R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Off Topic si è occupata diverse volte di uno strumento come l’arpa. Abbiamo infatti dedicato recensioni a Vincenzo Zitello, a Brandee Younger, Amanda Whiting e Alina Bzhezhinska – volendo, possiamo includere in questo elenco anche Sinikka Langeland che possiede un cordofono molto simile – tutti artisti che orientano il loro suono in diverse direzioni, dal folk al jazz e alcuni di loro passando attraverso influenze di matrice classica. Nonostante Maria Christina Harper, musicista greca ora residente in Inghilterra, abbia studiato pianoforte ed arpa classica ad Atene e poi successivamente al Royal Academy di Londra, la sua attuale direzione diverge dall’impostazione accademica, una scelta che ritroviamo frequentemente tra quei giovani musicisti che si sentono un po’ ingabbiati all’interno di una visione d’insegnamento troppo rigida e schematica. Interessata alla musicoterapia e all’improvvisazione, la forza magnetica più potente che ha attratto la Harper non è propriamente il jazz, almeno non quello che conosciamo nelle sue forme più canoniche. Direi che la strada intrapresa dall’esordio di Harper Trio, con questo Passing By, sia caratterizzata da una miscellanea di influenze che attingono, oltre che al jazz modale – odio chiamarlo spiritual jazz, etichetta feticcio che nulla dice e tutto suppone – anche a patrimoni tradizionali mediterranei, arabi, spagnoli, con l’aggiunta di componenti elettroniche utilizzate con parsimonia.

La distribuzione che avviene in questo album delle sonorità di arpa, sax e batteria, crea una singolare ipotesi di effetto tra il fisico e il metafisico, facilitata dall’onda continua dell’approccio modale che può comportare modificazioni nella produzione delle onde elettromagnetiche cerebrali – una musica ipnotica prodotta da una banda armonica costante stimola la produzione di onde alpha e theta, inducendo stati temporanei di trance o quanto meno di rilassamento… L’album scopre così le sue carte distribuendosi tra note liriche, tranquille e meditative, con l’arpa che innesca dei frequenti loop sui quali sax e percussioni distendono i loro improvvisati contributi di colore. Da questo punto di vista i paragoni con Alice Coltrane mi sembrano attendibili, la Harper non inventa niente di nuovo ma incrementa la duttilità del proprio strumento e soprattutto crea nuove combinazioni chimiche di immediata stabilità. Non mancano inoltre momenti di maggior coinvolgimento ritmico, grazie anche agli interventi di una batteria, per lo più discreta ed attenta a non turbare eccessivamente l’equilibrio timbrico e dinamico di questo trio. La Harper non è nuova all’esperienza discografica, nonostante Harper Trio sia un debutto. Si è presentata infatti nel 2017 insieme a MC & the 7 Pedals con Gluten Free e nel 2020 ha inciso Draft con il liutista cretese Yiagos Hairetis. Nello stesso anno è comparsa in una compilation intitolata Opera Caothique insieme ad altri artisti greci. In questo Passing By, l’arpista ha al suo fianco Josephine Davies al sax soprano e tenore, una musicista scozzese che ha esordito su disco nel 2000 insieme alla Crissy Line Jazz Orchestra con With Body and Soul e come titolare nel 2006 con Elation, a cui ha fatto seguito una manciata di pubblicazioni della serie Satori. Alla batteria, invece, compare il neozelandese Evan Jenkins, una vecchia conoscenza del jazz britannico che ha fatto parte, tra l’altro, del Neil Cowley Trio, del Matt Schofield Trio e ha suonato con Dana Gillespie. L’assemblaggio emotivo di questi tre musicisti è garantito anche da un senso d’amicizia a cui la Harper, stando alle sue parole, tiene in modo particolare, perché il buon risultato musicale conseguito è dipeso anche da un cameratismo quasi fraterno e non solo strettamente professionale.

East Hill Meditation è il primo brano che emerge dalle brume di qualche effetto elettronico con un sincrono tra arpa e sax tenore ad impostare un tema evanescente, mentre la musica si appoggia su un drone che è il vero asse portante del brano. La batteria sussurra qualche fruscio in una stasi di pochi suoni parsimoniosi. Evidentemente il trio lavora sulle atmosfere, senza fretta, calibrando gli interventi. Quando Jenkins imposta un morbidissimo ritmo di base, il brano sembra allinearsi seguendo una direzione assai meno vaporosa. In Cairo – Grandmother’s Coat sale la temperatura. Le radici della Harper si fanno sentire sotto forma del ricordo di un cappotto confezionato dalla nonna egiziana, nata e vissuta al Cairo. Anche in questo caso c’è un drone alla base di tutto ma le sue corde sono in distorsione mentre la batteria molto sofisticata s’impegna in un substrato ritmico scintillante, vero e proprio motore del brano. Arpa e sax dialogano tra un effetto wha-wha e gli interventi solarizzati del sax, creando un flusso tensivo senza ombre, in una misurata epopea del tutto modale. Però l’insieme funziona alla perfezione, l’arpa s’impegna su scale medio-orientali con il sax che sembra evocare apparizioni di istanti lontani nel tempo. Non bisogna aspettarsi che succedano chissà quali cose, in un brano come questo. Funziona come un lungo respiro ciclico, uno stato ipnagogico che sposta la mente verso dimensioni senza tempo.

Safe Place è un battito rallentato, dilatato, in cui il notevole tenore della Davies sembra quasi meditare di fronte ad un tramonto. Arpa e piatti di batteria ricordano risacche marine e fruscii di vento. Il paradosso sta in una musica che evoca silenzio, che crea spazi aperti, orizzonti lontani. Il tutto con un sax maestoso che esplora varie timbriche, mantenendo intatta la contemplazione appercettiva che l’intera composizione suggerisce. Castle Hill Road spariglia le carte con un riff di arpa e un intreccio con la batteria che sembra quasi un’irresistibile stacco jazz-rock mescolato a passi di danze orientali. Da qui in poi parte un breve unisono tra arpa e sax e s’innesta l’abituale drone su cui la Davies si libera maggiormente in qualche escursione più coraggiosa che corteggia i momenti free di Pharoah Sanders. Torna lo stacco iniziale per ricominciare il gioco da principio, in quello che appare tra i migliori brani dell’album. Nota di merito all’incredibile lavoro del batterista…La title-track Passing By ci fa guardare attraverso il finestrino d’un treno che corre lungo un paesaggio collinare. Il sincrono tra arpa e stavolta sax soprano funziona sempre, rivelando la natura del tema, prima che il tempo rallenti per poi impegnarsi in una serie ravvicinata di stacchi che conducono ad una lunga parentesi modale. Sembra di riascoltare l’oboe di Paul Minns di una rediviva Third Ear Band riesumata dal 1970, ma è il soprano della Davies, invece, che continua a far meraviglie. A Greek in Spain cerca ambiziosamente di fondere due aspetti del mediterraneo immettendo suggestioni flamenche con elementi balcanici. Il progetto riesce però parzialmente e nella prima metà del brano appare troppo concettuale, pur accennando a qualche scala andalusa. Migliora nella seconda parte, quando un ritmo più deciso s’innesta a conforto di un pezzo tutto sommato piuttosto incorporeo. Standing Alone lascia trasparire qualche ricordo degli studi classici nell’impostazione iniziale dell’arpa, per poi dirigersi verso una lenta ballad dall’intenso aspetto introvertito. Questo quadro finale viene inaspettatamente dipinto a colori scuri, immersi in una malinconica sensazione di abbandono, mentre l’arpa suona come un bouzuki o uno oud a raccontare la solitudine di un abbandono.

Sebbene il contesto in cui si svolge Passing By possa apparire tendenzialmente statico, si dovrebbero prendere in considerazione tutti i piccoli dinamismi che corrono sotto traccia, tesi tra strumento e strumento, intesi a costruire un colloquio interiorizzato e meditato. Una dolcezza di fondo pervade la musica, stemperandosi nel tono aggraziato della dialettica tra arpa e sax e dalla presenza ora sommessa e altrove più esuberante del sofisticato sistema percussivo operato da Jenkins. L’incedere seducente delle melodie, la trance innescata dai droni e la delicatezza nell’approccio dell’arpa sono tutte qualità profondamente seduttive che promuovono giusto interesse e stuzzicante curiosità verso le mediterranee vaghezze di un gruppo come Harper Trio.

Tracklist:
01. East Hill Meditation (8:22)
02. In Cairo / Grandma’s Coat (5:36)
03. Safe Place (6:49)
04. Castle Hill Road (4:20)
05. Passing By (6:10)
06. A Greek in Spain (7:06)
07. Standing Alone (6:54)

Rispondi

In evidenza

Scopri di più da Off Topic Magazine

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere