Intervista di Cinzia D’Agostino

Quando la vidi dal vivo la prima volta rimasi ipnotizzata dalla grinta e dalla tensione che questa ragazza trasmetteva suonando e cantando ad occhi chiusi, quasi in estasi. Una scia emozionale che riusciva a fare breccia sugli spettatori coinvolgendoli indelebilmente. Ho capito subito che si trattava di un grande talento e infatti, il suo Orde di brave figlie uscito il 21 settembre per Ala Bianca è un disco di alto livello, dove suoni folk, ritmi africani, jazz, elettronica, rock, blues si intersecano e danno vita a un’opera veramente suggestiva e preziosa nella sua singolarità. Simona Norato si conferma un’eccellente cantautrice e musicista, la più interessante della scena italiana dell’ultimo periodo e sono lieta di averle potuto fare qualche domanda.

Ciao Simona, innanzitutto complimenti per questo nuovo lavoro. La prima cosa che mi ha colpita è stata proprio il titolo. Le orde mi richiamano alla mente i barbari, o comunque una comunità arretrata culturalmente e la contrapposizione con le brave figlie mi ha molto incuriosito, mi è sembrato in qualche modo un ossimoro, almeno per il significato che la società attribuisce a questi termini. Chi sono queste orde di brave figlie?
Le mie orde sono fatte da uomini e donne che marciano verso la minuscolo-borghesia con le mani piene di benedizioni. Sono idee scomode che vogliono entrare in teste comode; ma le idee scomode, si sa, a prima vista ti fanno stare male come se ti stesse inseguendo un vichingo ubriaco alto due metri. Mentre scappi però ti accorgi che il barbaro ride e vuole solo restituirti la borsetta che hai lasciato sul bancone del bar. Pensando all’ironia di chi è sempre temuto come un diavolo ma non vuole piangersi addosso, ho cominciato a immaginare il gesto esilarante del “minacciare con qualcosa di buono”.
Ecco l’ossimoro.
Ogni tanto mi ritrovo a frequentare famiglie di benpensanti e scelgo spesso di mascherare la mia natura libera per la paura che gli sguardi si concentrino non sull’amore, ma assolutamente su qualcos’altro. A me pare che certe guerre culturali non vadano cominciate; meglio farsi conoscere in silenzio da chi ben pensa, senza bandiere.
Un razzista è un uomo che ha paura di qualcosa che gli sfugge, qualcosa che ignora. La politica è utile quando crea occasioni che ci permettono di incontrare l’altro. Quando questo processo avverrà in modo sobrio nel microcosmo di tutti, gli uomini abiteranno un nuovo mondo.

Anche la copertina non lascia indifferenti. Una foto in bianco e nero dove la tua figura spicca con una certa importanza, hai uno sguardo fiero e consapevole che si contrappone a questo abbraccio di Chiara. Come è nata questa foto scattata da Guido Gaudioso?
La copertina dell’album è una foto del mio privato. Guido l’ha scattata nel camerino del Teatro Coppola di Catania, mentre in sala Mapuche suonava le sue canzoni spietate. Ho deciso poi di farla diventare pubblica dal momento che non smettevo di chiedermi: – Fino a quando il mio privato sarà ancora politico? –.
Gaudioso ha colto l’abbraccio tra la fierezza e la paura, sintetizzando appieno lo stato d’animo di tutti i diversi.

Il disco inizia con “un solo grande partito”, testo liberamente ispirato a “1984” di George Orwell, il capolavoro più lungimirante e profetico della letteratura del XX secolo. Hai scritto un testo diretto e significativo reso ancora più efficace dalla tua voce, dal pronunciare le parole simboliche con il ritmo inquietante della musica e dei cori. Hai toccato un argomento molto importante, mai abbastanza approfondito che rispecchia la situazione degli ultimi anni. L’artista oggi ha ancora una funzione sociale?
Anche un uomo allo specchio può modificare il suo micro/macro cosmo. Figuriamoci un artista che può urlare in un microfono e influenzare le menti come un pontefice!

Nel disco oltre alla tua tradizione siciliana, si percepiscono molte vibrazioni orientali ma anche Africa, est europeo, rock, blues che coesistono magnificamente trasmettendo una tensione molto forte. Come è nato l’interesse ed approfondimento per questi stili?
C’è un messaggio politico anche in questa scelta. Conoscere a fondo un’altra cultura attraverso l’arte – ma anche attraverso i riti tradizionali o persino le abitudini alimentari – riduce quella paura per l’ignoto che da sempre genera razzismi. Non si ama ciò che non si conosce.
A me piace seguire, in piccolo e in modo simbolico, l’esempio di Federico II che invitava gli Arabi in Sicilia affinché creassero meraviglie come la Cappella Palatina, l’opera lignea da sindrome di Stendhal del Palazzo dei Normanni.

Nel video “Scegli me tra i bisonti” girato da Giuseppe Lanno ti vediamo in palestra con i guantoni da boxe. È molto emblematico, ognuno di voi è estremamente concentrato nel suo faticoso allenamento che porta a termine con tenacia e determinazione. Immagino abbiate voluto raccontare metaforicamente la guerra che le nostre vite devono affrontare ogni giorno, nel testo parli di tribù e di bisonti…
Nel video di Scegli me tra i bisonti abbiamo voluto raccontare l’ansia di essere scelti e la dura preparazione che precede l’atto di mostrarsi. I primi da cui vogliamo essere amati sono i nostri parenti, ma questa smania di conquista ci attanaglia poi in tutti gli altri contesti.
Il brano accompagna l’eroe nel suo rivelarsi alla tribù, come un esorcismo che gli infonde coraggio e lo alleggerisce dal suo aspetto pachidermico.

La tua carriera dai primi 2000 ad oggi è stata caratterizzata da importantissime collaborazioni tra cui Cesare Basile e Antonio Di Martino, figure che ancora oggi fanno parte della tua vita artistica che vediamo infatti collaborare attivamente nel disco. Quanto ti ha dato professionalmente il loro sostegno nella tua crescita e nel tuo progetto attuale?
Antonio prima e Cesare dopo sono state figure fondamentali nella mia crescita artistica. Quantificare il loro apporto alla mia opera e alla mia persona è un’impresa pressoché impossibile, ma per fortuna la musica parla da sé e non ha bisogno di troppe parole.

Non posso non chiederti della tua partecipazione con la bellissima versione di “Le solite cose” ai vent’anni di “Tregua” di Cristina Donà. Noto molte affinità tra voi due. Come è stato collaborare con l’”incantautrice”?
L’incantautrice mi conquistò alla fine degli anni Novanta quando non ero ancora carne né pesce. Tregua era talmente forte che fece innamorare persino un genio assoluto come Wyatt.
Cristina poi ha sempre riservato un’attenzione fortissima al circuito underground di cui anch’io faccio parte; quando ha deciso di scommettere su noi “piccoli” mettendoci la faccia, si è guadagnata una forte e rinnovata gratitudine. Anche questa è politica.
Per il ventennale di Tregua abbiamo collaborato a distanza per poi incontrarci su due palchi, a Brescia e a Palermo. Abbracciarsi è stato come ricongiungersi a una madre lontana che non ti ha dimenticato.

La Sicilia è sempre stata culturalmente ricca e anche per quanto riguarda la scena musicale è stata il grembo di artisti tra i più interessanti degli ultimi anni, soprattutto la tua Palermo. Che rapporto hai con la tua terra e come è stato intraprendere questa carriera lì?
Della mia terra amo la storia che ci ha reso mosaici genetici straordinari, ma ne amo anche le più dure contraddizioni. Io la vedo cambiare e migliorare, anche se questa può essere considerata una visione impopolare. Il cambiamento in atto è un processo che si verifica con molta lentezza, quella stessa lentezza che ho consapevolmente scelto per la mia carriera facendo sempre base in Sicilia.
Nella lentezza si forma e si approfondisce il mestiere, i Siciliani lo sanno.
La mia casa rimane a Palermo ed è laggiù che vorrò invecchiare, magari in provincia, con una bici e una storia straordinaria da raccontare ai bambini.

In Orde di brave figlie hanno suonato:
Cesare Basile: produzione artistica, chitarra, darbuka, bongos e voce in “Avremo una casa nella prateria”
Antonio Di Martino:
basso elettrico
Giusto Correnti:
batteria, percussioni
Francesco Incandela:
violino, cori
Giuseppe Rizzo:
chitarra, soundscape
Massimo Ferrarotto:
batteria e percussioni in “Scegli me tra i bisonti”
Marta Caudullo:
voce in “Questo universo spione”
Nicola Mogavero:
sax in “Orcaferone”
Fabio Piro:
tromba e trombone in “Orcaferone”
Mariachiara Sottile:
flauto traverso e ottavino in “Orcaferone”

Tracklist:
01. Un solo grande partito
02. Chirurgia del tavolo
03. Scegli me tra i bisonti
04. Avremo una casa nella prateria
05. Orcaferone
06. Ci chiederanno
07. Orde di brave figlie
08. Palastramu
09. Questo universo spione

Photo credit: ©Guido Gaudioso