R E C E N S I O N E
Recensione di Monica Gullini
Di solito si saluta alla fine di ogni incontro, o meglio, nella lingua inglese usiamo il BYE BYE per prendere commiato da qualcuno. Kim Gordon sovverte tutte le regole del linguaggio colloquiale e non solo. Da brava artista non convenzionale della gioventù sonica quale è, oggi si cimenta in schemi e percorsi musicali tipici di chi certi generi li mastica da ben prima di lei. Il risultato finale lascia sbigottiti: The Collective, nuovo album dell’ex frontwoman dei Sonic Youth uscito l’8 marzo per Matador Records, sorprende e surclassa alla stragrande chi ha fatto di trap, dub e hip hop una vera e propria religione. Complice la produzione del fidatissimo Justin Raisen (con lei fin dall’esordio del 2019, da quel No Home Record che ha sancito il loro sodalizio artistico), collaboratore, per citarne alcuni, di John Cale, Yeah Yeah Yeahs e Drake, l’ex bassista getta lo sguardo sulla società odierna alla continua ricerca della verità, osservando un mondo idealmente votato alla collaborazione e nei fatti sempre più orientato alla massificazione e all’algoritmo. Non a caso, uno schermo freddo che inquadra la realtà campeggia sulla copertina del disco, ma quello che riprende è un ambiente astratto e asettico.

Il concetto di collettività è completamente sovvertito e gioca a favore di tutti quegli elementi che contraddistinguono e valorizzano l’identità dell’individuo, nel tentativo di autopromuoverne la figura in tutti quegli aspetti social e virtuali che caratterizzano la nostra (ormai) frenetica quotidianità. Kim si muove attraverso il trambusto e nel substrato urbano si fanno strada i suoi sentimenti più reconditi: la paura di fallire, la voglia di osare, l’ansia, la rabbia estrema e, a volte, la paranoia.
Ci accoglie con un sorriso sornione, sfoderando quel BYE BYE, prima traccia dell’album, che tanto sa di hip hop, dub e industrial caro al Reznor di The Downward Spiral. L’intro è accattivante, oscuro quel tanto che basta a trascinarci all’interno di un video dove crediamo di vederla ancora giovane e vogliosa di darle di santa ragione a tutti. Chissà dove avranno trovato un’attrice che le assomiglia in tutto e per tutto, verrebbe da pensare. La nota stampa parla chiaro: trattasi di sua figlia, Coco Gordon Moore. La prima, disturbante sorpresa è andata in porto insieme alla lista degli oggetti da mettere in valigia che la Gordon sembra quasi declamare con tono da trionfo post capitalistico; le chitarre distorte si placano di fronte al ritmo ipnotico di The Candy House, brano trap-pop-lo fi inframezzato dai beats e dal mantra che la musicista ripete in un loop magnetico, come fosse una pallina da flipper sballottata ovunque che cerca di fuggire invano, nonostante il trolley pieno di quegli oggetti assurti a emblema del consumismo la stia ancora aspettando; robotica è I don’t miss my mind (in lontananza, gli echi di Hell Yes, pezzone dell’indimenticabile Guero di Beck), una serie di incitazioni mirate a negare l’identità di genere e a provare la sua forza mentale, fino a ribaltare la rappresentazione della mascolinità odierna nella traccia successiva, I’m your man. Qui l’artista torna al dark noise e lo miscela con la giusta dose di lo-fi e industrial necessari a rendere il pezzo un inno femminista a tutti gli effetti (“non è colpa mia se sono nato uomo”). Trophies è un colpo di pistola nella notte, con le chitarre che la rincorrono temeraria in fuga verso un vicolo cieco, mentre voci sintetizzate le intimano l’alt e le distorsioni cercano di sbarrarle la strada. Kim si guarda intorno e vede solo follia nella società, sembra quasi delirare mentre si lamenta del costo delle patate o intima di lasciare soldi alla donna delle pulizie. Sa anche chiedere il permesso di “amare con gli occhi aperti” in It’s dark inside, brano industrial sferzato di noise portato all’estremo dai sintetizzatori e dalla sua voce, ora sussurrante, ora ferma e decisa come una rapper provetta, ora zigzagante tra i campionamenti, i beat boxing e il respiro trattenuto, fino a sfumare nel riff di chitarra finale. Angosciante è Psychedelic Orgasm, costellata di suoni distorti, fervida, rumorosa e fedele al solco tracciato nel pezzo precedente; la musicista statunitense alterna cantato al parlato in quello che, come BYE BYE, è il monologo interiore su come affronta la propria realtà quotidiana.

Qui la troviamo vicina ai dettami del suo progetto Design Office, un mix di architettura, vita domestica, settore immobiliare e belle arti. Perché la nostra ha genialità da vendere: The Collective è anche il titolo di un dipinto da lei realizzato ed esposto alla 303 Gallery di New York nel 2023. Ripresasi appena dal ribaltone teatrale con cui ha squarciato la scena passa all’idea successiva, arrampicandosi fin sulla sommità di quella Tree House che riverbera di immaginazione, dub e industrial più estremi: la sua voce sovrasta ogni suono, rappando e perdendosi nei meandri di una follia collettiva alla quale non riesce a resistere. Ricordate i lavori di Chris Vrenna, ex tastierista dei Nine Inch Nails che a nome Tweaker nel 2004 compose il disturbante 2 am: Wake Up Call? Sembra di rivivere gli stessi scenari urbani sferzati da quel vento striato di rumore metallico e rock metropolitano. Di Shelf Warmer parla diffusamente Josephine Pryde, colei che insieme all’ex bassista dei Sonic Youth ha scritto The Collective: “Canta ‘Shelf Warmer‘ in modo che suoni come una data di scadenza, suoni radioattivo, all’interno delle nostre relazioni, sussulti, i ritmi che chiacchierano, taglienti, il dolore dell’amore nel negozio di articoli da regalo, assemblato in rimbombi vuoti, in applausi graffianti. Donazione non reciproca, esiste una politica di restituzione. Ma – idea nuova – Una mano e un bacio. Che ne dici di quello. Interruzione. Direi che Kim Gordon sta riflettendo su come sia pensare, adesso. Gli artisti concettuali lo fanno, lo hanno fatto.”
La traccia assume l’aspetto di un invito ma vira rapidamente in riflessioni su un regalo ricevuto e poi apre al conflitto vero e proprio (“È quello che vuoi/ Non è quello che voglio”). I nostri desideri sono stati rimodellati dagli stimoli digitali della dopamina al punto da chiederci: è davvero il sesso che stiamo cercando oppure qualsiasi veloce interazione, positiva o negativa, andrà benissimo? The Believers è l’esempio più alto della poesia astratta dell’artista statunitense, una preghiera che assomiglia a un gemito e che profetizza un finale sospeso a mezz’aria; Dream Dollar chiude l’album con un rimando a “Where It’s At?” dell’iconico Odelay di Mr. Hansen, accelerando il ritmo come se si scendesse negli Inferi, in un vortice trap impulsivo e travolgente che sfuma in un finale distorto e distopico.
Il colpo che Mrs. Gordon serbava in canna dai tempi di No Home Record non era andato completamente a buon fine: la stanza lasciata libera dalla musicista statunitense è divenuta uno spazio sperimentale nel quale dare grandissima prova di sé.
The Collective è un disco alienato e alienante, diretto, solitario e fugacemente scollegato dal mondo social. Sì, perché anche lei è caduta preda delle sirene che popolano il mare virtuale e solo grazie alla disconnessione ha scoperto che la sua percezione è alterata per sempre. Da navigata artista concettuale riesce però a tenere la barra dritta e invita l’ascoltatore a riflettere sui tempi moderni, veicolando messaggi anticapitalistici, femministi e di collettività. Apre la valigia e finalmente se ne va, mettendo in musica le immagini che ha immagazzinato dietro gli occhi chiusi e trasferendole nei nostri auricolari. E così aggrediamo la realtà, con la ferocia delle sue parole e dei suoi mantra rabbiosi che tutto fanno deflagrare, consapevoli che le sue canzoni ci hanno invaso cervello e orecchie. La sua è una provvidenziale appropriazione indebita, perché non è da tutti indurre alla riflessione confezionando un album granitico ed esplosivo, segno di una personalità indomita e ancora pervasa dal sacro fuoco che la accompagna dalla gioventù sonica. Kim Gordon sceglie di non abbassare mai la testa e denuncia le storture della realtà, mettendo in discussione persino se stessa e il suo bagaglio culturale e musicale, abbracciando generi che non le sono propriamente congeniali. Il banco di prova è superato con il massimo dei voti, la paura di fallire, abbonatemi il francesismo, se ne è andata a farsi fottere. Abbiamo di fronte un’artista innata, una autentica fuoriclasse, perciò perdoniamole ogni parola in libertà e qualche sporadico dito medio. Di fronte al coraggio di chi parte per poi tornare più forte di prima ci si può solo inchinare. Anche se sfodera il BYE BYE all’inizio del viaggio più conturbante che esista.
Tracklist:
01. BYE BYE (4:14)
02. The Candy House (2:21)
03. I Don’t Miss My Mind (3:26)
04. I’m A Man (4:32)
05. Trophies (2:36)
06. It’s Dark Inside (3:36)
07. Psychedelic Orgasm (3:40)
08. Tree House (4:06)
09. Shelf Warmer (4:11)
10. The Believers (4:55)
11. Dream Dollar (3:01)
Photo © Danielle Neu




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