I N T E R V I S T A


Articolo di Enrica Bardetti 

Incontro Stefano Corbetta ai Diari di Bordo, una piccola libreria situata nel centro storico di Parma. Gestita da Alice Pisu e Antonello Saiz, librai preparati e abili divulgatori che con costanza e fervore animano il panorama culturale cittadino, la libreria propone incontri con autori di case editrici indipendenti. Oggi è la volta della marchigiana Hacca, fondata da Francesca Chiappa e di Sonno Bianco, l’ultimo lavoro di Stefano Corbetta, appunto.

Stefano Corbetta, nome relativamente nuovo nel panorama letterario (è al suo secondo romanzo), è invece piuttosto noto per la sua abilità con le bacchette, grazie alle quali gli appassionati di jazz lo hanno conosciuto negli anni scorsi. Sonno bianco è la storia di due gemelle identiche, Emma e Bianca, inseparabili finché un terribile incidente le divide e costringe Bianca in un letto di ospedale, dentro una bolla fatta di silenzio e attesa. Emma è allora costretta a crescere, intrappolata nel sonno della sorella, in un’esistenza fatta di sensi di colpa con accanto una madre, annientata dal dolore e chiusa nella solitudine della sua stanza per proteggere un segreto, e un padre che a fatica prova a preservare i fragili equilibri rimasti.

Stefano Corbetta ai Diari di Bordo con Alice Pisu e Antonello Saiz

Suonare la batteria è stato per anni il modo di condividere una parte di te con un pubblico. Poi ci hai detto che un giorno hai sentito che non era più quella la via adatta per comunicare; via che hai trovato nella scrittura. Cosa è cambiato in te e che differenza c’è tra esprimersi con le note e farlo attraverso le parole?

La batteria è uno strumento gregario, detiene il ritmo, è il cuore pulsante della musica, ma resta nell’ombra, anche da un punto di vista strettamente scenico. Si potrebbe dire: c’è ma non si vede. Se sei un batterista pensi di essere al servizio della musica e l’unica tua preoccupazione è quella di dare al solista il giusto spazio dentro cui muoversi. Sono cresciuto con questa idea: nel processo creativo c’è una gerarchia: l’opera precede chi la concepisce. È un’idea che alcuni musicisti hanno messo alla base della propria poetica, penso a Keith Jarrett, ad esempio, e all’influenza che un pensatore come Gurdjieff ha avuto su di lui. Quando ho lasciato la musica e ho iniziato a dedicarmi alla scrittura, questa idea non mi ha abbandonato, anzi, credo si sia paradossalmente rafforzata e abbia influenzato il mio modo di pensare e di scrivere storie. Prediligo lo spazio vuoto, il punto cieco, direbbe Cercas, cerco cioè di sottrarre e di non sovrappormi, perché con le parole è facile lasciarsi prendere la mano e offuscare i personaggi. Se devo dire una differenza tra il suonare e usare le parole, forse quella più evidente è che la musica richiede molto più istinto di quanto non necessiti la scrittura. Ricordo la sensazione fisica del suonare, una dimensione dionisiaca che arriva a dare le vertigini. La scrittura invece è per lo più controllo, misura. Credo che questa sia anche una delle ragioni che mi ha spinto a cambiare strada, avevo bisogno di pensarmi dentro una forma diversa, avere tra le mani qualcosa di più esplicito delle note e cercare di usarle con lo stesso criterio che mettevo in atto suonando.

La musica ha comunque un ruolo importante nei tuoi romanzi. In Sonno bianco, ad esempio, le note di Beethoven e Chopin sembrano riempire quel vuoto in cui Emma sta scomparendo. Emma si esprime anche attraverso il disegno e la recitazione la aiuta a liberarsi dalla rabbia repressa. Parafrasando Nietzsche, soltanto l’arte, «la vera attività metafisica dell’uomo», può donare alla realtà l’armonia e la bellezza necessarie all’essere umano per poter vivere in questo mondo?

Nel romanzo la musica sostituisce il silenzio con cui Emma deve fare i conti, mentre il teatro le restituisce un luogo dove potersi raccontare senza sentirsi giudicata. Lèon, l’insegnante di musica di cui Emma si innamora, le insegna una cosa apparentemente semplice: ascoltare. E da quel momento lascerà spazio alla propria voce, al proprio desiderio. Anche il teatro assume una valenza rivelatrice. Nello spazio vuoto del palcoscenico, Emma si ritrova e riesce a essere se stessa; nel muovere il proprio corpo, nel diventare un personaggio, la verità lentamente emerge. È un paradosso: l’arte, la finzione, riesce a svelare, e lo fa con un linguaggio misterioso, eppure assolutamente comprensibile, addirittura inequivocabile, mentre la vita rischia di imbavagliare e opprimere. Da questo punto di vista nel romanzo l’arte assume la valenza di un codice con cui leggere i fatti della vita, interpretarli e poterli osservare alla giusta distanza. Non so dire se questo processo abbia nella vita reale un valore effettivo. Ho conosciuto artisti straordinari, soprattutto in ambito musicale, uomini la cui serietà nel proprio lavoro era esemplare, persone che vivevano continuamente accanto a bellezza e armonia. La musica, come tutte le discipline, richiede dedizione e sacrificio, metodo, e forse verrebbe spontaneo pensare che trasferire questa idea nella vita di tutti i giorni possa essere un passaggio abbastanza naturale; in realtà non è così. Spesso usiamo l’arte per compensare l’assenza di risposte nella vita reale, per domare l’assurdo, e non è detto che questo possa aiutare a fare scelte e prendere decisioni. Anzi, ho visto spesso una deriva tra la grandezza dell’arte in un uomo e il suo fallimento umano. Forse ci illudiamo che l’arte possa aiutarci a vivere meglio, e invece spesso complica le cose perché è proprio l’arte la prima a pretendere che tutto sia per lei, e quindi anche la vita stessa.

Uno dei temi che hai scelto di trattare in Sonno bianco è il doppio. Il libro è diviso in due parti: il libro di Othie e il libro di Oth, soprannomi che le due sorelle si sono date partendo dalla parola inglese Other, altro; la storia è quella di due gemelle identiche, ma con personalità opposte: Bianca estroversa e sicura di sé, Emma introversa e insicura. Il doppio fa parte della natura dell’uomo, quali sono state le considerazioni che ti hanno portato ad affrontare l’argomento?

La prima cosa a cui ho pensato quando mi sono ritrovato di fronte all’immagine da cui è scaturita questa storia è stata che trattare il doppio poteva essere un suicidio. Avevo in mente diversi romanzi e saggi in cui questa tematica veniva analizzata e sapevo bene il rischio che stavo correndo. Avevo però in mano due elementi: da una parte la gemellarità e il legame indissolubile tra Emma e Bianca, dall’altra la distanza incolmabile che le separava, e cioè la condizione di stato vegetativo in cui versava Bianca, una distanza vertiginosa che doveva fare i conti con una vicinanza fisica estrema. C’era quindi nella storia questo gioco di forze che si esprimeva in un luogo chiuso, asettico, la cui cifra di comunicazione era il silenzio. Mi è sembrata una bella sfida.

Nelle prime pagine troviamo una citazione di Carl Sagan: «L’assenza di prove non è prova di assenza». Un altro tema focale del romanzo è la condizione di chi vive in stato vegetativo. Per cercare di comprendere meglio cosa c’è dietro il silenzio che avvolge queste persone hai trascorso del tempo tra i corridoi dell’Istituto Palazzolo di Milano che ha un reparto specializzato per questa tipologia di pazienti. Un’esperienza così forte che effetti ha prodotto su di te? Cosa ti ha insegnato?

La prima volta che sono entrato in una stanza in cui c’era una persona in stato vegetativo ho provato un senso di forte smarrimento, credo di aver avuto paura. La dottoressa Devalle, la persona alla quale devo moltissimo e che è finita in qualche modo nella storia, mi ha permesso di entrare in contatto con queste persone e ascoltare il loro silenzio. Mi sono ritrovato di fronte a corpi immobili i cui occhi aperti lasciavano intravedere il vuoto. Ecco, in quel momento ho capito che Sonno bianco poteva essere un inno al silenzio, e non solo per la condizione di Bianca, ma soprattutto di Emma, la sorella che sopravvive all’incidente di cui è indirettamente responsabile, che si ritrova a dover affrontare il rapporto con i suoi genitori, soprattutto con sua madre, e con il mondo esterno, dentro un senso di colpa che nel silenzio trova sempre un terreno pericoloso su cui crescere.

Valeria, la madre, è una donna fredda che da subito predilige una gemella a discapito dell’altra e reagisce alla condizione di Bianca allontanandosi dal resto della famiglia; Enrico, il marito, invece, cerca di fare da collante battendosi per evitare che la famiglia si sgretoli. Le condizioni psicologiche dei familiari di questi pazienti sono precarie, attaccate ad un esile filo di speranza di un possibile risveglio. Ti sei avvalso di testimonianze raccolte durante la tua permanenza nel reparto dell’Istituto Palazzolo anche per costruire le dinamiche tra i personaggi di questa storia o sono frutto di deduzioni personali?

No, l’istituto Palazzolo non ha avuto un peso in questo senso. Le dinamiche interne alla storia sono scaturite innanzitutto dai personaggi, che avevo immaginato partendo dalla presenza delle due gemelle e della loro particolare condizione. Nella mia testa ognuno di loro aveva un peso specifico che però si è definito meglio nella fase preparatoria, con la lettura e lo studio di testi, interviste e casi clinici, che mi hanno aiutato a vederli e caratterizzarli meglio. Ad esempio ho capito quanto sia frequente, anche all’interno di un nucleo familiare in cui ci sia la presenza di gemelli identici, che la madre sviluppi una preferenza per uno dei due figli, influenzando in modo determinante lo sviluppo della personalità e quindi anche le relazioni tra i diversi componenti della famiglia. Una storia è anche distribuzione di pesi, per cui in alcuni casi ho cercato di bilanciare un tratto caratteriale di un personaggio in rapporto a un altro.

Emma è un’adolescente che deve imparare a fatica a camminare da sola, a trovare il proprio volto. Nella dedica ai tuoi tre figli scrivi: «Che so troveranno la strada», il tuo ruolo di padre ti ha offerto un osservatorio privilegiato nella costruzione del personaggio? 

Credo che l’avere una figlia adolescente mi abbia aiutato a cercare di capire e guardare il mondo e le relazioni da un punto di vista che evidentemente ormai non mi appartiene più. Così ho iniziato a prestare maggiore attenzione ai piccoli gesti, agli sguardi e ai silenzi, che spesso dicono molto più di tante parole. Dovevo in qualche modo rientrare in un’età purtroppo ormai lontana e credo che Elisa, mia figlia, sia stata suo malgrado un modello importante.

In un post su Facebook scrivi che hai ricevuto messaggi e tag da lettori che sono riusciti a farti sentire inadeguato di fronte alle loro parole perché sono stati capaci di vedere oltre quello che tu volevi scrivere. Non è forse questo il fine ultimo dello scrittore: inventare storie che vivono di vita propria quando vengono lette da occhi diversi dai suoi?

Sì, credo sia esattamente come dici. Ma forse non è un fine del tutto calcolato, è nella natura della narrazione e della sua forma implicita. Io personalmente cerco sempre di nascondere piuttosto che svelare, lo trovo più interessante innanzitutto per me; se poi questo permette, come credo, di occupare uno spazio dentro una storia da parte del lettore, bene, allora avrò raggiunto un doppio obiettivo.

Ancora su Facebook leggo: «Scrivo sempre a partire da un’immagine chiara, ma ferita, e raccontarla significa per me prendermene cura, ripararla, il che non è detto mi porterà a risolverla, anzi, spesso ha aperto voragini». Le immagini a cui fai riferimento sono frutto della tua fantasia o prendi spunto dalla realtà che ti circonda? E scrivere ti aiuta a comprendere meglio e risolvere anche le tue ferite?

È accaduto che fossero frutto di fantasia – che in realtà non esiste, perché credo sia sempre una combinazione di vissuto e inconscio – così come mi è capitato di fare i conti con situazioni vissute anni prima. Nell’immagine da cui sono partito per scrivere Sonno bianco era presente una scultura di Rodin, La Cattedrale. Bene, un anno dopo aver scritto il romanzo, ho scoperto per caso che quella scultura non era frutto della mia immaginazione, ma era qualcosa di reale, e cioè una scultura che avevo visto e fotografato anni prima al museo Rodin di Parigi.
Credo che scrivere abbia a che fare con l’ossessione e non sono convinto che scrivere di un’ossessione possa guarirla, però forse può permettere di arginarla e darci l’illusione di poterla controllare, che già sarebbe molto. 

A proposito di social, mi ha colpito come ti racconti, con estrema spontaneità alternando momenti di vita familiare a pensieri più profondi, sul senso della vita. Il tuo è come se fosse un dialogo intimo con chiunque si affacci alla tua bacheca. Da dove nasce questo bisogno di raccontarti senza barriere?

Scrivere è anche fare ordine, cristallizzare. Serve anche per capire, certamente. In questo senso è un atto profondamente egoistico, forse narcisista. C’è sempre un filtro, quando si racconta, è importante decidere cosa raccontare e cosa no, cosa indagare e cosa lasciare senza una forma precisa. Potrei farlo su un diario e tenerlo chiuso dentro al comodino, ma in questo modo le parole soffocherebbero nel buio di un cassetto e verrebbe a mancare la possibilità di farle vivere negli occhi degli altri. Del resto scrivere è innanzitutto comunicazione e se non pensassi di avere qualcuno a cui parlare, credo che smetterei di scrivere.

Sonno bianco sta riscuotendo molto consenso ed è stato in questi giorni inserito tra i candidati al Premio Strega. Ti aspettavi una risposta di questo tipo dopo la pubblicazione? Come ci si sente difronte al riconoscimento del proprio impegno?

Credo che la candidatura al Premio Strega sia innanzitutto un riconoscimento importante per la casa editrice, e di questo sono particolarmente contento. Francesca Chiappa e Silvia Sorana sono due donne straordinarie, fanno un grande lavoro, ho imparato molto da loro. Il consenso intorno al romanzo mi gratifica, è bello pensare di poter raccontare una storia e avere qualcuno che voglia leggerla, è come cercare di restituire in parte quello che da lettore ho avuto dai libri che ho letto. Ed è stato tanto.

Photo credit:
Emiliano Zampella [2,3,4]
Pietro Corbetta [1,6]