Intervista di Luca Franceschini

Ultimamente di Adele Nigro si parla parecchio ed è giusto così. Le collaborazioni con Generic Animal, M¥SS KETA, Andrea Poggio (per citare le più significative), il tour con Colapesce, dove ha svolto un ruolo non esattamente di secondo piano, adesso la pubblicazione del secondo lavoro di quella che è a conti fatti la sua creatura principale, Any Other. I tempi delle Lovecats sono lontani ma a ben guardare già allora si poteva intuire, nella freschezza e nella delicatezza di quelle canzoni, nella spontaneità e nella serenità con cui le cantava, che qualcosa di importante sarebbe accaduto. E il fatto che a 24 anni abbia già raggiunto quella che non sembra esagerato chiamare “maturità artistica”, non fa altro che ben sperare per il futuro.

L’ho raggiunta per telefono in un tardo pomeriggio della settimana scorsa, appena tornata dal tour europeo e fresca reduce dalla festa dei Magazzini Generali, dove il venerdì precedente aveva chiuso in bellezza l’avventura con Colapesce (avrei voluto esserci ma il ritorno in Italia dei Low era uno di quegli avvenimenti che richiedono sacrifici).
L’ho trovata rilassata e serena, consapevole di tutto quel sta accadendo attorno alla sua figura di artista ma per nulla spaventata dall’ipotesi di poter diventare, se le cose continueranno così, uno dei punti di riferimento della nostra scena nazionale.

Il disco mi è piaciuto tantissimo, per cui partirei da qui, che è anche la ragione principale di questa intervista. Ti seguo sin dai tempi delle Lovecats e ho sempre tenuto d’occhio le varie fasi del tuo percorso. Da questo punto di vista, colpisce molto il salto che hai fatto: se il primo lavoro con Any Other si muoveva ancora su coordinate che potevano avere a che fare con l’Indie Folk, passami il termine, qui c’è stata senza dubbio una bella crescita…
Intanto grazie, mi fa piacere che il disco ti sia piaciuto. In generale sono d’accordo con te, anch’io percepisco “Two, Geography” come la prova di una mia crescita personale dal punto di vista artistico. Mi sento molto cresciuta come autrice ma soprattutto come compositrice e musicista in generale; non dirlo mi sembrerebbe ipocrita (ride NDA)! Sono stati anni in cui mi sono messa a lavorare tanto, ho fatto un sacco di esperienze, mi sono messa a studiare per i fatti miei, ho fatto tanta pratica e credo che questo alla fine emerga dal disco che ho fatto.

Come sono nati i pezzi? Te lo chiedo perché la cosa che mi è piaciuta di più è che è un disco senza ritornelli, senza singoli, senza potenziali hit… un disco dove c’è come un fluire di energia spontanea che poi tu hai incanalato nei vari brani…
E’ vero che non ci sono ritornelli. Che poi è una cosa strana perché a me, ad ascoltarlo, sembra molto Pop. Eppure allo stesso tempo, se mi fermo ed analizzo come sono fatti i pezzi dal punto di vista strutturale, è vero: non sono pezzi Pop, non c’è una strofa e un ritornello, questo è verissimo. Dal punto di vista compositivo invece è stato un processo super lungo: le primissime bozze dei primi pezzi le avevo scritte addirittura prima che uscisse il primo disco, però erano diversissimi, decisamente lontani da come sono oggi. Questo per dire che sono pezzi che ho rimaneggiato parecchio nel corso degli anni e che ho cercato di adattare in base alle mie esigenze espressive, di pari passo con quella che considero la mia crescita come musicista. E quindi magari, che so, mi è successo più volte di finire un pezzo ma poi di riscriverlo da capo, facendo a volte un collage con altre parti di altre canzoni, non solo dal punto di vista dei testi o delle melodie ma anche delle parti scritte per gli arrangiamenti. C’è stato proprio un lavoro di rimescolamento continuo di tutte le carte.

Questo sembra un disco minimale ma solo in apparenza: perché poi lo ascolti bene e c’è dentro un sacco di roba! Soprattutto l’idea di metterci dentro il piano e il sassofono, la trovo davvero vincente, penso che doni ai brani un tocco in più. Come ti sei mossa, per decidere come vestire le varie canzoni?
Dal punto di vista della struttura armonico melodica, sono nati tutti alla chitarra: prendo in mano lo strumento, suono e prendo appunti, mi segno delle melodie, delle note, delle parole… diciamo che il nucleo primario è partito da lì. Poi in realtà, quando ho dovuto finalizzare l’orchestrazione e gli arrangiamenti ho un po’ ribaltato le cose, nel senso che, ad esempio, avevo scritto delle parti per chitarra e le ho suonate col piano, avevo scritto delle parti per piano e le ho suonate al sax, ho scritto delle parti per le voci e poi le ho messe ai violini… c’è stato tutto questo lavoro di rendere la scrittura un qualcosa di ibrido, rispetto ai vari strumenti: scrivere con uno strumento per un altro strumento e poi vedere come interagiva con lo strumento finale.

Io ho l’impressione, anche da come il disco è stato atteso, accolto, che tu abbia trovato un sound “internazionale”, passami il termine. Si tratta forse di un disco italiano ma si potrebbe anche evitare di sottolinearlo, non so se mi hai capito…
E’ una cosa su cui mi sto facendo un po’ di domande. Penso che non suoni italiano nella misura in cui esprime un suono che non esiste in Italia o comunque che non va molto in questo momento. O meglio, ci sono tanti artisti in Italia che fanno cose interessanti tanto quante ne faccio io ma credo che non ce ne siano nell’ambito Indie Pop. È pieno di artisti che fanno Jazz, Elettronica, tutto un mondo musicale che è estraneo al nostro. Capisco quindi il senso di dire che io faccio parte di un altro tipo di percorso: esco per l’etichetta de I Cani, di Cosmo, lavoro con l’agenzia di Booking che organizza anche i tour di Calcutta, le mie recensioni escono su Rockit… mi rendo dunque conto che la musica che faccio possa suonare non italiana, le persone con cui lavoro non hanno un suono ricollegabile a quello che faccio io. Però allo stesso tempo mi piace puntualizzare il fatto che questo è un disco italiano. L’Italia non deve coincidere per forza con il cantautorato. In Italia esistono anche dischi che non sono italiani come impronta. È vero, le mie influenze non sono italiane, però comunque io sono qui ed è quindi importante riconoscere la diversità degli artisti che ci sono in Italia, perché altrimenti il rischio è sempre quello di confinare ciò che è diverso musicalmente al sound internazionale, mentre invece no, ci siamo anche noi (ride NDA)!

Da questo punto di vista, è splendida la tua collaborazione con Andrea Poggio, poi ti ho sentita tre volte nella band di Colapesce e devo dire che, a mio parere, quando canti in italiano hai una marcia in più, sia a livello di inflessione che di espressività. Canti spesso in italiano quando collabori con altri artisti però poi hai scelto l’inglese per le tue cose. Cosa significa per te utilizzare questo doppio codice espressivo?
Mi fa piacere che sia una domanda che va al di là del semplice: “Perché hai scelto di cantare in inglese?”. Io semplicemente scrivo in inglese perché ho imparato a farlo in questa lingua, mi viene più naturale, è il mio mezzo di espressione. Però allo stesso tempo, soprattutto con questo disco, per quanto io dia molta rilevanza ai testi, pensando che non siano meno importanti di quanto viene espresso mediante la musica, considero le liriche come una delle parti che compongono il quadro finale. Di conseguenza, il fatto che siano in una lingua piuttosto che in un’altra, per me comincia ad essere abbastanza relativo. Lo faccio in inglese perché sono abituata a farlo così, l’ho sempre fatto così, però adesso non voglio dire che sia una decisione casuale ma ormai è un po’ come il fatto che suono la chitarra e non il pianoforte: nella vita di una persona succedono delle cose che la portano a fare delle scelte e poi a trovarsi a proprio agio con quelle scelte. È come se fosse uno dei miei strumenti, di fatto!

Questo vuol dire che un domani potrai cantare in italiano? Personalmente è un po’ che penso che noi abbiamo progetti che potrebbero essere esportabili nonostante la distanza linguistica: che ne so, Verdena, Iosonouncane, CRLN…
Per quanto riguarda Any Other, credo che questo non succederà mai (ride NDA)! Più che altro, ho avuto la prova che l’inglese è uno dei motivi per cui non suono solo in Italia, che è una parte del mio lavoro a cui non voglio rinunciare; ma poi, in generale, non lo troverei rispettoso di Any Other come entità, il mettermi a cantare in un’altra lingua. Non è invece escluso che prima o poi faccia cose in italiano ma di fatto l’ho già fatto, come dicevi tu prima. L’italiano non è certo una lingua che aborro, quando si tratta di far musica (ride NDA)! Poi che so, magari un giorno mi metterò a scrivere un disco in italiano con qualcuno ma non uscirà certo come Any Other…

Visto che prima hai accennato ai testi: al di là del titolo, molto originale e di cui mi piacerebbe conoscere il significato, mi sembra che questo disco si snodi attraverso un itinerario piuttosto doloroso. Ci ho visto il dolore dato da una rottura affettiva, la fatica di recuperare una nuova considerazione di sé, di sentirsi nuovamente stimata dalle altre persone… insomma, mi pare che ci sia una grande sofferenza alla base di questo album…
Sto dicendo spesso nelle interviste che si tratta di un Break Up album, un disco che parla di una relazione che poi alla fine del disco si conclude e che anche nella mia vita è conclusa quindi sì, dal punto di vista tematico può essere inquadrato in quella corrente lì. Non penso che sia un concept però penso anche che in qualche modo lo sia: proprio per come ho impostato la tracklist, vengono percorsi dei momenti specifici, che poi sono quelli accaduti davvero in questa relazione. Il momento del riconoscimento, dell’accettazione, ecc. Pur non essendo un concept, mi sembra che tracci una linea da un punto A ad un punto B, mi sembra che dalla prima all’ultima traccia ci sia un percorso che porta ad un punto preciso.

E invece il titolo?
La parola “Two” l’ho messa perché si tratta del secondo disco! Poi a me piace molto la punteggiatura per cui in ogni disco… oddio in realtà ne ho fatti solo due (ride NDA)! Comunque mi piaceva questa idea di scrivere: “Due,” come se fosse un capitolo. Mi piace l’andamento che la punteggiatura dà ai titoli, alle espressioni, perché è un qualcosa che scandisce anche dal punto di vista ritmico.

E geografia?
La definisco una geografia privata, corporea. Quando il disco era quasi ultimato, stavo ragionando sul fatto che quando stai con qualcuno conosci il corpo di quella persona in modo direi “scontato”, nel senso che lo visualizzi ad occhi chiusi anche quando non sei in presenza di quella persona. Si ha una famigliarità quasi geografica con il corpo dell’altro, un qualcosa di molto simile al luoghi dell’infanzia, che ti ricordi anche se non sono presenti lì. Però poi notavo che una volta finite le relazioni, prima o poi ci si dimentica del corpo del partner, anche se magari ci si è stati insieme anni. Ed è stato strano rendersene conto, mi ha fatto riflettere molto, ho iniziato a chiedermi: che rapporto hanno i corpi con i luoghi dell’intimità? Mi piaceva l’idea di mettere l’accento su questo concetto di geografia spaziale ma anche emotiva. 

C’è un punto, nel “Diario di un dolore” di Lewis, in cui lui esprime il proprio angosciato stupore per il fatto che, a poco a poco, si stava dimenticando del viso della moglie, morta da poco. Dice che è come se fiocchi di neve cadessero lentamente fino a coprirla del tutto…
Questa cosa del volto è interessante, mi è successo diverse volte nella vita, non solo nelle relazioni sentimentali: mi è successo di smettere di colpo di vedere una persona, di non vederla più per anni e ad un certo punto dimenticarmi la sua configurazione facciale. È proprio questa roba qui che dicevi tu ed è davvero un bel viaggio mentale!

Però, da un certo punto di vista, questo è un disco positivo, no? Oddio, magari non proprio solare ma verso la fine si avverte un certo tipo di liberazione…
Sicuramente non è un disco “preso bene”, questo no (ride NDA)! Però alla fine era anche un po’ quello che cercavo di esprimere con la copertina del disco: ti chiedo scusa per questo salto, forse sembrerà che non c’entri nulla ma in realtà un legame c’è…

Ti avrei chiesto anche della copertina, vai tranquilla.
Di fatto oggi io sto bene, sono contenta, tutti ci lasciamo con tutti, non è mica la fine del mondo! Però il finale del disco è un po’ amaro, c’è la coscienza che bisogna separarsi da quella persona perché non fa bene starci assieme. Lo si fa senza rancore, però alla fine rimane questa stanchezza di fondo, che è poi l’immagine di me in copertina.

In effetti mi chiedevo proprio perché avessi messo quella foto lì. Oddio, non fraintendermi, non è che sia brutta, però insomma…
E’ una copertina che per me rappresenta anche un “vaffanculo”: ci sono io, struccata, con le occhiaie, chiaramente non fresca. Non era una foto fatta per sembrare bella, volevo essere onesta anche nei confronti della mia immagine, non nascondermi, dire: “Siamo anche questa roba qui, non siamo solo delle fighe!”

Che poi in epoca di Social imperanti, non è una cosa così scontata, direi. Senti, mi sembra arrivato il momento di parlare dei concerti. Hai fatto questa scelta inusuale di iniziare il tour dall’Europa: com’è andata?
E’ andato tutto molto bene, è stato interessante anche per me cominciare da là piuttosto che da qua. In Italia comunque è diverso, giochiamo in casa, è evidente che sia più facile. Però sono molto contenta, la risposta è stata ottima, sono uscite parecchie cose, ho fatto un bel po’ di radio, sia dal punto di vista dei concerti che dal punto di vista della ricezione, vista da fuori è andata proprio bene! Poi adesso siamo in quattro sul palco, ci sono state tutta una serie di novità che avevo voglia di esplorare e adesso finalmente ci sto riuscendo. Mi sento proprio fortunata e contenta!

Quindi anche come pubblico, non avete suonato davanti ai soliti italiani all’estero…
Devo essere sincera: a noi questa cosa non è mai capitata. Questo era ormai il quinto tour che facciamo fuori ma neppure all’inizio era successo di suonare davanti ad un pubblico di soli italiani. Probabilmente, a parte che ormai all’estero suoniamo spesso, conta anche il fatto di fare una musica non propriamente italiana e di cantare in inglese…

Quindi rimane una barriera, dici? Nel senso che se vuoi davvero sfondare all’estero sei costretto a cantare in inglese? Mi piaceva, un po’, essere convinto del contrario…
Secondo me sì. Ma in una certa misura è anche comprensibile: sai, tu ed io che siamo dentro di brutto nella musica possiamo anche ascoltarci roba brasiliana e giapponese, che ne so. Però uno che magari è appassionato ma non ha questa ossessione, tende ad ascoltarsi le cose nella sua lingua o in inglese perché bene o male l’inglese lo sappiamo tutti. Ci sta, non me la sento di biasimare la cosa.

Invece che mi dici del tour di Colapesce? A mio parere è stato uno spettacolo meraviglioso, sicuramente il migliore della sua carriera ma è stato anche molto merito tuo. Hai fatto un lavoro importante e l’hai fatto benissimo, trovo che questi concerti abbiano svolto un ruolo importantissimo nella tua crescita come musicista…
Se devo essere sincera, quando Lorenzo a settembre dello scorso anno mi ha chiamato per chiedermi di suonare con lui, ero esaltatissima, chiaramente, però allo stesso tempo mi cagavo sotto (ride NDA)! Era un ruolo di responsabilità bello grosso, avrei dovuto fare chitarre soliste, voci e sax, mi ha messo in una posizione di responsabilità, non dico rischiando però questa era la prima produzione grandina in cui mi capitava di lavorare. Ha scommesso su di me e l’effetto che ha avuto sulla mia persona è stato senza dubbio positivo. Sentirsi dare questa responsabilità così grande mi ha fatto venire proprio voglia di mettermi sotto e di diventare la più figa di tutti (ride NDA)! E poi sono contenta che in questi nove mesi di tour, tantissime volte sia successo che delle ragazze venissero da me e mi dicessero: “È una figata vedere una tipa che suona così!”. La cosa più bella è sentirsi dire da altre ragazze che sei di ispirazione per loro, per me è davvero stupendo!

Negli ultimi anni però il ruolo della “femminilità”, passami il termine, nella musica, è molto cresciuto: ci sono un sacco di artiste importanti che stanno emergendo, da Courtney Barnett, a Julien Baker, Jorja Smith, per non parlare di gruppi che hanno donne in formazione…
Sicuramente rispetto ad alcuni anni fa ci sono stati dei passi avanti e di questo sono ovviamente contenta. Si può fare comunque ancora molto e poi in Italia la situazione è un po’ particolare, c’è ancora tanto da lavorare, sia nelle situazioni piccole che in quelle medio grandi.

Un aspetto davvero interessante del tuo essere musicista sono queste collaborazioni che tu fai, che sono sempre molto varie, eclettiche. Da Andrea Poggio a Colapesce, da Generic Animal a M¥SS KETA, hai prestato il tuo talento ad artisti parecchio diversi tra loro. Credo sia per te una bella indicazione di valore ma anche la prova che, se un progetto è bello ed ha un contenuto, non ha poi troppo bisogno di essere rubricato sotto un’etichetta, no?
Sono d’accordo. È un qualcosa che sono arrivata a capire anche riguardo a me stessa. Probabilmente se tre anni fa mi avessero detto: “Tra tre anni uscirà un disco che non c’entra niente con quello che stai facendo adesso, ti metterai a suonare il sassofono, farai questo, questo e questo” probabilmente mi sarei messa a ridere. Invece negli anni è successo. Penso comunque che sia una scoperta che fa parte della crescita, realizzare che le barriere di genere musicale non hanno senso. È un po’ da scuole medie, il dire: “Noi siamo quelli che fanno questo!”. A me interessa la musica in generale, la sua declinazione poi mi è irrilevante. E personalmente lo trovo iper stimolante andare a mettere le cose in progetti che non mi riguardano minimamente. M¥SS KETA ad esempio, dal punto di vista estetico con me non c’entra proprio nulla! Però siamo amiche da anni e umanamente mi sento super vicina a lei! Il fatto che le cose dal punto di vista formale siano diverse, non significa che dal punto di vista umano, che poi è quello che mi interessa davvero, non si possa essere vicini.

Quindi tu l’hai vista in faccia? So che anche le interviste le va a fare mascherata…
(Ride NDA) Sì sì, l’ho vista!

Siamo indietro però, in Italia, da questo punto di vista. Finché ci sarà gente che pensa che dopo il 1979 non è più uscito niente di interessante…
Eh lo so, siamo un po’ conservatori in generale quindi di conseguenza questa cosa viene fuori anche nella musica.

Che poi secondo me questo periodo in particolare è molto florido, ci sono un sacco di cose interessanti sulla piazza…
A me personalmente non interessano gran parte delle cose che stanno succedendo oggi in Italia però non mi interessa neanche dire che fanno cagare! Semplicemente, non mi interessano e mi concentro su altro. Allo stesso tempo, però, mi rendo conto che ci sono e quindi mi chiedo anche che valore possano avere. L’atteggiamento di chi dice, per esempio: “Calcutta fa cagare!” lo trovo un po’ inutile. Se pensi che quello che sta andando adesso per la maggiore faccia cagare, chiediti piuttosto perché sta andando per la maggiore! Magari sta rispondendo a dei bisogni specifici che noi intellettuali, con la nostra solita spocchia, abbiamo tralasciato. Magari è anche un po’ colpa nostra, che ce la siamo tirata da qui fino a domani… 

Sono d’accordo. Pensa che ho recensito il disco dei Thegiornalisti, parlandone anche piuttosto bene, perché non ne potevo più di gente che li denigrava a caso…
Sì certo. Poi nello specifico io loro non li ascolto e anzi, li considero parte di un mondo che per me fa più male che bene. Detto questo, li trovo molto più sinceri di tanta roba fintamente intellettuale che gira in questo stesso periodo per cui va bene così!

Photo credit: Mattia Savelli