R E C E N S I O N E


Articolo di Stefania D’Egidio

Correva l’anno 1978 quando si formò il gruppo anglo-statunitense The Pretenders. Chrissie Hynde, allora giornalista per la rivista musicale NME, aveva già tentato l’avventura con altri due gruppi che avevano avuto vita breve. Il successo arriva per la nuova formazione già nel ’79 con il primo album omonimo e si consolida nel ’82 con il secondo, poi la cattiva sorte si abbatte su di loro e perdono due membri per overdose; la Hynde non si dà per vinta, recupera un altro chitarrista, un bassista e va avanti per la sua strada, sfornando prima Learning to Crawl, nel ’84, poi un paio di singoli di successo, frutto della collaborazione con il gruppo reggae UB40. Nel ’86 la svolta pop con Get Close, non molto apprezzata dai fans storici, nonostante la bellissima Don’t Get me Wrong, il singolo che mi fece innamorare del gruppo quando ero appena una ragazzina che passava i pomeriggi davanti a una piccola radio Grunding, in attesa dei suoi idoli. Che ne possono sapere i Millennials di quando cercavamo disperatamente di registrare su nastro le canzoni, sperando che gli speakers non ci parlassero sopra? Altri tempi…

Da allora continui rimaneggiamenti di formazione, le apparizioni si fanno sempre più rare, degli anni ’90 ricordo solo la romantica I’ll Stand by You, poi l’oblio, almeno per quanto mi riguarda. Ci voleva questo 2020 bisestile per farmeli ritrovare, ventisei anni di attesa sono tanti, ma dopo aver ascoltato Hate for Sale devo dire che ne è valsa proprio la pena, ho riprovato le stesse emozioni di quel lontano 1986: un album che va dritto al sodo, che esalta soprattutto le chitarre e la voce di Chrissie, alla soglia dei 70 anni ancora tra le più sensuali del mondo rock.

Una trentina di minuti in totale, tra scatenati pezzi punkrock, a partire dalla title track e da Tourf Accountant Daddy, in cui si alternano chitarre crunchose, armonica e sintetizzatori psichedelici, a pezzi più melodici, come The Buzz, Maybe Love is in NYC e You Can’t Hurt a Fool, una ballad che rievoca le atmosfere di I’ll Stand by You.

Anche in quest’ultimo lavoro i Pretenders non si fanno mancare un’incursione nel panorama reggae, come in passato avevano fatto sia loro che i Clash, tirando fuori dal cilindro Lightning Man, ma giusto il tempo di un battere e levare, perché poi si rituffano subito in scatenatissimi ritmi rock’n’roll. I Didn’t Know When To Stop sembra un omaggio ai Kinks, impossibile infatti non notare la somiglianza con il riff di You Really Got Me del 1964, mentre Didn’t Want To Be This Lonely ricorda un po’ lo stile di Chuck Berry o degli altri pionieri degli anni ’50.

Veramente originale Junkie Walk, una filastrocca cadenzata dal fuzz, con l’eco della voce che introduce un assolo al fulmicotone; chiude un lento strappa lacrime, non per nulla intitolato Crying In Public, in cui la Hynde si accompagna al pianoforte per gran parte del brano fino all’ingresso, sul finire, di archi e violini.

Che dire? Ci sono in questo disco tutte le anime dei Pretenders: quella punkrock degli esordi, quella pop romantica degli anni ’80 e quella reggae dei ’90, quasi un riassunto di tutte le vite vissute e della strada percorsa, certo piena di ostacoli, ma superati alla grande per quella che si conferma una delle ultime leggende femminili del rock. Hate for Sale si presenta non solo come un progetto musicale, ma anche come un insieme di cortometraggi poiché i singoli, che hanno preceduto l’uscita dell’album, sono accompagnati anche da video molto belli, in particolare quello di You Can’t Hurt A Fool, quello di Turf Accountant Daddy e quello di Didn’t Want To Be This Lonely, con i membri della band che si muovono all’interno dell’impaginatura di un fumetto.

Per me prosegue l’operazione nostalgia, iniziata la scorsa primavera con il ritorno dei Boomtown Rats, proseguita adesso con i Pretenders e, a breve, anche con gli Psychedelic Furs. Diverse volte mi è capitato di pensare, nell’arco degli ultimi anni, che la musica avesse raggiunto il suo massimo picco espressivo negli anni ’90 e che il nuovo millennio non fosse, almeno finora, all’altezza delle decadi precedenti, quindi perché non riavvolgere il nastro se proprio non si è più in grado di produrre qualcosa di nuovo e di altrettanto bello ? Che ben venga il guardarsi indietro e il ripescare vecchi suoni, qualcosa prima o poi dovrà succedere… 

Voto: 10/10

Tracklist:
01.
Hate for Sale
02. The Buzz
03. Lightning Man
04. Turf Accountant Daddy
05. You Can’t Hurt a Fool
06. I Didn’t Know When to Stop
07. Maybe Love Is in NYC
08. Junkie Walk
09. Didn’t Want to Be This Lonely
10. Crying in Public