Articolo di Luca Franceschini, immagini sonore di Stefania D’Egidio

C’è qualcosa di meraviglioso e di consolante insieme nel farsi frantumare le orecchie dal muro di suono delle chitarre dei Nothing. L’Ohibò è pieno zeppo, i corpi ammassati attutiscono il rimbombo, i volumi sono sparati come se si fosse in uno stadio, io sono davanti al palco e posso quasi sentire i timpani che mi abbandonano. I quattro di Philadelphia ci danno dentro come matti, l’inizio con Brandon Setta da solo sul palco a ricamare qualche leggero accordo acustico mentre una voce registrata fuori campo funge da intro, è solo la quiete prima della tempesta, solo un’illusione che le atmosfere più aperte e distese dell’ultimo “Dance on the Blacktop” sarebbero state riprese anche dal vivo. Se anche la setlist di questa sera è zeppa di brani nuovi, a conti fatti cambia davvero poco: veniamo spazzati via senza troppi complimenti.

A dominare la scena è sempre la coppia Brandon Setta/Dominic Palermo, rispettivamente sul lato sinistro e destro del palco, suonano entrambi la chitarra e si dividono le parti vocali, anche se è comprensibilmente quest’ultimo che se ne assume l’onere maggiore. Curioso che nessuno dei due voglia stare al centro, quasi a riconoscere che, proprio perché la band è uscita dall’incontro tra loro due, non può esistere che uno occupi una posizione preponderante rispetto all’altro. Al centro c’è, paradossalmente, l’ultimo arrivato, il bassista Aaron Heard, mentre il batterista Kyle Kimball sta alla batteria e pesta come un dannato, petto nudo, tatuaggi e un’attitudine quasi Hardcore.
Si tratta ormai di un collettivo rodato, di un gruppo di amici che ha registrato il disco in un’atmosfera rilassata, con gente che andava e veniva dallo studio, feste quasi ogni sera e nessun tipo di pressione di sorta.

Quando li vedi all’opera, lo capisci: Palermo accorda la chitarra ogni due o tre pezzi e ci mette sempre una vita perché nel frattempo scherza col pubblico, coi suoi compagni e coinvolge pure il loro tour manager (“È disperato, poverino, l’ho sentito che parlava al telefono l’altro giorno lamentandosi del fatto che non dormiamo mai!”) e la loro fotografa ufficiale (“È là dietro che si nasconde, siamo solo all’inizio della nostra relazione ma posso dirvi che le piace la Red Bull!”) in una girandola di battute e commenti spesso surreali che fanno capire quanto sia a suo agio e quanto sia contento di essere qui. Prova anche a coinvolgerci in un afterparty (“È un locale rock, no?”) dicendo che sono venuti anche dei suoi amici dall’Inghilterra ma poi qualcuno in sala fa notare che è lunedì sera e che forse sarebbe meglio andare a letto presto. In mezzo, deflagrazioni sonore a raffica, sempre con grandissima precisione, sempre con una resa sonora altissima (in questo, complimenti ai fonici, non era semplice).

“Dance on the Blacktop” è un disco bellissimo, forse un pelo inferiore al precedente “Tired of Tomorrow” ma comunque sempre ispirato, un livello di scrittura altissimo ed anche una certa capacità di mettersi in gioco, non tanto stravolgendo il proprio sound, che rimane saldamente ancorato alla dicotomia tra delicatezza e furia sonora, quanto nell’inserirvi qualche elemento nuovo e nello smorzare leggermente il muro di chitarre che li ha sempre contraddistinti.
A guardare Palermo, così rilassato e ciarliero, non diresti mai di avere davanti uno che ha vissuto tutto quello che ha vissuto, tra carcere, aggressioni e lesioni permanenti al cervello. Ma d’altronde la forza drammatica della musica dei Nothing ha molto a che vedere con la particolare biografia del suo autore, ne rappresenta anche uno dei punti di forza.

Il concerto è un monolite sonoro devastante, con le esplosioni paurose delle chitarre a fare da contraltare alle voci quasi sussurrate dei due cantanti. Notevole anche l’impatto visivo, coi nostri che saltano spesso impazziti per il palco, completamente rapiti dalla potenza della musica.
I brani sono essenzialmente quelli del nuovo disco, con i singoli “Zero Day” e “Blue Line Baby”, la lenta e funerea “Carpenter’s Son”, l’anthemica “You Wind Me Up”, probabilmente il brano più Punk del loro repertorio. Non mancano ovviamente gli episodi migliori di “Tired of Tomorrow”, in primis “Vertigo Flowers” e “A.C.D.” (il più bel brano che abbiano mai scritto, secondo me) ed un paio di estratti dall’esordio “Guilt of Everything”: “B&E”, suonata in apertura e “Bent Nail”, che è ormai divenuta un classico.


Finale esplosivo con “(HOPE) is Just Another Word With a Hole in It”, dopodiché i nostri se ne vanno, il palco rimane illuminato di rosso, il feedback ossessivo delle chitarre a lacerare l’aria per lunghi, interminabili minuti. È il segnale, inequivocabile, che non è finita e difatti ecco i quattro fare nuovamente il loro ingresso. “Eaten By Worms” cadenzata e marcescente al limite del Doom, ci viene proposta in una versione fiume, con una coda ripetuta fino all’esasperazione, durante la quale Dominic scende tra il pubblico, consegna la chitarra ad uno spettatore e si siede comodamente sui gradini del palco, bevendo dalla bottiglia di vino che ha avuto con sé e consegnandola alle prime file (non senza prima aver macchiato il maglione della nostra fotografa ed essersi fatto perdonare regalandole un plettro, ma questa è un’altra storia).

Si va avanti ancora per qualche minuto, col brano che è ormai sfumato e gli accordi finali che rimangono in loop a far fischiare gli amplificatori, mentre Brandon Setta, seduto con la schiena appoggiata al muro, mostra sorridendo il dito medio ai fotografi. Quando tutto è finito, Dominic rimane in giro a firmare i dischi e ad abbracciare i fan. Io me ne vado via subito ma a giudicare dall’entusiasmo che c’era nell’aria, sospetto che abbiano fatto tutti le ore piccole.
Esattamente come due anni fa, i Nothing sono arrivati e hanno spaccato tutto, dimostrando di essere una band dal valore straordinario, tra le migliori declinazioni odierne di una proposta sonora che affonda le sue radici negli anni ’90. Auguriamo loro lunga vita e speriamo non passi più così tanto tempo prima di rivederli.