R E C E N S I O N I


Articolo di Giovanni Carfì

Note di merito per album passati distrattamente in secondo piano, ma meritevoli di un loro piccolo spazio. Nell’impossibilità di raccontare tutto ciò che viene prodotto, una selezione di dischi con confronti senza vincitori, né punteggi; ma con la presunzione di restituire una sensazione il più immediata possibile, attraverso un’analisi che va oltre le solite stellette.

The Yellow

Cambiamento, crescita interiore ed evoluzione personale per non cadere nei soliti errori; questo è il tema del secondo lavoro di questa band composta da Francesco Loiacono, Lele Diana e Gianluca Damiani, con un curriculum collaborativo importante alle spalle. Forse grazie anche a queste influenze, restituiscono su disco un sound pop molto curato e pulito, sia nei suoni che nell’uso della voce, fresca su una base sempre incalzante e mai troppo scontata.

There Will Be Blood

Quarto lavoro per la band varesina di nome ma che di fatto ruba i suoni da altre terre; luoghi polverosi, dove il passo si fa pesante sotto un sole abbagliante. Nuovo inizio grazie all’ingresso nella band di altri due elementi, e una nuova visione che lega le tracce tra loro, narrando l’elaborazione di un lutto da parte di un ragazzo che ha perso la madre. Le sonorità nonostante il tema delicato, sono pura energia e sabbia negli occhi, forse troppo articolato, ma è un’abbondanza sonora che arricchisce e non annoia.

The Manifesto

Formazione giovane, non tanto per la sconosciuta anagrafica dei componenti ma per l’esordio. Ispirato al movimento storico e sociale scaturito dalla Rivoluzione Francese e filtrato attraverso sonorità inglesi in una strana alleanza sonora. Aggiungete la non convenzionalità di Nietzsche e delle caramelle lisergiche e vi avvicinerete al loro sound; interessante commistione per un disco che si sgancia da facili paragoni sonori, ma che cerca di dire la sua grazie anche alle chitarre decise e alla batteria pesante, base di un connubio vocale quasi contrastante.

Banana Mayor

Una storia travagliata la loro, con continui cambi di line up, divergenze interne, esterne, etichette abbandonate e vecchi ritorni. Quello che resta dopo oltre dieci anni di attività, è un disco dal forte impatto, dove le chitarre sembrano graffiare pareti alte, rilasciando nell’aria una polvere sonora cupa e liberatoria. All’interno dichiarano influenze anni 90, ma a causa o forse grazie ai numerosi cambiamenti, sembra che le pareti nascondano una superficie più vecchia di un paio di decadi.