R E C E N S I O N E


Recensione di Arianna Mancini

Narcisismo, social network, shopping compulsivo, ego, consumismo, tecnologia sono le parole chiave di The Future Bites, sesto album solista del polistrumentista britannico Steven Wilson uscito lo scorso 29 Gennaio.
Chi conosce il percorso creativo di Steven può restarne destabilizzato o incantato. Questa sua nuova incarnazione lo vede spogliarsi totalmente dagli abiti natii sonori prog per vestire un sound più pop elettronico. È però inconfutabile che, per chi ha avuto modo di seguirlo, eclettismo, versatilità e metamorfosi siano i tratti distintivi del suo DNA in continua mutazione e ricerca. Membro e fondatore dei Porcupine Tree, gruppo rock-progressive nato inizialmente come one-man band sul finire degli anni Ottanta e attivo fino al 2010 con 10 “signori” album studio, ha preso anche parte in diversi side-project come i No-Man, i Blackfield, gli Storm Corrosion, i Bass Communion, gli I.E.M. in cui ha fluttuato fra krautrock sperimentale, art rock, psychedelic folk, drone-ambient, e dream pop. Come se non bastasse ha parallelamente eseguito la rimasterizzazione di pietre miliari dei King Crimson, Jethro Tull e Yes, iniziando nel 2008 la sua carriera da solista che ci conduce oggi a The Future Bites.

È curioso notare come l’ultimo anno abbia fatto proliferare un crescente numero di concept album. Inevitabile effetto di sintomatiche riflessioni oggettive o reazioni emotive al vortice degli eventi in cui siamo immersi. L’ultimo lavoro di Wilson si accoda a questa folta schiera. “…T.F.B. esplora i diversi modi in cui il cervello umano si è evoluto nell’era di internet e mostra all’ascoltatore le dipendenze del XXI secolo. TFB è un luogo dove esperimenti pubblici mettono in mostra gli effetti della tecnologia nascente sulla nostra vita. Dalla shopping-terapia fuori controllo, ai social media manipolatori e la perdita dell’individualità, non si tratta di una visione cupa di un’imminente distopia, bensì una lettura curiosa di un mondo reso ancora più strano e diviso dagli eventi del 2020…”
L’ironica e “pungente” genialità dell’ex Porcospino ha escogitato un’insolita e accattivante strategia per promuovere l’album, pubblicizzando nei suoi canali web una società fittizia (The Future Bites) ed il suo online merchandise in cui si poteva acquistare il disco in vari formati, prodotti di nicchia ed altri inesistenti tutti appartenenti all’omonimo brand. Va di seguito che la copertina reale del disco ritragga l’artista in un primo piano post-industrial in tutto il suo splendore degno di un mega cartellone pubblicitario da installare nei principali punti di confluenza nevralgica di ogni metropoli.
Per restare fedeli al concept dell’imperante e plutonico consumismo il disco, corredato da una cospicua serie di gadget di vario genere, è uscito in vari formati e oltre alla versione standard, abbiamo la deluxe edition ed una sola copia extra-deluxe al costo di 10.000 sterline i cui proventi però andranno alla Music Venue Trust, un’organizzazione di beneficenza britannica che supporta e protegge i luoghi che ospitano la musica dal vivo.
La realtà sonora di cui vibra The Future Bites, registrato a Londra e co-prodotto da David Kosten e Wilson, vede il suo creatore abbandonare quasi totalmente il sound abbracciato fino a qualche anno fa. Le lunghe sessioni psichedeliche, le suite prog da capogiro in cui le chitarre si abbandonavano in ipnotiche distorsioni giocando a fare acrobazie con la sezione ritmica sfumano per lasciare la scena ad elementi pop ed elettronici distorti. Wilson stesso ha rivelato a tale proposito di non provare più stimoli nello sperimentare con la chitarra e di voler abbracciare altri mezzi narrativi. Siamo nell’era dell’elettronica ed il synth regna sovrano, anche se non mancano divagazioni old style scolpite come un lampo dai suoi compagni di viaggio, Adam Holzman (alle tastiere) Craig Bundell (alla batteria) e Nick Beggs (al basso e chapman stick).

Unself, frammento lirico di un minuto, ci accoglie con il suono di una chitarra in lontananza per venire improvvisamente e prontamente spodestato da Self che irrompe nella quiete con la sua aria apparentemente radiofonica dance-pop circondata da distorsioni elettroniche, cori e refrain martellanti. Una traccia ben riuscita e calibrata, che funziona e porta ad essere ascoltata fino in fondo per l’ovvia ma non banale fluidità del ritmo che incuriosisce. Pezzo che si integra perfettamente come stacco pubblicitario o da suonare in filodiffusione in un megastore. Descrive l’attuale epoca di imperante narcisismo ed ossessione per se stessi, in cui l’autostima deriva dai feedback virtuali che riceviamo. Non siamo più il popolo che guarda le stelle, ma quello ammaliato dagli schermi dei nostri dispositivi.   
Con King Ghost i toni dance si spezzano per cedere il posto ad un’atmosfera più malinconica, che seppur meccanizzata con arrangiamenti scarni e totalmente priva di strumentazione sia acustica che elettrica, mette in risalto le capacità vocali da tenore di Wilson che si libra in volteggi che raggiungono picchi poetici.
Gli strumenti rientrano in scena in 12 Things I Forgot con la sua aria pop, ma il groove riprende vita in Eminent Sleaze con i suoi toni funk sorretti da uno slap bass che fa pulsare le viscere accompagnato da echi in stile Peter Gabriel. Anche se poi il testo ci parla di squallore morale nella sua accezione di infima affabulazione ”il mio sorriso, sinceramente una bugia ho delle strategie per ipnotizzare…”.
Il nucleo semantico dell’album si condensa in Personal Shopper. All’intro electro-pop seguono nove minuti incasellati in un ritmo elettronico implacabile, martellante e crescente che ricorda le composizioni electro di Giorgio Moroder. Il testo è un devastante vademecum sul consumismo e inno allo shopping compulsivo in cui Elton John presta la sua voce per elencare una serie di oggetti da acquistare assolutamente ma terribilmente inutili, sostenendo “compra cose che rendono la tua vita completa…”
Il pop-wave martellante di Follower precede Count of Unease, ballata eterea che chiude l’album con sonorità velate di malinconia elettronica.
È un disco che ha nettamente spaccato il pubblico in due. I suoi adepti prog più integralisti con aria indignata hanno gridato allo scempio, altri ne hanno osannato la genialità. La stessa reazione si ha con personaggi del calibro di Quentin Tarantino, lo ami o lo odi. Steven Wilson viaggia sulla stessa lunghezza d’onda. Il suo indomabile genio creativo lo ha sempre portato all’esplorazione e deviazioni stilistiche, con tutti i rischi che ne seguono. The Future Bites ne è la conferma, un lavoro che può apparire musicalmente poco consistente per chi, come me, lo ha amato nelle sue precedenti incarnazioni ma che avvalora la “luccicanza” creativa tipica dei musicisti più dotati e di chi è sempre in viaggio come Steven.

Tracklist:
01. Unself
02. Self
03. King Ghost
04. 12 Things I Forgot
05. Eminent Sleaze
06. Man of the People
07. Personal Shopper
08. Follower
09. Count of Unease