I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini

Sono passati cinque anni, tra una cosa e l’altra. Earthbeat aveva consacrato i Be Forest come una delle band in assoluto più valide all’interno del panorama italiano, seppure (o forse proprio per questo?) la loro proposta sia molto poco italiana. Knocturne, uscito l’8 febbraio dopo una gestazione lunga ma non particolarmente travagliata, dovrebbe riuscire a mettere le cose in chiaro sul fatto che nulla cambierà in questo senso. Meno accessibile dei due precedenti capitoli, più scuro e contemplativo rispetto ad Earthbeat, Knocturne è comunque l’ennesima, riuscitissima prova da parte del trio pesarese, che dal canto suo ha dimostrato come non occorra per forza bruciare le tappe e che a volte, prendersi il proprio tempo possa servire a maturare e a mettere meglio a fuoco le idee. Siamo andati a vederli all’Ohibò di Milano, per quella che è stata la seconda data del nuovo tour, esattamente la sera prima dell’uscita ufficiale del disco. Un paio di giorni dopo abbiamo raggiunto per telefono Costanza Delle Rose (voce e basso), Erica Terenzi (voce e batteria) e Nicola Lampredi (chitarra)  e ci siamo fatti raccontare alcune cose…

Complimenti per il disco e complimenti per il concerto dell’altra sera: vi dirò che sentire dal vivo le nuove canzoni mi ha aperto delle prospettive nuove, penso di averle inquadrate molto di più. Voi siete stati contenti?

Costanza: Sì dai, penso che sia andata bene! Ce la siamo vissuta tranquillamente, la risposta mi pare sia stata buona ed è stato un piacere suonare all’Ohibò. Non ricordo quante volte ci siamo stati ma ogni volta che siamo lì, il live viene sempre molto bene!

Era la prima volta che suonavate dal vivo i pezzi nuovi?

Costanza: La primissima volta è stata a Firenze, in realtà. Lì abbiamo fatto la vera e propria presentazione, lì abbiamo tagliato questo filo e ci siamo resi conto che è iniziato veramente il tour…

Perdonami lo sapevo ma mi sono completamente dimenticato! Ho apprezzato molto la vostra scelta di suonare il disco tutto di fila, trovo che sia stata molto azzeccata perché i pezzi sono tutti legati tra loro e presentarlo sul palco in questo modo gli rende decisamente giustizia… è stata una decisione presa da subito o l’avete deciso dopo, di mixare i brani in studio in modo che fossero tutti all’interno di un unico flusso?

Costanza: In realtà è venuto dopo. Dopo un ascolto preciso di ogni singolo pezzo abbiamo capito come potevano essere incasellati l’uno con l’altro; la nostra intenzione di voler mantenere una traccia costante all’interno dell’album, senza che non ci sia mai uno stacco, è nata ascoltando i pezzi, capendoli uno ad uno e quindi abbiamo voluto fare in modo che anche il live fosse più o meno la stessa cosa.

Avete fatto un disco di sofferenza, diciamo, molto più “chiuso” del precedente, anche se poi a sentirlo dal vivo sembra che respirasse di più… voi come lo vedete?

Costanza: Come lo vedo (pausa NDA)…

Erica: Non ho capito il discorso della chiusura e dell’apertura dei pezzi…

Non lo dico in senso negativo, quanto più in senso descrittivo. Mi sembra che sia a livello di melodie di chitarra che vocali, sia un album meno basato sulla cantabilità delle melodie, forse più contemplativo e “ripiegato”, per così dire. Il lavoro precedente, sempre all’interno di una proposta che non è certo Pop, respirava un po’ di più, era un po’ più arioso, ecco…

Erica: Chiaro, adesso si capisce! Quello che abbiamo capito fin da subito era che i pezzi giravano come se fossero dei loop, tanto è vero che la difficoltà di scriverli è stata quella di trovare un inizio ed una fine per ognuno perché facevamo delle Jam che potenzialmente avrebbero potuto durare delle ore, sempre sullo stesso giro, con dei minimi cambiamenti ma che comunque ruotavano su loro stessi. Bene o male è una condizione più o meno costante per tutti i pezzi del disco, a differenza dei precedenti che invece erano più “aperti”, come dicevi tu, nel senso che hanno un inizio, una fine, una divisione più marcata tra strofa e ritornello… seguono più la forma canzone, diciamo. Sono pezzi che potrebbero non avere un inizio e una fine, hanno sempre un inizio che si mangia la coda.

Ho letto in altre interviste che avete rilasciato che questo è stato un disco sofferto, a livello di processo di scrittura…

Erica: Come al solito abbiamo fatto tutto in sala prove, Jam dopo Jam riuscivamo ad incastrare i tasselli. È chiaro che, lavorando solo lì, la fase compositiva diventa per forza più lunga, perché bisogna far sì che tutti e tre siamo sulla stessa lunghezza d’onda per poter poi continuare il pezzo. Molti di essi sono stati poi ripresi in un secondo momento, sono stati accantonati, sono state cambiate le linee vocali… è passato tanto tempo ma poi alla fine la prima opzione è sempre stata ripresa, nonostante poi col tempo avessimo cambiato strada. È stata una gestazione lunga perché ci abbiamo messo tanto tempo noi a capire la direzione in cui stava andando e probabilmente l’abbiamo capita solo in studio: quando abbiamo registrato i brani, quando li abbiamo ascoltati, abbiamo capito più o meno la direzione che avevano preso.

Il titolo è molto interessante oltre che originale: mi spiegate da dove è venuto fuori? Anche rispetto alla copertina, davvero evocativa…

Costanza: È tutto merito di Nicola, nel senso che tutti i nomi degli album li ha sempre dati lui. In questo caso gli piaceva l’immagine della parola, come veniva scritta, il significante: la k non si pronuncia, è fantasma quindi suonerebbe come “Nocturne”, ma con dentro un gioco di parole che ci è piaciuto molto…

Proprio per questo mi verrebbe da chiedere: quando la notte bussa (citando il titolo ma anche la copertina, con questo sipario che si apre), che cosa succede?

Nicola: Non saprei, ci devi entrare dentro, per vedere, è una soglia, per cui va attraversata…

Costanza: Diciamo che rappresenta l’immagine che avevamo dell’album: la notte, il notturno, l’abisso, lo spazio… per cui quando la notte bussa…

Erica: Apriamo!

Costanza: La si abbraccia.

Nicola: Sono cose troppo lunghe, è difficile spiegarle per telefono, dovremmo fare tutto un altro tipo di intervista. Adesso come adesso potrei dirti tante cose, così come potrei non dirti nulla…

Dopo Milano, avete suonato a Brescia assieme ad AnyOther. È stata un’accoppiata piuttosto interessante, si sono trovati insieme quelli che sono i due nomi italiani probabilmente meno italiani di tutti… com’è andata?

Costanza: Ovviamente non è stata una decisione nostra, è stata un’iniziativa del locale e del booking, quello di organizzare questa doppietta. È stato figo! Lei è bravissima, è una realtà piuttosto diversa dalla nostra però è una bella realtà!

Domanda banale, ve la faccio semplicemente perché è la prima volta che vi intervisto: venite spesso descritti come una band derivativa. La cosa vi dà fastidio oppure non vi interessa più di tanto?

Erica: Le nostre influenze non sono poi così chiare perché in realtà nessuno di noi ascolta le band a cui ci accostano! Secondo me è un discorso superficiale, quello di accostarci a determinati gruppi. È un discorso superficiale perché vuol dire che si fa caso solo alla scelta del suono della chitarra; questo la dice lunga sull’approccio generale che la gente ha rispetto ai pezzi: si ascoltano la voce e la chitarra, trascurando tutto il resto. È molto sbrigativo dire che facciamo Shoegaze, che facciamo New Wave o Dream Pop. C’è molto di più, ci sono un sacco di elementi diversi, non ci si può fermare solo alla scelta del riverbero o della parola sussurrata.

Ma quindi voi come vi definireste? Lo so che non spetta a voi dirlo ma, per dire: se incontrate qualcuno in tour che vi chiede che tipo di musica suonate, voi cosa gli rispondete?

Erica: Personalmente, non ho mai risposto a questa domanda! Tutte le volte che qualcuno me lo ha chiesto, io non ho mai saputo rispondere! Per cui di solito dico: “Ho questa band, se sei davvero interessato, ascoltala e poi trarrai tu le conclusioni!”

Che poi non è male come risposta. Probabilmente bisognerebbe ascoltare senza avere per forza di cose la pretesa di definire a tutti i costi…

Erica: Il fatto è che non sta a noi parlare di noi. Ci hai visto a Milano, ti sarai accorto che neanche sul palco siamo di molte parole! Abbiamo sempre preferito lasciar parlare quello che facciamo, piuttosto che dare delle definizioni, un contorno alla nostra musica.

A proposito del concerto: vedendovi suonare l’altra sera (non era la prima volta peraltro) mi ha stupito molto l’interazione che c’era tra voi, sembravate quasi una cosa sola…

Costanza: Penso che dopo dieci anni che stiamo insieme, l’uno inizi ad adattarsi all’altro, abbiamo imparato a conoscerci e probabilmente questo è l’album dove siamo anche più maturi e in cui siamo… come posso spiegarglielo (rivolta ad Erica NDA) continua tu, magari mi viene in mente…

Erica: Io non li conoscevo prima di iniziarci a suonare assieme. O meglio, sapevo chi erano, perché Pesaro è piccola e le persone che suonano sono sempre poche. Abbiamo imparato a conoscerci suonando, era quello il mezzo che avevamo a disposizione, anche perché al di fuori della sala prove, almeno all’inizio, non è che ci frequentassimo più di tanto. È chiaro quindi che se ci si conosce suonando, sul palco si crea una chimica che poi magari al di fuori non c’è e che rimane sempre difficile da spiegare.

Anche questa è una domanda banale, perdonatemi: a breve tornerete a suonare negli Stati Uniti. Ma è poi così vero che all’estero la gente è più educata ad ascoltare?

Erica: Sì

Costanza: Sì, lo penso anch’io.

Che cosa manca dunque al nostro paese, perché si possa davvero fruire della musica che c’è in giro?

Costanza: Credo che la cosa che manca sia l’ascoltare musica per il semplice gusto di ascoltarla e non perché è lì a disposizione, perché è in classifica, ecc.

Erica: Secondo me manca l’educazione ad ascoltare più cose, ad avere un gusto più aperto, senza paraocchi su un genere particolare o su quello che va in quel determinato momento. Servirebbe un po’ di elasticità: se suono la chitarra col riverbero non vuol dire che ascolto solo musica col riverbero, posso ascoltare Techno, musica africana, goderne e trarne qualcosa per la musica che faccio! Ma poi è sempre un problema di ascolto: ascoltare davvero, non farmi passare qualcosa nelle orecchie mentre faccio altro…

Per cui dite che quando andate in giro è diverso?

Erica: Non farei di tutta l’erba un fascio però direi di sì, che la tendenza è quella.

Costanza: C’è anche molta più curiosità verso quello che non si conosce, magari non sai nemmeno che gruppo stai andando a sentire ma sei comunque attento. Per lo meno è una sensazione che ho, una cosa che ho notato.