C I N E M A
Articolo di Mario Grella
Ci sono film che sembrano non avere un regista, non perché il regista non abbia talento, ma perché sa farsi invisibile, sa nascondersi senza voler mostrare ad ogni costo la sua cifra stilistica, a tutto vantaggio della storia raccontata con le immagini. Questa volta però il soggetto della storia raccontata sembra uscito da un notiziario della sera, ma con l’epica drammaticità che solo il cinema sa mettere in campo. Io capitano di Matteo Garrone è un film che mette i brividi nonostante tratti di vicende che tutti conosciamo nel loro dipanarsi, ma che tutti cerchiamo di rimuovere dalle nostre coscienze.

Due giovani ragazzi Seydou e Moussa, da Dakar in Senegal, intraprendono il loro viaggio della speranza che dovrà portarli in Italia e in Europa e paradossalmente il resto del film potrebbe anche non essere raccontato, poiché è facilissimo immaginarlo coniugando le informazioni fornite dai mezzi di comunicazione: la fuga dalla propria famiglia, i trafficanti di essere umani, gli stratagemmi, il deserto da attraversare, i predoni, le torture, le prigioni e, infine, quel Mediterraneo che fu chiamato non a caso dagli antichi “mare nostrum” e che i migranti potrebbero ribattezzare “mare monstrum”. Il film ha una dirompente e travolgente carica emotiva e ha la capacità di catapultare lo spettatore a fianco dei due protagonisti, facendocene percepire l’indomita volontà, la profonda umanità, ma anche le indicibili sofferenze, dal dolore delle membra percosse al bruciore della pelle torturata e brutalizzata, l’immane fatica dell’attraversamento del Sahara, la sete, il sudore…

È indubbiamente questo che porta in dote la straordinaria pellicola di Matteo Garrone, cioè la sapienza di saper trasformare quelle che nelle nostre coscienze sembrano ormai essere “flatus vocis”, come i termini di “migrante”, “scafista”, “clandestino”, in qualcosa di tangibile. Il film non racconta solo una storia tra le tante, racconta la Storia, che non è fatta solo di politici, condottieri, generali, ma di persone senzienti che nutrono sentimenti e che hanno bisogni e necessità impellenti che è loro diritto cercare di soddisfare. Chi è un “clandestino”? Clandestino rispetto a chi? E chi è un “irregolare”? Irregolare rispetto a cosa? Era una domanda che aleggiava anni fa in una famosa canzone di Manu Chao.

Il regista, senza alcuna necessità di esporre tesi o di supportare teorie o teoremi, ce lo dice con immagini chiare e dialoghi serrati (in lingua originale), senza troppi compiacimenti estetici. Non ci racconta di eroi (“Sfortunato quel popolo che ha bisogno di eroi” ammoniva Bertolt Brecht), ci racconta di anime e corpi che cercano il loro spazio vitale e che per trovarlo devono lasciare il loro sterminato continente, sfruttato da secoli dalle nostre civiltà (o inciviltà) capitaliste ed imperialiste. A fermare questo esodo non saranno certo qualche volenterosa signora della politica italiana o europea, né tantomeno qualche “capitano” da operetta. L”esodo” o “l’invasione” come ce lo fa immaginare la nostra cattiva coscienza, si fermerà solo quando verrà dispensata a quelle genti quel minimo di giustizia sociale che le nostre politiche ancora non considerano tra i diritti umani.





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