Articolo di Stefania D’Egidio

Confesso di aver ascoltato Raise Vibration più volte nell’arco della settimana, non perché sia un album che abbia bisogno di essere metabolizzato, ma per cercare di mettere in ordine le tante idee che mi frullano per la testa: ci sarebbe tanto da dire su Lenny, a partire dal suo fisico statuario che sfida ogni legge di natura e risveglierebbe le tempeste ormonali persino ad un cadavere, tanto che ci si potrebbe scrivere un trattato di anatomia…

Ma restiamo sulla musica: l’album è l’undicesimo in studio, uscito il 7 settembre per l’etichetta Roxie Records, lungo, ben 12 tracce per un totale di  64 minuti, dal sapore tremendamente seventy, lo si capisce  dagli accordi di chitarra suonati alla  Nile Rodgers, dalle linee di basso che ricordano molto l’epoca d’oro della disco, come in 5 More Days ‘Til Summer, dall’uso dei fiati nei momenti strategici dei pezzi, dalle ritmiche semplici, ma incisive: che bello è l’intro di batteria di Low?

Sicuramente i puristi diranno che non è un lavoro all’altezza di Five o di Mama said, ma certi capolavori sono possibili solo una volta nella carriera di un artista, poi non resta che mantenersi sullo standard per non deludere le aspettative dei fans e lui comunque lo sa fare benissimo perché ad ogni lavoro riesce a tirare fuori quelle tre, quattro hit che poi andranno ad impinguare la sua discografia. Qualcuno lo rimprovera persino di saccheggiare a man bassa il repertorio degli anni settanta: è vero la linea di basso di The Chamber ricordava molto Love is in the air di John Paul Young e la stessa Low riporta alla memoria suoni già sentiti (mi sembra di sentire in campionamento Hypnotize di Notorious Big), ma un conto è copiare, un conto è rielaborare e creare qualcosa di nuovo dal vecchio.

Raise Vibration è un album piacevole, attuale e vintage nello stesso tempo, canzoni come It’s enough e The Majesty of Love starebbero bene persino in un telefilm d’epoca come Starsky e Hutch o Le Strade di San Francisco, in più contiene un lento strappamutande come non se ne sentivano dagli anni ’80, la bellissima Johnny Cash, in cui Lenny racconta di come il re del country lo abbia aiutato nel momento più buio della sua vita, il giorno in cui, ospite a casa del produttore Rick Rubin, ricevette la telefonata che gli annunciava la morte di sua madre. Cash e consorte, lì per un caso, lo abbracciarono come fosse stato uno di famiglia pur non avendolo mai visto prima.

Un legame indissolubile quello con la madre, l’attrice Roxie Rocker, cui aveva dedicato in passato anche Thinking of you nell’album Five, e ora un’altra bellissima ballad per lei, il pezzo da ballare stretti stretti o cantare ad accendino acceso.

Immagino già le lucine accese al Forum di Assago il prossimo maggio…

I testi sono semplici e diretti, non le manda mai a dire il vecchio caro Lenny, Here to Love ad esempio è un inno contro il razzismo, un’ode all’Amore: “Pensa due volte prima di scagliare la pietra/non siamo qui per giudicare/siamo qui per amare/non c’è spazio per l’odio/siamo solo una razza umana/siamo qui per amare/non c’è più tempo da perdere”. Metà predicatore e metà tombeur de femmes, Kravitz incarna il prototipo dell’afroamericano di successo, bello, intelligente, sensibile, quello che ogni donna di buon senso vorrebbe al suo fianco, ma che piace anche ai maschi, non a caso in Low lui stesso si domanda se la sua sessualità debba creare una tale tragedia.

Quindi perché comprare Raise Vibration: perché è un album grezzo, schietto, sincero, senza troppi fronzoli, in cui l’unico virtuosismo è l’assolo di chitarra in Who Really Are the Monsters?

Voto 10/10

Tracklist:

We Can Get It All Together
Low
Who really are the Monsters
Raise Vibration
Johnny Cash
Here to Love
It’s Enough
5 More Days ‘Til Summer
The Majesty of Love
Gold Dust
Ride
I’ll Always Be Inside Your Soul