R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Pochi sanno cosa sia un clavicordo, ma in compenso ogni appassionato di musica antica ne avrà sentito il suono. Il clavicordo è uno strumento barocco, in realtà nato nel XIV secolo, che secondo alcuni ha origini ancora più remote e deriverebbe da un suo parente stretto, il monocordo, inventato addirittura da Pitagora di Samo nel IV secolo a.C. Nel medioevo si trasformò fino a raggiungere l’aspetto odierno, ovvero una specie di pianola dotata sia di tastiera, sia di corde. Benché con lo strumento si suoni più o meno lo stesso repertorio del clavicembalo, il cui suono gli assomiglia parecchio, il clavicordo emette un suono molto più flebile e discreto ed è apparentemente più adatto allo studio che ad un concerto. Una particolare caratteristica tecnica, è che il martelletto è sostituito dalla cosiddetta “tangente” che opera in due modi: divide la corda (come fosse il ponticello del violino), e la percuote, ma a differenza dei martelletti del pianoforte che una volta colpita la corda tornano indietro, la “tangente” continua a farla vibrare fino a che si tiene premuto il tasto.

Il suono prodotto risulta essere molto ricco, poiché contiene tutti gli armonici della nota. La lezione tecnica può finire qui. E adesso viene il bello: può un jazzista utilizzare questo strumento? La risposta potrebbe essere affermativa, ma certamente con qualche riserva. La seconda domanda è più impegnativa: può un jazzista utilizzare “in solo” il clavicordo? Qui si potrebbe rispondere, forse. Se poi ci chiedessimo se può un jazzista fare un disco per “clavicordo solo”, potremmo essere presi per pazzi. Invece si può e si può farlo, anche ottenendo risultati sorprendenti. Ci ha provato Daniele Di Bonaventura, “bandeonista”, pianista, compositore ed altro, che non è proprio il primo venuto, avendo suonato anche con musicisti come Enrico Rava, Dave Murray, Paolo Fresu, Miroslav Vitous e Uri Cane, solo per citarne alcuni e scusate se è poco. Il risultato? Assolutamente eccezionale. Sgombriamo il campo dal fatto che si tratti di un disco facile. Non lo è, ma l’uso della metodologia della sperimentazione e della ricerca jazz, applicata ad uno strumento di un’altra epoca, ha prodotto questo gioiello che va sotto il nome di Ricercare.
Di Bonaventura crea un universo sonoro assolutamente straniante, dove un suono antico si cimenta in armonie non consone al suo “status”, producendo suoni surreali nel senso più nobile e storico del termine. Il disco, uscito a fine gennaio, è una strabiliante mescolanza di allusioni sonore mai completamente compiute, che evocano un universo musicale colto e raffinato e che ingloba in sé i ritmi della musica afroamericana, minimalismo novecentesco e musica antica. Una ricerca musicale condotta con intelligenza e curiosità intellettuale, non certo comuni. Dieci tracce sonore che celano magnifici segreti musicali, rocamboleschi ritmi, misteriose alchimie, preziosità delicate. Ed è significativo che il lavoro di Daniele Di Bonaventura si chiami “Ricercare” poiché questa è ricerca vera, profonda, mossa dal desiderio e non dalla consolazione. Qualcosa di diverso, di molto diverso, dalle solite cose.

Tracklist:
01. Ricercare uno
02. Ricercare due
03. Ricercare tre
04. Ricercare quattro
05. Ricercare cinque
06. Ricercare sei
07. Ricercare sette
08. Ricercare otto
09. Ricercare nove
10. Ricercare dieci