T E A T R O
Articolo di Nazim Comunale
Flavia Mastrella e Antonio Rezza, lo dicono loro stessi, si occupano di comunicazione involontaria. “Noi non facciamo teatro, facciamo ritmo, siamo in teatro per comodità, è il posto più comodo per allestire uno spazio, per farci ciò che vuoi. Noi i nostri spettacoli li facciamo ovunque: gallerie, musei, non abbiamo problemi ad uscire dal teatro.” Così Antonio Rezza in un’intervista rilasciata a chi scrive qualche anno fa. Non teatro, ritmo. Ce lo ricordiamo ancora una volta in un weekend di inizio febbraio in Emilia, con una doppietta di spettacoli che possiamo definire senza tema di smentita classici: Pitecus, al Cinema Teatro Boiardo di Scandiano, in provincia di Reggio Emilia e il giorno dopo Io, al Cinema Teatro Massimo Troisi di Nonantola in provincia di Modena.

Ho visto il primo spettacolo oramai almeno cinque volte: nonostante questo e, sebbene sia munito di buona memoria, devo confessare di non avere ancora memorizzato per intero quanto accade sul palcoscenico. Probabilmente perché il vortice di comicità aspra e irriverente in cui ogni volta siamo catapultati disorienta, spiazza. Ci ritroviamo davanti allo specchio, nudi davanti alle nostre perversioni: microcosmi disordinati, brandelli di realtà, cattiveria, cinismo, nessuna speranza e una spensieratissima mancanza di spensieratezza (come viene detto all’inizio di Fratto X: “La spensieratezza va stroncata sul nascere”). Personaggi deformi appaiono da buchi e feritoie di varie fogge e colori: fessure negli habitat scenici pensati e creati da Flavia Mastrella, partner di Rezza da sempre e complice a pieno titolo dei bislacchi meccanismi che vediamo mettere in scena e che grazie alla loro forza essenziale e ripida hanno nel tempo assunto uno status di classicità. L’amarissimo elogio della solitudine di Gidio, l’inno all’inazione dei due senza nome che vengono schiacciati da un sonno gigante, rivisitazioni di Cenerentola con calzature extra-large, affondi nella religione (il performer in passato ha frequentato a livello universitario la storia delle religioni e questo tema torna sovente negli spettacoli), punti di vista capovolti su qualsiasi cosa, meccanismi che si inceppano e mostrano l’inspiegabilità del tutto: non dà tregua il teatro non teatro di RezzaMastrella. Invidiamo sinceramente chi lo ha visto in questa occasione per la prima volta: è come scoprire un altro modo, un altro mondo e succede di rado, in quest’epoca che pare aver bandito lo stupore.

Il giorno dopo, con Io, nuovamente entriamo in questo universo parallelo dove l’assurdo bussa di continuo alla porta (a proposito, straordinario ciò che combina Rezza proprio con una porta nell’ultimo spettacolo, Hybris) e un io che si dibatte, si mutila e non si basta si muove irrequieto e spasmodico nella struttura di teli policromi concepita e disegnata da Flavia Mastrella. Lo spazio scenico, pur essendo minimale, è uno spazio mobile, in continua mutazione grazie a una drammaturgia esatta e delirante che tende continui agguati all’ovvio e alla retorica. L’obiettivo quasi eroico dei due è non restare impiccati al filo del discorso e scartare dal prevedibile, dando spazio all’eventuale, al ripetibile, all’impensato, all’inconcepibile. Si ride quasi per disagio a volte: non è una risata consolatoria quella che prende i presenti, ma talvolta un senso di inadeguatezza, quasi di imbarazzo. Questa corsa a velocità folle in direzione ostinata e contraria rispetto alla comodità non risparmia nemmeno gli spettatori: da un bambino in prima fila a cui viene proposta la fuga dalla provincia soporifera, a un’incauta signora che cede al sonno, a chi cade nel tranello di riempire gli spazi lasciati vuoti dall’attore, intervenendo dalla platea per poi essere redarguito in un gioco dialettico che è parte integrante dello spettacolo stesso. Magistrale anche nel lavorare di sottrazione: a un certo punto dello spettacolo si sdraia e simula di dormire, riuscendo a mantenere la tensione e l’attenzione alta nonostante sostanzialmente non stia accadendo nulla. Proprio per questo il teatro di RezzaMastrella è rivoluzionario e salvifico: perché ci libera dall’asfissiante attesa che qualcosa debba necessariamente accadere e che questo qualcosa debba avere un senso, una direzione.

“Un’opera, se fatta bene, ha più linguaggi. Non possiamo pensare che un’opera non sia più importante delle parole di chi la fa. La nostra cultura predica invece purtroppo l’opposto: gli autori sono più importanti delle opere che fanno.” Non è un caso allora che nella presentazione di Pitecus compaia la dicitura: (mai scritto). Del resto, (prendiamo dalle note biografiche che l’attore suole utilizzare) Antonio Rezza è nato. E la creatività libera e assoluta sua e di Flavia Mastrella sono una boccata di ossigeno, in uno scenario dove si fa sempre più difficile respirare aria pulita. Il loro lavoro è fertile perché offre domande, non risposte. o intuizioni fulminanti, deragliamenti dal senso comune, sguardi divergenti. “Dio anche se non esiste è un grosso impaccio. Dio è un suono, non si può prescindere. Dio anche se non esiste è un grosso impaccio. Dio è come Giancarlo Antognoni: quando giocava dicevano ‘Perché non lo levano?’, quando manca, la domanda diventa ‘Perché non c’è?‘”.
Il miracolo della comunicazione è capirsi nonostante le spiegazioni. Andate a vedere uno spettacolo di questa coppia geniale: sul sito www.rezzamastrella.com il calendario in continuo aggiornamento.








Rispondi