L E T T U R E


Articolo di Mario Grella

Sono passato spesso da Columbus Circle, mai avrei pensato che in quel luogo così caotico e rumoroso potesse abitare Zvi Kolitz. A dire il vero, non lo sapeva nemmeno Paul Badde, giornalista e storico, inviato del quotidiano “Die Welt”, prima a Gerusalemme e poi in Vaticano, che racconta la storia di queste “due pagine fitte fitte” che altro non sono che l’impressionante, mistico ed anti-dogmatico libretto Yossl Rakover si rivolge a Dio (edito da Adelphi).
Zvi Kolitz scrisse questo racconto per il giornale “Jiddische Zeitung” e da allora se ne persero le tracce. Di cosa si tratta? Di una lettera che un ebreo, Yossl Rakover, scrive a Dio per manifestargli tutti i pensieri, le considerazioni, i tormenti e i dubbi che passano nella mente di un povero ebreo, asserragliato nel ghetto di Varsavia che, nel 1943, sta per essere distrutto dai nazisti.

Non si tratta del “solito” testo di memorialistica sull’Olocausto, è qualcosa di molto diverso e, per comprenderlo, occorre sapere che Zvli Kolitz è un ebreo lituano, un cosiddetto “litvak” e che la Lituania, come ricorda lo stesso autore, “was a not a State, but a state of mind…” Sì, uno stato della mente, poiché i nazisti sterminarono gran parte della popolazione ebraica, un popolo istruito, colto e raffinato, presso il quale la scuola era più importante anche della sinagoga.
Forte di questa cultura e figlio di un talmudista, Zvi Kolitz, nella lettera di Yossl Rakover, non esita a chieder conto a Dio del perché gli ebrei del ghetto di Varsavia si stessero trovando in quella situazione:
“Ti voglio chiedere, Dio, e questa domanda brucia dentro di me come un fuoco divorante: che cosa ancora, sì, che cosa ancora deve accadere perché tu possa mostrare nuovamente il tuo volto al mondo?”
Parole che per l’ardire, ma anche per la profonda, intensa, umana debolezza, lasciano senza fiato.


Un racconto che definire intenso e commovente, potrebbe sembrare banale. Domande apparentemente senza risposte che possono gettare l’essere umano nell’orrido del più ovvio ateismo; così la pensa anche Paul Badde nella illuminante post-fazione, ma che si affretta a precisare, facendo proprie le parole del filosofo Emmanuel Lévinas che “…Sarebbe la più giusta per tutti coloro ai quali un Dio, un po’ elementare, ha finora distribuito premi, inflitto sanzioni o perdonato errori e, nella sua bontà, trattato gli uomini da eterni bambini. Ma che demone ottuso, che strano mago avete dunque insediato nel vostro cielo, voi che oggi, lo definite deserto? E perché sotto un cielo vuoto, cercate ancora un mondo sensato e buono?”. Un libro brevissimo e difficile da dimenticare.
Mi piace concludere questo mio commento con le parole che Yossl Rakover rivolge a Dio nel momento della morte e riferendosi agli aguzzini nazisti: “… Non li punire per questo: i vigliacchi non si puniscono, i vigliacchi si compatiscono.” Meglio ricordarlo sempre, soprattutto ora.