I N T E R V I S T A


Articolo di E. Joshin Galani

È uscito il 12 Novembre FORTIS – 1° officiALive, primo live ufficiale di Alberto Fortis, che celebra la sua carriera musicale lungo 40 anni. Il debutto discografico è nel ’79 con l’album “Alberto Fortis” dove viene accompagnato dalla PFM. Il successo è immediato, punto di partenza per una brillante carriera che si snoda in sedici album realizzati tra Italia, Stati Uniti e Inghilterra, un disco di platino, due d’oro e oltre un milione e mezzo di album venduti lo consacrano tra i grandi protagonisti della musica italiana.
Le sue collaborazioni musicali hanno spaziato negli anni con artisti di prim’ordine:  George Martin (produttore dei Beatles), la London Philarmonic Orchestra, PFM (Premiata Forneria Marconi), Claudio Fabi, Lucio Fabbri, Gerry Beckley (America), Carlos Alomar (produttore di David Bowie), Bill Conti, Guido Elmi e l’Orchestra Sinfonica Arturo Toscanini.
Ho scambiato una bella chiacchierata con Alberto tra passato e presente.

Ciao Alberto, grazie per questo tuo nuovo lavoro live molto coinvolgente! Immagino non sia stato facile scegliere i brani che sarebbero entrati nella rosa di questa tua ultima pubblicazione “FORTIS 1° OfficiALive” , qual è stato il criterio di scelta?
Il concerto ha avuto la sua maturazione durante il tour, che già teneva presente l’appuntamento del Castello Sforzesco come evento celebrativo del 40° e l’itinerario a ponte tra lo storico e l’attualità.

Il suono di tutto il lavoro è veramente curato, pulito, così come il sostegno di tutta la band che ha dato un’impronta strepitosa, chi sono i musicisti che ti hanno accompagnato?
La Milandony Melody Band è composta da Franco Cristaldi Bass, Joe Damiani Drums (ad oggi sostituito da Ivan Ciccarelli), Luca Fraula Keyboards, Mary Montesano Vocalist, a cui si sono aggiunti, per l’Evento Stefano Brandoni, Luca Rustici, Marco Barusso Chitarre, Amedeo Bianchi Sax, Simone Bertolotti Keyboards. Il LIVE che concepisco è solido e naturale già nell’esecuzione, non deve richiedere particolari aggiunte e ritocchi in fase di post produzione.

Il quarantennale della tua carriera è stato celebrato live in apertura dell’Estate Sforzesca nella cornice del Castello di Milano lo scorso giugno. Prendendo le misure del tempo e chilometriche, possiamo estenderci a quarant’anni prima e ad una distanza di 1,3 km. Nell’estate del ‘79 salivi sul palco di Piazza Duomo a presentare il tuo primo album, denso d’amore per Milano. Hai ricordi dell’emozione di cantare il Duomo di Notte di fronte alla cattedrale gotica?
Ricordo indelebile di una serata che ha registrato cinquantamila presenze in Piazza Duomo, con diversi giovani artisti milanesi: un battesimo strepitoso con ovazione da stadio per Milano e Vincenzo, Il Duomo di Notte, La Sedia di Lillà. Cantare il Duomo di fronte al Duomo è stato come plasmare una visione in 3D, portarla in rilievo e renderla tangibile, un’emozione sensoriale.

In quel concerto condividesti il palco con i Carnascialia, gruppo folk di Mauro Pagani, I Kaos Rock, gruppo punk di Gianni Muciaccia. Credo che adesso sia impensabile proporre in una serata tre stili così diversi, qual’era il fermento musicale del periodo e i rapporti tra musicisti con stili diversi?
Era un’epoca di confronti, contaminazioni, provocazioni artistiche ribollenti e produttive per il magma e la crescita musicali. Oggi manca la volontà da parte delle strutture per noiosa e schematica mappatura industriale, che sta portando a una rischiosa e arida categoricità di generi e spazi. Tutto dettato dal poco afflato per la materia, da scarsa competenza e da tempistiche ossessive. Altrimenti ci sarebbe molta possibilità di crossover stilistici in collaborazione, come a volte succede, che decreterebbero l’augurabile, ineluttabile Rinascimento musicale. Dobbiamo però sbrigarci prima di disallenarci alla Bellezza e al Benessere animico, cosa voluta da chi sta controllando la notte sociale che stiamo attraversando.

Apre questo live Hey Mama, di cui hai tenuto solo l’intro musicale. L’intera canzone con la parte cantata, potrebbe essere presente per intero in un eventuale “FORTIS 2° OfficiALive” ?
Hey Mama ha qui un compito di climax introduttivo e metafisico, l’ipotesi suggerita per l’intera Song potrebbe riguardare i prossimi Live Concert on Tour.

Plastic Mexico cita il famoso locale milanese Plastic. Prima che diventasse un locale da eccessi fashion victims, era un posto “alternativo”, aveva il pregio, sotto le grandi ali di Nicola Guiducci, di proporre nuovi stili musicali mixati con quella improbabilità che diventava genialità. Nei primi anni 80 era molto facile incontrarti lì ad ascoltare musica, che stimoli sonori ti davano quelle serate?
Gli stimoli di una città con antenne e riferimenti internazionali, come Milano dimostra soprattutto oggi di essere e come la mia carriera è sempre stata, con collaborazioni a Londra, New York, Los Angeles.
Plastic Mexico è molto probabilmente il primo pseudo rap italiano e colgo l’occasione per ricordare una grande figura da poco scomparsa, l’amico Lucio Nisi, creatore del Plastic. Percorso e crescite che poco interessano l’abitualmente fredda valutazione numerica dell’industria discografica, indipendentemente dalla bellezza del prodotto artistico.
Una barzelletta racconta di due animali che si incontrano di notte nella giungla, buio pesto. Nessuno vuol dire per primo all’altro chi sia e allora decidono di toccarsi e scoprirlo. Parte il primo che tocca l’altro e dice “Mmmmmmmh…. pelo non tanto lungo e morbido, orecchie lunghe, un po’ di baffi…..sei il coniglio”. Indovinato dice il coniglio e ora tocca a me: ”mmmmmh, sei viscido, freddo, strisci, non hai orecchie….sei un discografico”.

Credo che il tuo sia stato un percorso musicale ma anche vocale. Sei sempre stato caratterizzato dalla delicatezza, ma negli ultimi album hai utilizzato anche una vocalità più graffiante, come se fosse emerso nel tempo un altro tuo aspetto che aveva bisogno di essere esplorato e mostrato, è così?
Non proprio, song come Milano e Vincenzo, Nuovi Giorni, Liquido breve per Bibo, La sedia elettrica, dei primi album, spingono già molto in quella direzione. Probabilmente col tempo e il lavoro sulla voce si sono aperte altre gamme sonore più blues gospel, quello sì.

L’intro de La Neña del Salvador è un testo recitato, è una tua poesia?
Sì, è una mia poesia tra le più recenti scritte, declamata da Elena Rivoltini, una bravissima giovane attrice del Piccolo Teatro Grassi di Via Rovello, Milano. Ho pubblicato due Libri di Poesie e un’Autobiografia (che però non ho scritto in auto)

Quasi tutte le versioni sono riviste, mi ha colpito molto Riso nella sua rivisitazione funk soul con inserti rap. Un altro inserto rap in Milano e Vincenzo, canzone che ti ha fatto stare per anni nella bufere assieme a A Voi Romani. Nel tempo quel “ma è cretino e poi vive a Roma che ne sa” l’hai sostituito con “ma è cretino e dell’amore che ne sa”. Se queste due canzoni fossero state pubblicato oggi, avrebbero suscitato le stesse reazioni?
Credo di sì, sempre che oggi si fosse potuto pubblicarle, perché in un certo senso c’è più controllo e censura, nonostante l’illusoria democraticità in rete. Comunque è ben diverso parlare chiaro con obiettivi precisi e per il bene sociale, piuttosto che esprimere volgarità fini a se stesse, tutto sommato comode e innocue, paragonabili ormai a fashion gadget da applicare sulla giacchetta. Infatti quelle riempiono le classifiche, ma speriamo per poco, per il bene delle nostre giovani generazioni. Grazie per “Riso New”, anche a me piace molto.

L’amicizia è una delle tue canzoni più toccanti, anche nella versione 2019 hai tenuto intatta la delicatezza originaria. Spesso è difficile per chi fa un lavoro con tempi scanditi, mantenere le amicizie, immagino sia più complicato per un artista con tempi completamente diversi ed accelerati. Ci sono nella tua vita amicizie di lunga data che hanno resistito alle velocità, ai cambiamenti, ai successi, ai traslochi?
Sono spesso le amicizie formatesi nell’adolescenza, prima che arrivasse il successo evidente ed è molto bello che siano resistito nel tempo. Ma anche ad oggi ci sono amicizie che nascono sorprendentemente sul lavoro, per sintonia e visioni artistiche, altrettanto meritevoli se si pensa che a volte sono provate da ruoli contrastanti nella professione: è sintomo di intelligenza e sensibilità.

A proposito di amicizie ed amori, è stato molto bello il duetto di Didin con Rossana Casale, a cui avete aggiunto il ritornello di Stay Just A Little Bit Longer di  Jackson Browne. Che musica ascolti attualmente? Cosa ti piace?
Rossana è una degli ospiti, insieme a Francesco Baccini, Betty Vittori. Ogni collaborazione è dettata da autentiche motivazioni di vita, di stima artistica e personale. La citazione di Browne è nata al momento on stage e queste sono le scintille belle delle esecuzioni fatte con artisti con cui hai un autentico tramite. La Musica che preferisco ad oggi coniuga una matrice black con sapori pop rock r&b come Childish Gambino, Post Malone, Sia, Sigma feat Birdy, ma il mio cuore sta con The Beatles, Prince, Dylan, Jeff Buckley, Sakamoto.

Ci sono delle canzoni che segnano i tempi, non solo per il successo, ma anche per le citazioni legate al periodo. Il rinnovo dei 40 anni lo sentiamo in Marylin, quel “Ronnye” sostituito da “Donald Duck” ed un nuovo omaggio a Miss Monroe con l‘inserimento di Happy Birthday to you, canzone che Marylin cantò al compleanno di JFK. Hai vissuto a Los Angeles, New York e a Milano, che in 40 anni, anche esteticamente, è cambiata molto. Potresti fare un parallelo di trasformazione nel suddetto periodo, tra queste città?
Very interesting question: ho sempre sostenuto un parallelismo tra Milano e New York, cugine che sempre più si assomigliano con le dovute differenze numerico/proporzionali, in realtà sempre meno avvertibili. Los Angeles negli ‘80 era invece la West Frontier, un climax e stile di vita sensibilmente differente, che però, nei decenni successivi, si è per così dire europeizzato, anche se territorio, clima e il Pacifico si fanno sempre sentire, decretano uno status sempre targato California.
La mia song Wish I knew è l’essenza di quanto stiamo dicendo. In ogni caso la trasformazione delle tre Cities concorre a una sensazione di intersecazione dei loro tre caratteri, questo mi piace e mi conforta. A tutto questo aggiungo l’importanza che ha avuto Londra nel mio cammino artistico, con la registrazione ad Abbey Road Studios, la conoscenza di Sir George Martin, Sir Paul, Linda, Stella Mc Cartney, Julian Lennon, Cynthia Lennon.

Nel prezioso cofanetto “FORTIS 1° OfficiALive” ci sono due CD, un DVD ed un libro. Ci racconti cosa contiene?
A questa domanda non rispondo, ma invito ad ascoltare e vedere non solo quanto aspettato, ma anche le sorprese nel concerto e soprattutto nel DVD che contiene video con la mia regia e ciò a cui più tengo: la mia attualità.

Chi ha curato l’artwork della copertina?
Artwork Cover, così come l’intero svolgimento fotografico e narrativo del libro è curato da me e da Michele Sartori, collaboratore di Azzurra Music, con la preziosa partecipazione di Damiano Friggi per l’impaginazione.

Un’altra perla negli arrangiamenti la troviamo in La Pazienza, che riprende poi l’originale nella fine. Ci saranno delle date in cui poter sentire di nuovo questo live?
La Pazienza è uno dei testi che prediligo e nel DVD si può godere del momento teatrale messo in scena nel Concerto al Castello Sforzesco. Arrangiativamente in questa versione, sono instillati sapori sonori di riminiscenze scozzesi, confessione del mio credere a vite passate e future che, come le città, si intrecciano e spiegano la nostra missione presente. Grazie.