L E T T U R E


Articolo di Mario Grella

Non è semplice seguire la conversazione  tra Haruki Murakami e Seiji Ozawa sul “Concerto per pianoforte e orchestra n.3” di Beethoven e “qualche altra opera”, come si dice nel primo paragrafo del bel volume edito da Einaudi Assolutamente musica. E non lo è, richiedendo il volume una partecipazione che possiamo definire “multimediale”: lettura, ascolto, visualizzazione, poiché il lettore, spesso deve ricorrere all’ascolto diretto dei brani oggetto di discussione e qualche volta anche alla visione di video esplicativi della gestualità del direttore.
Lo stesso Murakami avvisa in apertura di volume, che si tratta della raccolta di più conversazioni tra lo scrittore e il celebre direttore d’orchestra giapponese; una specie di “sonata a quattro mani” dove Ozawa racconta della sua vita, del suo modo di interpretare gli spartiti e del suo concetto di musica.

Grande, forse grandissimo, ma non certo celebratissimo direttore, Ozawa (alla Scala fu sonoramente e pregiudizialmente fischiato nel 1980), è stato storico direttore della Boston Simphony Orchestra, ma anche più volte direttore della Wiener Staatoper, già collaboratore Di Herbert Von Karajan con i Berliner Philharmoniker, nonché assistente di Leonard Bernstein, direttore della New York Philharmonic Orchestra. E poi ancora direttore dell’Orchestra sinfonica di Toronto e della San Francisco Simphony Orchestra, solo per citare le direzioni e le collaborazioni più importanti.
Murakami, probabilmente il maggiore scrittore giapponese contemporaneo, è un grande appassionato di jazz e di musica classica e sembra ingaggiare un corpo a corpo intellettuale con il grande direttore, un combattimento volto a sviscerare le problematiche apparentemente più tecniche della direzione, ma soprattutto, ad affrontare le questioni legate alle possibilità interpretative degli spartiti, in particolare in Beethoven e in Mahler. È curioso come nella conversazione tra due grandi intellettuali giapponesi, emerga, più volte, l’idea che il mondo della musica occidentale abbia nutrito, e ancora nutra, qualche pregiudizio di troppo per interpreti, musicisti e direttori di origine orientale, quasi che la fecondazione della cultura occidentale possa avvenire solo grazie ad intellettuali europei e statunitensi.


Di grande interesse è il pensiero di Ozawa sulle differenze tra le grandi orchestre americane e quelle europee, così come il difficile rapporto che spesso un direttore può avere con le singole personalità dei musicisti che compongono una grande orchestra. Credo tuttavia che la parte più stimolante della intera conversazione risieda nelle riflessioni e nelle considerazioni che Seiji Ozawa riserva a Gustav Mahler, uno dei più grandi, e  forse il primo musicista del XIX secolo, a lasciar intravedere la strada che avrebbe potuto e dovuto intraprendere la musica nel XX secolo, con l’affermarsi di quella politonalità che aprirà la strada alla dodecafonia e all’atonalismo schönberghiano.
Molto gustose le notazioni tecniche sulla direzione, come lo stratagemma di conoscere a memoria un intero spartito per poter utilizzare poi lo sguardo per un contatto visivo con i musicisti o sulle osservazioni di carattere psicologico: tutti gli studenti vogliono diventare solisti, per questo tutti tendono a concentrarsi sulla melodia principale, trascurando quella mediana. Libro gustoso, ma di difficile permeabilità per chi è abituato ad ascoltare la musica senza considerare la grammatica della partitura, con tutti i segreti che la scrittura musicale porta con sé.