R E C E N S I O N E


I’m hearing voices but I’m all alone
Driving down this lonely road

(Still Corners, It’s Voodoo, 2021)

 

Recensione di Francesca Marchesini

Il dream pop è un sottogenere dell’alternative rock di cui si è cominciato a parlare alla fine degli anni Ottanta. Il termine, probabilmente coniato dal giornalista Simon Reynolds, era utilizzato per definire le band che sperimentavano fondendo etheral wave (sottogenere della darkwave), post-punk e passaggi sonori pop; questo è il caso di gruppi come Cocteau Twins o The Chameleons. A questo universo etereo, fatto di dissonanze e riverberi, cantilene sospirate e testi introspettivi appartengo anche i londinesi Still Corners. Il duo è composto da Tessa Murray (voce) e Greg Hughes (polistrumentista e produttore), artisti che si sono conosciuti causalmente nel 2009 mentre viaggiavano in metropolitana e da quel momento non hanno mai smesso di collaborare musicalmente.
The Last Exit è il quinto album della band inglese; a dieci anni dall’uscita del loro primo lavoro in studio (Creature of an Hour), il duo torna ad incantare il pubblico con un mix elegante di indie-rock e synth. Pensando al mondo quasi psichedelico a cui le opere degli Still Corners fanno riferimento, non si possono non citare Mazzy Star o The Beach House come evidenti fonti d’ispirazione. 

All’interno dell’album, l’influenza che questi due famosi gruppi hanno sul lavoro di Murray e Hughes è più che palese; ma, nonostante il forte richiamo a due leggende del genere, le undici tracce che compongono The Last Exit spiccano comunque per la loro originalità (non facile da riscontrare nel contesto dreampop).
L’album si apre sulla title track e la voce della Murray ci invita a seguirla in questo viaggio privo di meta; chi ascolta non può che rimanere incantato e accettare l’invito. Con White Sands alla chitarra si affianca il synth, nonostante l’incalzare del ritmo, le liriche continuano a vorticare intorno ad animi (e ambienti) aridi. La chitarra torna ad essere l’unica protagonista in Bad Town e la continuiamo a trovare in Static, dove si va a fondere con una voce calda contornata da echi e permane un senso di impotenza verso il mondo che ci circonda. L’album si chiude su Old Arcade, una traccia dove entra in gioco l’abbandono, e non solo come tematica centrale delle liriche; così come durante l’ascolto di Till We Meet Again (unico brano strumentale dell’opera), chi si ritrova a sentire quest’ultima canzone non può che lasciarsi trasportare da questa ennesima fusione eterea di synth e chitarra. The Last Exit è, oltre un ottimo album, la colonna sonora perfetta per un affascinante e solitario viaggio (introspettivo).

Tracklist:
01. The Last Exit
02. Crying
03. White Sands
04. Till We Meet Again
05. A Kiss Before Dying
06. Bad Town
07. Mystery Road
08. Static
09. It’s Voodoo
10. Shifting Dunes
11. Old Arcade