L I V E – R E P O R T


Articolo e immagini sonore di Stefania D’Egidio

Difficile per me parlare del concerto dei Dandy Warhols al Santeria di Milano quando all’uscita ti accorgi che ti hanno mandato in frantumi il finestrino dell’auto e portato via un anno intero di lavoro sotto gli occhi indifferenti di decine di giovani che sbevazzano allegramente sul marciapiede. La rabbia rischia di offuscare il ricordo, ma voglio riavvolgere il nastro alla sera del 16 settembre e provarci comunque…

Tiepida serata di fine estate in viale Toscana, mi avvio all’ingresso e vedo che già alle 20.00 c’è un ottimo afflusso di pubblico, per la maggior parte composto da gente che ha superato gli anta; lo show viene aperto da un quartetto tutto italiano, i New Candys, ma con sonorità che riportano al mood anni ’60 d’oltre Manica, freschi di pubblicazione del terzo lavoro, Bleeding Magenta, eroici nell’esibirsi quasi totalmente al buio, avvolti da una nebbia rarefatta che lascia passare solo il suono, chiaro e potente: sono il giusto apripista al gruppo di Portland.

Nella formazione composta da Courtney Taylor alla voce e chitarra, Zia McCabe al synth, Brent DeBoer alla batteria e Peter Holmstrom alla chitarra solista, il gruppo statunitense passa da Milano per presentare la sua ultima fatica, il decimo album in studio Why You So Crazy, nell’anno in cui cade il venticinquesimo anniversario di carriera.
E’ la prima volta che li vedo dal vivo, li avevo persi di vista con le atmosfere frizzantine e colorate di Bohemian Like You, il brano che li aveva resi celebri in Europa all’inizio di secolo, e di We Used To Be Friends, e scopro invece una band del tutto diversa da come me l’aspettavo.


Immancabile il riferimento alla loro fonte d’ispirazione, Andy Warhol, presente sulla T-shirt attillata, indossata da Zia, e sul telone che fa da sfondo al palco con l’iconica banana dell’artista newyorkese.
Dandy di nome e di fatto, un po’ distaccati dal pubblico festante, l’unica ad interagire è proprio Zia, illuminata non a caso da un fascio di luce che cade dritto sulla tastiera: balla, dispensa sorrisi, concede ai fans strette di mano e dirige lo spettacolo come un deus ex machina, scandendo il tempo con il suo Korg e riuscendo a non far sentire la mancanza del basso in formazione.
Il suono che ne esce è potente quanto basta, sull’amplificatore di Courtney campeggia la scritta “Art is an act of violence” e, infatti, si comincia con il sound cupo di Forever, la batteria è impetuosa, le chitarre distorte all’ennesima potenza, tanto da coprire in parte la voce del frontman, lontana dai fasti di fine anni ’90. Accordi tirati al massimo in un vortice di psichedelia che si prolungherà per due terzi dello show, fatta eccezione per il terzo e il quinto brano, i più ritmati in scaletta, Styggo e Highlife, quest’ultima cantata da McCabe, mentre per sentire qualche riff di chitarra dovremo aspettare invece il gran finale.
La chiusura è ancora una volta affidata alla sensuale Zia con una sorta di Dj Set che riporta alle sperimentali atmosfere underground dei club di periferia.

Setlist completa:
01. Forever
02. Holding me on
03. STYGGO
04. Crack cocaine ragger
05. Get off
06. Highlife
07. Not if you were the last junkie on earth
08. Good morning
09. Ride
10. You were the last high
11. Mohammed
12. Godless
13. Bohemian like you
14. We used to be friends
15. Every day should be a holiday

New Candys
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