quello che vogliamo fare, ora che i pezzi del disco sono pronti e che abbiamo una maggiore sicurezza, pensiamo che riusciremo a fare molto di più, ad allargare il nostro raggio di attività. Sai, adesso con Simone, dopo un inizio lento, ci siamo rodati, sto percependo una maggiore attenzione per questo progetto, è bello andare nei posti dove trovi gente che è attenta a quello che stai facendo. Anche perché non siamo così immediati, non facciamo musica che si può apprezzare e capire al primo ascolto però, nonostante questo, c’è gente che sta credendo in noi e ci fa decisamente molto piacere! È quello che ci piace più fare nella vita e crediamo che la dimensione live sia quella che ci valorizza al meglio. Detto questo, non è la nostra prerogativa avere successo, ma staremo a vedere quel che succederà!