Intervista di Luca Franceschini, immagini sonore di Alessandro Pedale

“Precipitazioni” è stato uno dei dischi che ha maggiormente attirato la mia attenzione quest’anno e sono certo di non essere il solo. Questo suo modo di essere Pop senza rinunciare alla sofisticatezza, realizzando canzoni che sono un gioiello di produzione e di tecnica vocale (uno dei timbri più interessanti sulla piazza per me, almeno tra gli artisti delle ultime generazioni), elementi che si compenetrano alla perfezione per andare a comporre un lavoro che non appartiene né all’It Pop oggi imperante, né a tutto il calderone Rap Trap e affini. Un disco che guarda all’estero nelle sonorità che sceglie di vestire ma che allo stesso tempo, grazie al cantato in italiano, dimostra di voler aspirare ad essere molto di più di una scialba copia dei modelli anglosassoni.

La cosa divertente è che quando incontro Carolina Guidi, la principale artefice del progetto CRLN (Alberto Brutti, con cui ha realizzato tutte le parti strumentali del disco, non è più con lei da qualche mese), di tutte queste cose non sembra rendersi conto. O meglio, lo sa benissimo ma l’espressione aperta e sorridente con cui mi si presenta e il modo spontaneo ed entusiasta con cui risponde alle mie domande, denotano che, prima ancora di essere un nome potenzialmente destinato ad esplodere (le premesse ci sono tutte, così come i primi segni concreti), è una ragazza che ama cantare, scrivere canzoni, e che ha tutta l’intenzione di godersi il momento.
Anche per questo, l’intervista che ho fatto con lei è stata decisamente piacevole, come spero avrete modo di accorgervi.

Innanzitutto complimenti per il disco, che ho trovato splendido! Lo sto ascoltando molto e mi piace veramente tanto!
Ti ringrazio!

Rispetto al tuo primo ep, direi che l’ho trovato un po’ più “secco”, asciutto quasi, con i Beat molto più in evidenza…
Meno Soul, anche…

Certo anche questo. Ci ho visto un po’ di Trip Hop, certe cose a la Portishead escono fuori a tratti…
Sì certo, io e Alberto ce li siamo ascoltati molto…

E per finire, l’ho trovato anche più cupo, da un certo punto di vista. Quindi non saprei, non è una vera e propria domanda però mi piacerebbe capire bene che itinerario hai seguito nella scrittura di questi brani: da dove sei partita, se dai testi o da qualche frammento melodico, e come hai fatto ad arrivare qui…
I testi sono arrivati tutti dopo le parti strumentali. Mentre Alberto produceva, io gli davo delle direttive piuttosto precise e nel frattempo abbozzavo qualcosa, però a livello di stesura definitiva sono arrivati tutti dopo. Per quanto riguarda i riferimenti, sono tornata indietro a quello che ascoltavo prima di entrare nell’etichetta: Subsonica, Verdena… un po’ si sente forse…

I Subsonica sicuramente sì. I Verdena li sento meno ma immagino che le influenze di un artista finiscano nei dischi in modo sempre molto indiretto, no?
Beh una canzone come “Blu” rimanda tantissimo ai Subsonica, in quel periodo mi ero proprio chiusa ad ascoltare quelle cose lì…

E’ un disco abbastanza difficile, tra l’altro. Da questo punto di vista le canzoni dell’ep erano molto più immediate, più “Pop”, passami il termine, mentre invece questo è anche molto più curato musicalmente…
Secondo me sull’ep si sente che ero appena entrata in Macro Beats: ero nuova, inesperta per cui non ho imposto tanto le mie idee. Si sente che c’è tanto Macro Marco, c’è tanto Soul, RnB, perché sono le sonorità da cui nasce l’etichetta, mentre invece in questo album Macro non ha prodotto niente, ha solo supervisionato. Mi sono sentita molto più tranquilla, mi sono anche divertita, diciamo che ho fatto proprio tutto quello che volevo…

Non c’è stata quindi una spinta per farti andare in una direzione piuttosto che in un’altra?
No. Anche le domande che mi fanno: “Ti sei ispirata a qualcuno in particolare?”, ecco, direi che è un disco “di petto”, abbiamo preso tutto in modo molto istintivo, non è un lavoro “studiato”, sicuramente. Non so se si senta…

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Beh è comunque un disco molto ricercato, secondo me, avete tirato fuori dei bellissimi suoni. Un altro aspetto che mi colpisce è questo: nel panorama italiano di questi ultimi anni, se penso ai dischi che sono usciti, mi pare che l’aspetto vocale non sia molto considerato. Voglio dire, contano molto di più le canzoni del fatto che chi le canta lo sappia fare o meno. Che sia una produzione elettronica (e allora per forza contano i suoni), o che ci si rifaccia al cantautorato tradizionale, la voce alla fin fine non deve essere chissà quanto bella o tecnicamente impostata…
Anche i testi magari…

Sì, anche. C’è una prevalenza dei ritornelli urlati, studiati apposta perché si possano cantare in coro… quelle cose lì. Quel che mi colpisce invece del tuo disco è che pur non usando la voce in maniera canonica, canti benissimo, anche il tuo timbro mi piace molto…
Grazie.

Ecco, questa cosa qui, unita al fatto di avere delle canzoni ben scritte e ancora meglio prodotte, a mio parere costituisce un valore aggiunto. Magari mi sbaglio, ma non mi sembra che al momento ci siano molti artisti come te in italia…
Magari ci sono anche ma cantano in inglese… infatti molto spesso mi chiedono come mi trovi in questo ambiente Indie e io rispondo sempre: “Indie? Che roba è? (risate NDA)” Non mi ci ritrovo e sinceramente mi sento abbastanza sola nella scena musicale. Però quelle cose che sento vicine sono sempre cantate in inglese, per esempio Birthh…

Ho letto che siete amiche, tra l’altro…
Sì, lei è proprio bravissima!

Ecco, però questa cosa apre un altro fronte della discussione, che mi sembra molto interessante: c’è un po’ il rischio, se canti in inglese, di appiattirsi su modelli standard. Vedi, per esempio Birthh…
L’hai sentito il pezzo che ha fatto con Cristina Donà?

No… hanno fatto un pezzo insieme?
Sì, e lì lei canta in italiano! (Sta parlando della nuova versione de “L’aridità dell’aria”, che fa parte dell’edizione speciale di “Tregua”, i cui brani sono stati riregistrati con la partecipazione di alcuni artisti della nuova generazione NDA)

Caspita! Ti confesso che me lo sono perso! Me lo vado ad ascoltare allora! (Aggiungo ora che il pezzo merita davvero NDA)
Da lì ho capito che ci assomigliamo!

Vedi? È la stessa cosa con Adele Nigro: sul disco di Andrea Poggio fa un lavoro bellissimo con l’italiano. Poi la senti sull’album dei suoi Any Other e, per quanto bellissime siano le canzoni, l’inglese non fa lo stesso effetto, le rende più standard… insomma, questo tipo di canzoni, se vengono cantate in italiano, hanno un’altra spinta…
E tra l’altro l’Italia ne avrebbe anche bisogno…

Non te lo dico certo perché stiamo parlando adesso, ma io trovo molto più interessante il tuo disco che quello di Birthh (che pure amo moltissimo), proprio per questa questione della lingua. Tu perché hai deciso di cantare in italiano?
Perché secondo me l’Italia ha bisogno di cose di questo tipo e ne avevo bisogno pure io, perché non mi andava di sentirmi un pesce in un oceano di altri pesci. L’Italia ha bisogno di gente che faccia roba che vada all’estero però in italiano, altrimenti non riusciremo nemmeno ad educare un paese, se continuiamo a prendere come riferimento artisti stranieri…

Beh, dopotutto un’artista come Gwenno canta in un dialetto della Cornovaglia, che è una lingua che non parla più nessuno, eppure i suoi dischi vanno in tutto il mondo…
C’è questo stereotipo che per andare fuori devi per forza cantare in inglese mentre in realtà la forza sta tutta nel dove metti le tue radici…

Che poi c’è anche da dire che il suono della lingua italiana è bellissimo di suo, ti dà un sacco di possibilità…
È vero, però capisco che è difficile, devi essere in grado di usarlo bene…

Ma una come te, per come canta e con le produzioni che ha, penso ci siano le possibilità per arrivare anche all’estero, no?
Beh, teoricamente sì…

Tornando a quello che stavamo dicendo prima. Posto che nel tuo disco mi sembra ci siano tutte e due le anime, te lo chiedo a bruciapelo: ti senti più una cantante o una musicista?
Che domanda difficile! In questo particolare momento della mia vita, poi (ride NDA)! Perché vedi, fino a poco tempo fa mi sentito solo una cantante; ora penso di poter riuscire ad andare oltre, è un momento di trasformazione, un momento molto importante per me: mi sto producendo le cose nuove da sola, sto facendo i live da sola… senza nulla togliere a quelle che cantano e basta, penso di poter riuscire ad essere molto di più di una cantante. Bisogna riuscire a crescere e per crescere bisogna superare i propri limiti, cosa che credevo di non riuscire a fare fino a qualche mese fa. Ormai ho visto che ce la faccio per cui sarà bello vedere dove riuscirò ad arrivare!

Pensi quindi che in futuro la produzione ti occuperà molto più spazio?
Sì, decisamente. Sto mettendo su un mio studio, a San Benedetto…

Dove vivi tuttora, giusto?
Esatto.

Ti faccio un paio di domande sui testi, che in generale mi sono piaciuti molto. In “Con tutti i miei difetti” dici una cosa interessante, che coincide più o meno, se ho capito bene, con la scoperta che ci si può accettare, nonostante tutte le cose di noi che non ci piacciono, che non vanno bene. Allo stesso tempo però nel ritornello canti “Mi basto io” ed è un’affermazione che mi pare strida un po’ con la tesi centrale della canzone. Voglio dire, nella mia esperienza mi pare di poter dire che si può arrivare ad accettare tutto di se stessi, solo passando attraverso l’amore di un’altra persona. È difficile riuscire a farcela da soli…
Non saprei, è che stavo passando un momento di chiusura, non mi ricordo esattamente che momento, però ero a San Benedetto ed era un periodo in cui non avevo amici o con tutti quelli che avevo prima ci avevo litigato, quindi forse volevo esprimere un concetto molto più banale. Ero rimasta da sola e quindi… non so come spiegartelo, ma normalmente sto molto male per questo tipo di dinamiche relazionali… invece in quel particolare momento poter dire: “Ho tanti difetti però da sola sto bene” è stato in qualche modo terapeutico perché avevo modo di stare da sola con me stessa e di accettare i miei difetti per potere poi stare con gli altri. E infatti è andata così.

So che l’hai definito il pezzo più debole del disco, però mi ha colpito molto “Da capo”, che hai realizzato assieme a Dutch Nazari…
Ah, quello (ride NDA)!

È vero che non fotografa perfettamente il mood dell’album, è vero che se uno sente solo quello non riesce a farsi un’idea di quello che sei tu veramente…
Infatti un po’ rosico che sia stato quello che è andato meglio. Ma d’altronde tutti vogliono sentire cose felici, questa è la verità…

Aspetta aspetta: spiega meglio, mi interessa questa cosa…
È vero, secondo me. È il motivo per cui l’It Pop sta andando: nessuno oggi ha voglia di cose tristi. Non so se hai sentito il remix di “Con tutti i miei difetti” che ho fatto assieme ai Sorrowland…

Sì ma una volta sola. Ti confesso che non ce l’ho bene in mente…
I Sorrowland sono un trio che amo molto, l’abbiamo fatto per la Red Bull e ho scelto loro perché scrivono cose tristissime, ogni volta che parliamo di questo non sappiamo mai dove sbattere la testa. Ci diciamo sempre che più scrivi cose tristi e più non vanno! Le persone hanno bisogno di sentire cose allegre…

Però è un momento storico, credo. Ai tempi dell’Indie era esattamente il contrario: la maggior parte degli artisti che andavano per la maggiore dieci anni fa scriveva robe ultra depresse… voglio dire, uno come Dente non è che fosse un allegrone…
È vero, ma anche Brunori…

Beh però Brunori, soprattutto all’inizio, era anche un bel cazzaro…
Sì, però faceva già tante riflessioni sulla vita. Oggi nessuno vuole più sentire riflessioni sulla vita. Ci interessa ballare, sentire il pezzo con la cassa dritta…

Il video della canzone però non è poi molto superficiale. Comunque andiamo per ordine: come mai proprio Dutch Nazari?
Perché a me lui piace tantissimo! Con l’etichetta avevamo deciso che per spingere il disco, una collaborazione sarebbe stata l’ideale. A tutti noi piaceva Dutch e quindi diciamo che è stata una decisione molto spontanea…

L’ha scritta lui la sua strofa, immagino…
Certo! Abbiamo fatto tutto in due giorni, è stata una cosa molto veloce. Lui peraltro era un grande fan dell’ep…

Ma dai?
Eh si! Me lo dice ancora oggi, che gli piace di più il primo ep, rispetto a “Precipitazioni” (ride NDA)! Al “Tutto molto bello” di Bologna, dove si esibiva anche lui, si è sentito il mio live per la prima volta e le canzoni dell’ep le sapeva tutte a memoria! Lui è uno più da Soul, in effetti: dopo di me ha suonato Anneè e sapeva tutte anche le sue! Invece adesso ha capito che sono diventata molto più elettronica…

Nel video si vede una cosa interessante: da una parte è normale che le relazioni di coppia entrino in crisi, però dall’altra è anche bello che abbiate deciso di farla finire bene. La coppia che era entrata un po’ in un loop di noia e di abitudine, riesce a recuperare l’entusiasmo semplicemente rimanendo insieme e provando a guardarsi nuovamente in faccia. Le crisi si possono superare, insomma…
Sì, infatti l’idea del titolo è proprio che: “Lo rifarei. Nonostante tutto questo, lo rifarei tutto da capo”.

Questo però viene fuori nel testo. Nel video si vede chiaramente che loro due si rimettono insieme. A meno che quello non sia un flashback…
No no, si rimettono insieme: il finale è positivo. Diciamo che nel testo non c’è positività però nella parte strumentale si. È una parte che balli, che ti canticchi… sarà la cassa dritta ma io la vedo così… per cui a livello generale ha senso: non avrei mai potuto immaginare un video dove loro due alla fine si lasciano…

Prima hai parlato di Verdena e Subsonica. Sono molto curioso di chiederti questo: da un po’ di anni siamo in un periodo di recupero quasi ossessivo del passato, un po’ in tutti i campi, nella musica particolarmente. Eppure io noto che mentre voi artisti avete i vostri riferimenti ben precisi in testa, chi vi ascolta, chi vi viene a vedere, paradossalmente conosce solo voi, nella maggior parte dei casi non conosce le vostre influenze. Cioè, da una parte c’è tanto passato, però gli ascoltatori sono anche parecchio appiattiti sul presente…
Penso sia vero. Secondo me però in generale è proprio l’ascolto che è superficiale. Anche ai concerti, se non sei un nome grosso, non ti viene a vedere tanta gente. Cioè, al di fuori dei vari Calcutta, Thegiornalisti, Frah Quintale, Gazzelle, non è che ai concerti ci sia poi tutto sto pubblico… certo, ti ascoltano ma poi non sono interessati a vedere dove arrivi, che basi hai…

Troppe playlist forse? Troppi ascolti in streaming?
Mah, può darsi, non saprei. Diciamo che questa cosa dell’It Pop, dell’Indie, ha i suoi lati positivi e negativi. Il lato positivo è che siamo finalmente riusciti a liberarci di tutti i cantautori classici che riempivano gli stadi; però il lato negativo è che oggi tutti possono produrre. Dieci anni fa, quando avevo la mia band e andavo a registrare a San Benedetto, andavo da questo ragazzo che aveva l’attestato di Logic e pareva che facesse chissà cosa! Ora invece un ragazzino di 12 anni accende il computer e si mette a registrare con la chitarra. Può farlo chiunque, di base…

Però è anche vero che c’è tanta offerta, esce sempre un sacco di roba…
Sicuramente col fatto che possono farlo tutti quanti, c’è più possibilità di sentire roba bella, che invece dieci anni fa sarebbe rimasta nascosta…

A breve salirai sul palco e lo farai da sola. Devo dirti la verità: non sono ancora riuscito a venire a patti con un’esibizione dal vivo dove c’è tanta roba in sequenza. Sarà che sono vecchio ma i concerti dove c’è molto in base mi lasciano sempre un po’ freddino…
Ci sta, ti capisco. Sono d’accordo con te e infatti mi piacerebbe portare qualcun altro con me sul palco, in futuro. Magari non proprio una band ma… sto cercando ad esempio un batterista che suoni i Pad ma sembra che non esista! Sono come gli unicorni, no? O il mostro di Lochness: se ne parla ma nessuno li ha mai visti (risate NDA)!

Ti piace suonare dal vivo?
Direi di sì! Adesso sto apprezzando molto anche il fatto di stare sola, mi serve a livello personale per cui direi che per ora va bene così. Ritornando al discorso di prima, del superare i propri limiti, è un qualcosa che non credevo sarei riuscita a fare, avevo sempre Alberto al mio fianco. Ma ora ho visto che da sola ce la faccio!

E ce la farà molto bene, in effetti. Sul palco è da sola, con una piccola consolle e un mini Synth sul quale esegue le poche parti strumentali non lasciate alle basi. Sarebbe fin troppo facile scrivere che si è trattato di un live statico, e un po’ è inevitabile che sia così, sia per l’assenza di altri musicisti, sia perché Carolina, seppur a suo agio, non ha ancora quella presenza da artista navigata, che sa tenere in piedi da sola un intero concerto. Ciononostante, dal vivo è bravissima: la sua voce esce alla grande e così al naturale, priva cioè delle varie sovraincisioni e degli effetti che sono fisiologicamente più presenti nelle versioni in studio dei brani, è ancora più facile capire che siamo di fronte ad una cantante decisamente dotata, sia a livello tecnico che espressivo.“Da quando ho imparato a godermi i live, mi sembra sempre di stare sul palco troppo poco”, dice appena prima di eseguire l’ultimo brano. Dura poco, ha ragione: dopo appena una mezz’ora abbondante è già tutto finito e l’unico bis è la riproposizione di “Da capo”, con la parte di Dutch Nazari affidata al pubblico (che se la cava piuttosto bene).Le canzoni per poter tirare qualcosina in più ce le avrebbe anche, ma se l’ha pensata così, ci fidiamo di lei. Piuttosto, è stato bello vedere come i presenti, pur non numerosi, le abbiano tributato un affetto sincero, cosa che ha contribuito all’atmosfera piacevole e rilassata che si è respirata per tutto il concerto.Arriverà lontano, questa ragazza. Non solo glielo auguro: sono anche pronto a scommetterci…