L I V E – R E P O R T
Articolo di Margherita Cattaneo, immagini sonore di Alessia Palermo
“Now I can see the skyline
Flying by my window
I can feel it all flow.”
Formatosi nel 2018 in una musicalmente fervida Dublino, i The Murder Capital aderiscono al filone post-punk di fine 2010, affiancati a rinomate band quali Fontaines D.C. e i britannici Idles. Giovani e provenienti da diverse parti dell’Irlanda, i The Murder Capital approdano nelle nostre cuffie con il promettente album d’esordio When I Have Fears nel 2019: un post-punk abbastanza classico, con tumultuosi giri di basso che profumano della scena dark wave anni ’80 e tematiche di morte che esplorano sentimenti instabili e contrastanti. Acquisiscono subito un dedito seguito, ma si dovrà aspettare ben 4 anni prima che venga rilasciato un secondo album dal gruppo.
Uscito a gennaio di quest’anno, il titolo del loro secondo lavoro in studio è Gigi’s Recovery. In esso la band si distacca dalle sue radici post-punk per esplorare suoni più aderenti al post-rock, aperti e melodici. L’intensa voce di James McGovern si ritrova quindi appoggiata sulla batteria di Diarmuid Brennan che ricorda talvolta i Radiohead di In Rainbows, tastiere e chitarre distorte date da Damien Tuit e Cathal Roper e l’abile basso di Gabriel Paschal Blake; il tutto costruisce un piano sonoro complesso ma che ben sostiene e lancia l’emotività dei diversi brani, con testi astratti ed evocativi i quali rendono facile rivedersi nella loro musica.

La data del The Clown’s Reflection Tour al Locomotiv Club di Bologna viene aperta dall’artista nordirlandese SOAK, che attraverso il suo pop acustico incanta l’intera sala. Una semplice chitarra, una voce leggera ma avvolgente in grado di trasportarci nel suo piccolo mondo musicale, accogliente e caloroso. Una fantastica scoperta, vista la scelta forse azzardata ma egregiamente giustificata dal talento che SOAK ha condiviso con noi. Suonati i suoi brani, ci ringrazia e scende dal palco lasciando spazio alla band di punta.
Il set dei The Murder Capital si avvia con Heart In The Hole, ultimo singolo rilasciato poco più di un mese fa. Il pubblico è subito accalappiato dalle sonorità della band, molto capace a bilanciare cantabilità e grinta all’interno della loro musica, qualità che porta più volte a sfociare in poghi che all’ascolto delle registrazioni in studio non si darebbero per scontati, se non per alcuni brani come l’energetica e catartica More Is Less, uno dei singoli più grintosi del repertorio della band irlandese.

Il concerto inizia intensamente e non pare intenzionato a calmarsi; infatti, arriva il momento di quello che è a mio parere il singolo più funzionante del loro repertorio: Return My head. Tratto dal loro secondo album, racconta della perdita del governo di sé durante lo scoppio della pandemia. “Ciò che desideravo a questo punto era di riavere la mia testa indietro, per poterla buttare via di nuovo, ma alle mie condizioni. Ridatemi la mia testa, e buttatela sulla folla”, racconta infatti McGovern sulla genesi del brano. Sentimenti condivisibili che ottengono un riscontro infiammato della folla, la quale si dimena e urla insieme al cantante il ritornello.
La serata inizia a distendersi grazie alle esecuzioni di brani più tranquilli, almeno ritmicamente parlando. Uno dei momenti più surreali e accattivanti del concerto si ha con Slowdance I e II, dove McGovern, che finora era rimasto girato verso il pubblico, si ritrae assecondando l’atmosfera intima dei brani e dialogando con il bassista Blake. La sala è avvolta da un silenzio assorto, il pubblico è in pugno alla band che con cura intreccia le diverse onde sonore fino alla chiusura del secondo brano, seguita da un respiro dove tutti digeriamo la scia emotiva che ci è appena stata trasmessa.
Uno dei dettagli che più apprezzo della band è la scelta delle parole utilizzate nei testi, che non sono solo veicolo di senso ma portatrici di una sonorità nella quale la voce di McGovern può mostrare il suo timbro e la sua rotondità armonica, riuscendo ad esprimere forti e travolgenti emozioni.

Il palco si riaccende su Crying, canzone con un acceso climax finale che viene urlato dall’intera sala. Quella dei The Murder Capital è una discografia contenuta, con al suo interno diverse melodie orecchiabili e ripetibili, che si sdraiano sui molteplici suoni presenti nelle melodiche e trasportanti basi, e che si adattano facilmente ad essere urlate e apprezzate durante un concerto.
Avviandosi verso la conclusione arriva un momento tra i più attesi della serata, l’esecuzione di Don’t Cling To Life. Il singolo più propenso a scatenare la folla, che intona pronta l’intero testo insieme al cantante, lanciandosi gli uni contro gli altri in un turbine di sentimenti travolgenti.
La serata termina sulle note di Feeling Fades, durante la quale McGovern infervorato arriva a lanciarsi sul pubblico e lasciarsi trasportare sulle mani della gente. I The Murder Capital concludono quindi una consistente scaletta di 16 brani, accaldati e stanchi, dopo averci regalato un concerto pieno di vigore d’intensità sia tecnica che emotiva, nella quale i talenti dei musicisti si incrociano con maestria e accortezza per costituire un prodotto chiaro e definito nei suoi intenti.

Scaletta:
Heart In the Hole
More Is Less
Return My Head
Green & Blue
Gigi’s Recovery
The Lie Becomes The Self
Slowdance I
Slowdance II
The Stars Will Leave Their Stage
Crying
Ethel
A Thousand Lives
On Twisted Ground
Only Good Things
Don’t Cling to Life
Feeling Fades









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