R E C E N S I O N E
Recensione di Monica Gullini
Leggere l’aria è un precetto che i giapponesi interiorizzano sin dalla tenera età. Tradotto in parole povere, imparano ad anteporre l’altro a sé stessi, a parlare quando è necessario, a non ferire e a non vantarsi. Non è sinonimo di vuoto di idee ma di non volerle mostrare a tutti i costi. Il film di Wenders appena uscito sul grande schermo, Perfect Days, incarna a perfezione questo spirito. E Jan Bang, che vive dall’altra parte del mondo, in una penisola abitata costantemente dal freddo e dai ghiacci, col suo Reading The Air uscito il 19 gennaio offre uno spaccato interessante del suo concetto di vita e di musica.
Sarò sincera: è un album pulsante, autentico, conturbante nella sua delicata interiorità. Jan è un fuoriclasse non solo nel leggere l’aria, ma anche nel soffiare vento nei cuori immobili e apatici. E ve ne dirò un’altra: sembra il fratello separato alla nascita di David Sylvian nel timbro e nella classe, con aggiunta una notevole dose di bassi rubati a un’altra bellissima voce, quella di Thomas Feiner, raffinato merletto sulla sommità degli ultimi lavori di Steve Jansen (fratello di sangue del caro Sylvian). Il musicista e produttore norvegese ha lavorato con entrambi i Batt e l’influenza si sente. Ambient, jazz, pop, elettronica e minimalismo sono le correnti che agitano e spingono il disco in mare aperto.

«Non conoscono le vostre storie / dove vi hanno trovati», è il primo verso, boom, dritto al cuore. Bang sfodera i suoi bassi più profondi e apre le danze con Nameless, interrompendosi al suono di uno strano clarinetto che, come l’olifante di Orlando a Roncisvalle, squarcia il velo e svela l’inevitabile. Il brano di apertura del disco racchiude gran parte dei temi trattati: l’amore tragico, la perdita, il distacco, la morte, la paura del diverso e la vergogna di chi subisce. Chitarra e synth creano meravigliosi intrecci per presentare gli ultimi della Terra, quelli di cui tutti hanno paura, coloro che non hanno un nome ora e non l’avranno fino all’ultimo respiro, in virtù di confini immaginari che non possono valicare. Anneli Drecker (Belcanto, Royksöpp) segue la luce emanata dalla voce di Bang e insieme raccontano storie ai margini di un mondo dopo il mondo. Sono tanti, vengono dai posti più disparati, vivono, anzi sopravvivono in un limbo stabilito dalla burocrazia, spinti dall’urgenza di non morire a migrare oltre le colonne d’Ercole della stessa povertà; come un lamento sommesso il canto si eleva al cielo, chiedendo un gesto di umanità verso chi ha perso identità e diritti. Originariamente concepito per un progetto di beneficenza destinato ai campi profughi di Moria, in Grecia, Nameless racconta ferite e cicatrici indelebili che il basso di Audun Erlien e il duduk di Canber Ulaş (aerofono ad ancia doppia e diffusosi in gran parte dell’Europa orientale e del Medio Oriente dopo la diaspora armena) fissano come chiodi sulle nostre coscienze. Guerre, morte e distruzione riempiono gli occhi di chi ha lasciato tutto pur di non soccombere, ignaro che il viaggio non sarebbe mai finito e che a quella casa abbandonata in fretta e furia sotto le bombe non ne sarebbe mai seguita un’altra (Show your scars / Your last address: di schianto, un macigno piomba addosso all’ascoltatore, senza lasciare speranza alcuna nel futuro).
Le primissime note della title track, Reading the Air, mi hanno fatto sobbalzare sulla sedia. Ammetto senza riserve di aver amato alla follia questo pezzo già dal primo ascolto perché mi ha riportato lì, a quelle suggestioni proibite che solo il piano di Sakamoto sapeva colorare. La melodia nel prosieguo cambia totalmente e nella seconda parte, prevalentemente strumentale, si avvicina ad alcuni lavori dei Nine Horses, nello specifico a quelle fascinazioni ambient – pop di The Banality of Evil, canzone contenuta nel meraviglioso Snow Borne Sorrow del 2005. Fughe pianificate, nostalgia di vecchi biglietti natalizi, anni sprecati a rinnegare se stessi, nascondendo le proprie paure alla luce di vivide cicatrici: la tromba hasselliana di Henriksen dipinge trame incantate sulle percussioni di Engen, mentre il duetto di Bang e della Kløw Askedalen sfuma in un finale etereo come la percezione tipicamente giapponese di quei sentimenti inespressi. È una foresta urbana sferzata dal vento quella incastonata nel brano, che allunga i suoi tentacoli sonori al cielo in nome di quella premura d’amore che ha assaporato il decadimento del tempo. Burgundy e il suo tappeto elettronico sorretto da basso e batteria ci spingono oltre questo scenario, in mezzo a suggestioni decadenti e asiatiche, persi in una tristezza di fondo che annienta, mentre la voce multitraccia declina nel conflitto; Food for the journey è, per stessa ammissione degli autori (ai testi di Reading the Air troviamo l’amico e collaboratore di una vita, il poeta Erik Honoré), il fulcro dell’intero disco. Con le movenze e il minimalismo maniacale e inafferrabile degli ultimi lavori di Sylvian, il musicista concretizza il momento in cui il viaggio diviene sentiero sterrato e oceano sterminato da solcare. Le note di Simin Tander si accompagnano a quelle sirene che emergono dal mare e che tutto incantano, mentre la tromba si fonde con il piano; dall’abisso emergono fantasmi acquatici che proteggono i viandanti e, senza chiedere nulla in cambio, offrono loro l’Eucaristia per ristorarsi e continuare il cammino. Delia, raffinato omaggio ad Harry Belafonte,è una dolcissima spina nel cuore che né l’artista norvegese, né la sua sodale Kløw Askedalen riescono a estrarre, persi a rincorrere quel vortice d’amore all’interno del quale basso e chitarra versano lacrime amare. Anche qui perdita e dolore infinito, ritratti in una maniera così delicata e feroce al tempo stesso da allontanare Delia dalla versione originale. War Paint è un brano dedicato allo scultore Bård Breivik e alla sua ultima mostra, incentrata su una malattia che alla fine non gli ha lasciato scampo. Tastiere e synth costruiscono una struttura perfetta e quasi evanescente, sulla quale svetta il duetto tra il norvegese e lo stesso Tander, cantato meraviglioso che innalza il brano fino alla rarefazione più estrema. Il timbro di Jan tocca le profondità più recondite dell’abisso alla stessa maniera di Thomas Feiner soprattutto nel parlato, lasciando poi spazio alla tromba che fissa di luce vivida i colori di una guerra persa.
Coltre di neve e fiocchi che si adagiano al suolo sono i synth e i piccoli colpi di rullante di Winter Sings, traccia che racconta la solitudine di una donna che merita una seconda occasione per vincere (She was never reckless / She deserves the chance to win). Di nuovo il segno di una cicatrice, appena illuminato da un rapido sole, poi la discesa nell’oscurità: sullo sfondo la natura, matrigna infedele della cui inquietudine è testimone il duduk, che declina mesto per poi arrestarsi di fronte al pezzo successivo, The Cards. È una ballata nera più nera che mai, in cui le voci traggono in inganno, soprattutto quella femminile, carezzevole e melliflua. Si delinea all’orizzonte una vicenda alla Henry Lee, con un finale apertissimo e l’apparente dolcezza di una ninna nanna che nasconde una vicenda a tinte fosche, inquadrata a perfezione dalla chitarra di Eivind Aarset. Cycle è il perfetto mulinello nel quale scomparire felici, rapiti da un basso ipnotico e da un tappeto magnetico di bisbigli elettronici, scandito dal timing perfetto della batteria. Chiude l’album No Paradise Lost, la cui struttura di pianoforte e synth rimanda nuovamente alle atmosfere asiatiche del principio, differenziandosene però nei toni e nel messaggio: qui assistiamo a un contrappasso dantesco, con i fantasmi affamati del verso finale animati da desideri che in vita non hanno mai soddisfatto e che ora tornano ad angosciarli come punizione per i crimini commessi. Qui come in nessun altro momento il timbro del compositore si avvicina a quello di Sylvian, ricalcandone l’eleganza e la solenne mestizia.
Reading the Air è un’opera ispirata, un diamante dalla caratura importante costruito interamente sulle trame vocali di Jan Bang, la cui unica colpa è stata quella di riprendere in mano il microfono dopo ventisei anni. Lo perdoniamo perché in questo lasso di tempo ha composto, prodotto e organizzato avventure musicali di tutto rispetto (una su tutte il Punkt Festival, una istituzione in Norvegia) e collaborato con artisti della levatura di David Sylvian (vedi al capitolo Uncommon Deities, opera del 2012 alla quale partecipa anche Honoré in veste di paroliere), tenendo a mente una sola, unica certezza: è valsa la pena aspettare tanto. In primis, per le trame vocali del protagonista, che tengono in piedi l’intero disco avvicinandosi ora a Sylvian, ora a Feiner, ora al più ispirato Cave. In secondo luogo per aver dato alla luce (ed è veramente difficile avere una visione “illuminata” in un mondo abitato dal buio: mi risuona in testa quel “When the night moves in” che mi ha commosso fino alle lacrime di Winter Sings, una delle gemme dell’album insieme alla title track) un’opera da camera con venature pop e intarsi jazz, affascinante e raffinata nel mix sonoro, a tratti minimale e allegramente oscura nell’atmosfera. Come sempre accade con l’artista norvegese, l’equilibrio dei mezzi musicali – elettronici è sempre di buon gusto, così come la scelta dei compagni di viaggio di questo incantevole ritorno sulle scene. Un consiglio spassionato? Perdetevi nelle sue venature ambient, con gli occhi rivolti ai quei viaggiatori, immedesimandovi in un nostos doloroso e impossibile, nelle delicate sfumature amorose intrise di perdita e tristezza. Vi ritroverete lì, nel cielo terso, a soffiare su quei cuori con la consapevolezza che non si può scongiurare l’inevitabile e che l’inverno e i suoi rami secchi e neri vincono su tutto, anche sul più bel vuoto fatto musica.
Tracklist:
01. Nameless (4:07)
02. Reading The Air (4:55)
03. Burgundy (3:15)
04. Food For The Journey (4:31)
05. Delia (4:48)
06. War Paint (4:17)
07. Winter Sings (5:45)
08. The Cards (4:01)
09. Cycle (2:59)
10. No Paradise Lost (2:15)




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