A P P U N T I  D A  N O V A R A J A Z Z


Articolo di Mario Grella

È sempre così nel chiostro della Canonica: ci si va con lo spirito leggero, quasi con la curiosità di chi vuole dare un’occhiata a chi suona e a chi c’è, poi però ci si trova invischiati in una pasta sonora dalla quale è difficile liberarsi, una specie di anello magico, un po’ come nella “Zona” del celebre film di Andrej Tarkovskij, dove chi entrava ritrovava se stesso. È accaduto anche quest’anno con il prezioso concerto degli OlmO.
Noise, rock, ambient, si certo, ma solo per mettere una etichetta al vino e sapere da quale bottiglia si beve. Ma che il vino sia dei migliori è lampante.

Sembra tutto così pacifico da principio, quando lievi e aeree sonorità si levano dal basso elettrico di Roberta Brighi, complice la quiete del chiostro e la bella sera di giugno. Poi tutto precipita (o decolla), e le soavi sicurezze si inabissano e incominciano i turbamenti del vibrafono stimolato e percosso da Davide Merlino, la chitarra abilmente torturata da Elia Anelli e l’incalzare della batteria di Andrea Cocco. Ma non dare niente per scontato in concerti così, è buona regola. Dolci melodie solo vagamente turbate da una qualche dissonanza elettrica, musica fluente, profonda. Gli OlmO vengono dal “margine boschivo” come direbbe Peter Handke, dalle alture sopra il lago Maggiore e questa provenienza è fonte di ispirazione, che rivendicano orgogliosamente e si riflette nella loro musica. Sembra, a volte, che alla natura manchi persino qualcosa per ridefinirne lo status poetico, ecco ed è proprio, con musica come questa, che ci si potrebbe perdere nella natura. Di grande impatto “Trip in the Iceland” a dimostrazione che la terra e l’emozioni che può far nascere nell’animo sono il focus della loro musica. Infine, per chiudere, una bella chicca folk nel pezzo finale di Davide Merlino. Tutto bello, grande concerto, ma non è una novità…

Crediti immagini: Chiara Pugliese (1,2), Mario Grella (3,4)