D O W N L O A D   E S C L U S I V O


Articolo curato da Luci

Abbiamo il piacere di offrirvi il download esclusivo di Sunday Drivers singolo d’esordio ufficiale dei Seville. Il brano anticipa l’uscita del loro primo album Who has decided for us?, in uscita a febbraio 2020 e distribuito in digitale da Artist First.

Curiosi di conoscere più da vicino le origini e il progetto musicale che caratterizza questa giovane band li abbiamo contattati rivolgendo loro alcune domande:

Sappiamo che la formazione dei Seville nasce a Padova nel 2016, volete raccontarci qualche dettaglio in più in proposito, anche per quanto riguarda la scelta di questo particolare nome d’arte? Qualcosa vi lega alla città spagnola?
Ci siamo conosciuti a 17/18 anni, quando ognuno di noi aveva la sua prima band e ci si incontrava casualmente nei pochi locali ed eventi della nostra zona (Padova Ovest per intenderci). Non ci prendevamo troppo sul serio all’epoca anche se devo dire che per quanto potessero essere immaturi i nostri primi progetti, ci divertivamo parecchio. Abbiamo cambiato approccio quando sono nati i Seville, nell’autunno del 2016 appunto. La scelta del nome è stata più che altro obbligata dal fatto che dovevamo presentarci al primo concerto e non ne avevamo ancora individuato uno. Così ci siamo trovati a fare brainstorming e Michele ha proposto “Seville” (l’idea gli è venuta pensando al mio ampli per chitarra, un Fender Deville). Tirando le somme era l’unico nome che ci sembrava efficace. Quindi in tutta onestà, non significa nulla di particolare, noi a Siviglia non ci siamo mai stati. Seville è semplicemente una parola fluida, che suona bene e si addice anche al nostro immaginario: spesso legato all’idea del viaggio e del movimento.

Il vostro è un repertorio che definite “inedito ed eterogeneo” ma c’è qualche riferimento musicale che vi ispira particolarmente?
Finora ognuno dei brani che abbiamo composto ha una sua identità: pur mantenendo un filo conduttore tra loro, ci sono dei pezzi molto pop, altri più lunghi e psichedelici con strutture non convenzionali, qualche volta il pezzo è dominato da chitarre distorte, altre volte i synth diventano fondamentali. Per questo lo definiamo un “repertorio eterogeneo”. Certamente ci sono dei riferimenti che ci accomunano tutti e che hanno segnato i nostri ascolti quando ci siamo avvicinati a questo genere di musica e abbiamo iniziato a suonare. Fondamentali Jimi Hendrix, Pink Floyd, i Beatles. A livello di band contemporanee ascoltiamo un po’ di tutto: in particolare ci piacciono i Tame Impala, Black Keys, Arctic Monkey, Kevin Morby, Half Moon Run, The War On Drugs e molti altri.

Come siete arrivati alla registrazione del primo album e cosa vi ha indotti a scegliere di cantare in inglese?
L’idea di registrare l’album è arrivata dopo un paio d’anni di composizione e concerti dal vivo. Abbiamo pensato che fosse giunto il momento di dare un senso compiuto al nostro lavoro e di condividerlo con un pubblico più ampio. L’inglese è il risultato degli ascolti che ho citato prima. Quando ho cominciato a scrivere le prime canzoni a 16 anni scrivevo in inglese, lo stile con cui costruisco le linee vocali è legato a questa lingua e anche le sonorità dei brani sono più adatte alla scena internazionale che a quella italiana.

“Sunday Drivers” è il primo singolo che anticipa l’uscita del disco. Ce lo volete raccontare?
Sunday Drivers è il primo pezzo che abbiamo scritto insieme, ma è anche il più complesso e il più lungo. Se dobbiamo essere sinceri quando l’abbiamo fatto non pensavamo certo a comporre un singolo radiofonico. Nonostante ciò, rimane una canzone significativa, che riassume molti aspetti secondo noi caratteristici del progetto: dalle linee vocali alle parti strumentali (in particolare i riff di chitarra). Inoltre dal punto di vista tematico apre molto bene l’immaginario: parla di un fuggitivo (tema che con prospettive diverse ritorna anche in altri brani dell’album), che scappa da questi misteriosi “Sunday Drivers” correndo in auto in un’immaginaria autostrada su Marte.

Nel marzo scorso vi siete esibiti per la prima volta all’estero, in Danimarca. Com’è andata?
Uno dei nostri migliori concerti, senz’altro quello con maggior affluenza. Si trattava di un evento al Musikken Hus di Aalborg, in occasione di un festival studentesco. Ci siamo trovati in una enorme hall ed era davvero pieno di gente. La risposta del pubblico è stata ottima, il che ci ha dato coraggio e ha rafforzato la nostra idea che un progetto come il nostro debba puntare soprattutto alla scena internazionale.

In attesa del debutto discografico che avverrà nel 2020 avremo modo di seguirvi dal vivo?
Certo! Ma non abbiamo ancora nulla di programmato, aspettiamo di pubblicare i primi singoli prima di dedicarci di nuovo alla dimensione live, un aspetto che abbiamo quasi completamente messo da parte in questi mesi di lavoro all’album.