L I V E – R E P O R T


Articolo di Corrado Budelli e immagini sonore di Roberto Bianchi

Qualcuno disse a David Thomas, leader indiscusso dei Pere Ubu, quanto fosse stupito che, dopo 20 dischi, facessero ancora musica sperimentale. La risposta fu: “Ma quale musica sperimentale? Noi sappiamo benissimo cosa stiamo facendo!!!” Ascoltando Adele Nigro, alias Any Other, al Gagarin, mi sono posto questa domanda: quella certezza sarà applicabile anche alla sua musica, al suo esporsi, al continuo evolversi delle sue sonorità e del suo pensiero? Adele sta sperimentando di continuo o è già conscia della strada da percorrere?

Forse entrambe le cose. Personaggio unico, o almeno rarissimo, nel panorama musicale italiano, lei sa cosa non vuole fare, ma forse non è del tutto consapevole delle proprie potenzialità espressive. In continua mutazione, il suo manifestarsi relega quasi in un angolo seppur prezioso le prime esperienze musicali, cercando uno stile maggiormente riconoscibile seppur meno immediato.

Personaggio apparentemente schivo, sul palco domina la situazione. I testi sono a volte piuttosto lunghi e tutti in inglese lingua che reputa a lei più congegnale, ma poi non concede al pubblico quasi un minimo intervento tra un brano ed il successivo. Potrebbe essere deleterio per un cantante che deve farsi ancora conoscere ai più. Ma a lei poco importa, perché parlare del niente tanto per farlo? Molto meglio concentrarsi su quello che è il proprio racconto esistenziale.

L’esibizione, durata forse meno di un’ora, ma molto intensa, ha riproposto il suo secondo disco Two, Geography, in apparenza più essenziale e minimale del primo lavoro, ma pieno di sonorità ben occultate che si sprigionano man mano ai vari ascolti. Rispetto al disco in studio in concerto qualcosa cambia ancora; chi l’accompagna, oltre al fido Marco Giudici (alias Halfalib) alle tastiere, Giacomo Di Paolo al basso e Clara Romita alla batteria, contribuisce a dare nuova linfa all’ossatura dei brani, di per sé già articolata e complessa. L’utilizzo spesso non convenzionale della chitarra acustica e di quella elettrica, l’uso della voce utilizzata a volte quale strumento (ricordiamo che Adele suona spesso anche il sax tenore anche se non in questa circostanza), e nel suo utilizzo particolarmente drammatico in Sonnet #4, fanno si che tutto fluisca in modo omogeneo.

Due soli brani dal primo disco, e volutamente nessun “inutile” bis. L’esibizione deve essere così e basta, nessuna lungaggine o stucchevole pantomima. Una sorta di Julia Holter negli intenti e nella visione delle cose, seppur del tutto differente nel modus operandi. La sua integrità artistica mi ha riportato alla mente il Nick Drake di Pink Moon, disco che lui ha voluto uscisse così! Breve, con arrangiamenti essenziali e nulla più. Come pure Elliott Smith, che ci ha lasciato splendide gemme durante il suo seppur breve passaggio.

Any Other, sono ormai convinto, non è il suo alter ego, ma sono tutti coloro che contribuiscono al suo mondo, sia che si tratti dei musicisti che in quel frangente suonano con lei, sia il suo pubblico, sempre partecipe e coinvolto.

Adele sei brava, interessante, di grande impatto, ma soprattutto sei importante! Grazie