L I V E – R E P O R T


Articolo di Olivia Gazzarrini

Oumara Moctar in arte Bombino irradia lo spazio in cui è e si muove con una inconsapevole e spirituale delicatezza, prima con la pace del suo sguardo, che gli occhi magnetici e pieni di infinito espandono come una luce che ti penetra e cura l’anima, poi con il suono che ha l’impeto e la delicatezza della sabbia del deserto.
Il suo ultimo disco, dalla copertina sofisticata come le più raffinate cover afromusic degli ’70, si chiama
Sahel, uscito per Partisan Records il 15 Settembre di quest’anno e prodotto dal gallese David Wrench (David Byrne, Frank Ocean, Caribou, Goldfrapp, The xx). Intenzionalmente cantato nella sua lingua natale, il Tamasheq è stata scelta per lanciare un messaggio politico forte e aggiungere fascino ulteriore al suono così organicamente complesso e vario ed evocativo del mistero e dell’eterogeneità delle culture ancestrali come quella Tuareg, che abitano appunto il Sahel, di cui fa parte il Niger, terra di provenienza di Bombino. Nell’ascolto di un concerto dal vivo, avvenuto alla Manifattura Tabacchi di Firenze qualche settimana fa, si è trasportati a bordo di un veicolo fatto di colori cangianti che solca dune dalle forme sinuose e corre verso oasi di speranza in un’ottimistica visione del domani e nel rispetto della diversità dei tanti popoli che compongono proprio il Sahel, in una eco del mondo contemporaneo.

Fintanto la musica porta con sé l’intento atavico ed inestinguibile di unire i popoli e le culture, come quella Tuareg divisa al suo interno e a rischio estinzione culturale ed esilio, con questo lavoro Bombino vuole incisivamente rappresentare chi è stato privato di voce e di diritti come il suo popolo. Ed è proprio questo il messaggio politico che caratterizza sia a livello formale che di contenuti “Sahel”, nome stesso della fascia subsahariana che va dall’Oceano Atlantico fino al Mar Rosso e di cui fanno parte Gambia, Senegal, Mauritania, Mali, Burkina Faso, Algeria, Niger, Nigeria, Camerun, Ciad, Sudan e l’Eritrea e che attraversa tutto il continente da Est ad Ovest e in cui gli occhi di Bombino si affacciano per pacificare, così come finemente evoca la copertina del disco.
La sua abilità e il suo naturale virtuosismo nel suonare la chitarra sono di una verità travolgente e di per sè un potente antidoto al veleno che scorre nel sangue della razza umana in questi tempi odierni. Per oltre due ore di concerto Bombino e I suoi compagni, in una sinergia incondizionata e profonda come le loro radici, infiammano il palco fiorentino appena inaugurato all’interno di un’architettura razionalista e monumentale in un gioco di opposti.

I musicisti giocano con il pubblico distribuito ai lati dello spazio e separato da colonne di cemento, per assicurarsi che ricevano il suono con la stessa intensità e bellezza. Creano un dialogo diretto e regalano una musica eccellente con generosità, ironia e fratellanza immediata con il pubblico adorante, propria di gente il cui dna proviene da luoghi incontaminati e primigeni. La musica sconfina agli orizzonti e abbatte qualunque barriera di ineguaglianza creata dall’uomo verso il proprio simile. E crea una dimensione di condivisione spirituale.
Canzoni come
Tazidert o Darfuq sono inni folk-rock del deserto: il primo alla vita e alla corsa paziente per il proprio riscatto, mentre il secondo ad una divinità naturale superiore che ci protegge e accarezza ed addolcisce i nostri spiriti, mentre Ayes Sachen e Mes Amis, che chiude il disco, sono brani più personali ed intimisti.
A fine concerto l’euforia è arrivata a picchi tali che I Bombino salgono sul palco altre tre volte per svariati e lunghi bis ed improvvisazioni esaltanti, lasciando dentro i nostri cuori il calore incandescente del sole del Sahara.

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