L I V E – R E P O R T


Articolo di Nicola Barin, immagini sonore © Gabriele Lugli

In una platea sempre più asfittica di offerte di scarso interesse, è d’obbligo offrire il nostro plauso alla rassegna Oltre Confine, organizzata dall’Associazione mantovana 4’33” di Matteo Gabutti.
Una sorta di tentativo di rivedere e reinventare le coordinate dei generi musicali.
Nella splendida location della Sala dei Cavalli di Palazzo Te a Mantova la giovane sassofonista Zoh Amba ci offre uno spettacolo unico.
Oltre ad aver studiato al San Francisco Conservatory Of Music, al New England Conservatory ha approfondito lo studio del sassofono con David Murray a New York. Il suo album d’esordio O, Sun è uscito per l’etichetta Tzadik di John Zorn.
Ha collaborato tra gli altri con William Parker, Joey Baron, Micah Thomas, Matt Hollenberg, Tyshawn Sorey, Vijay Iyer.

La serata si apre con timbri evocativi che risaltano, accartocciandosi alle pareti della sala ideata dal pittore e architetto Giulio Romano. La melodia lenta con i suoi armonici si scontra immediatamente con l’improvvisa e urgente manifestazione del suo strumento, una esigenza insidiosa, veloce, che si trasforma in growls violenti e timbri parossistici, una esacerbazione continua del sassofono quasi a cercare di ottenere colori sfuggenti che si rincorrono e che si ispirano al rumore. Il fraseggio è esasperato, teso, duro quanto mai drammatico ed è dotato di una violenza ben precisa, uno scopo inizialmente recondito che diviene ma mano più manifesto. L’ispirazione poetica ci riporta al suono di Albert Ayler e David S. Ware ma la spiritualità di Amba le permette una rilettura del free jazz in chiave contemporanea.

Forse è la suggestione del posto ma non possiamo non incontrare, nel periodare della giovane del Tennessee, una sorta di discorso pittorico che ricorda il gesto di un artista come Lucio Fontana e nei suoi famosi tagli nelle tele: «Quando io mi siedo davanti a uno dei miei tagli, a contemplarlo, provo all’improvviso una grande distensione dello spirito, mi sento un uomo liberato dalla schiavitù della materia, un uomo che appartiene alla vastità del presente e del futuro».
Dall’altra c’è il bisogno di sfuggire ai cliché musicali che ci riporta alla pittura del pittore irlandese Francis Bacon: «[…] come fare perché quanto dipingo non sia un cliché? Bisognerà eseguire prontamente dei “segni liberi” all’interno dell’immagine dipinta, per distruggere in essa la nascente figurazione e dare una possibilità alla Figura, che è l’improbabile stesso. Questi segni sono accidentali, “a caso”, ma è evidente che qui la stessa parola “caso” non designa più in alcun modo delle probabilità, bensì un tipo di scelta o di azione senza probabilità».

La musica si popola di piccole litanie, frasi ripetute e un fraseggio sostenuto da un uso della respirazione circolare che le permette una produzione del suono continua e senza interruzioni. Al contrario, in alcuni momenti, scorgiamo la dilatazione dei tempi che rendono la discorsività musicale assolutamente imprevedibile.

Una serata ricca, gioiosa, forse non per tutti i palati, certamente impegnativa, che ci offre l’occasione di scoprire e apprezzare una musicista importante che sta delineando una precisa idea di musica aliena da steccati e confini tra i generi musicali.

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