L I V E – R E P O R T – D A N Z A
Articolo di Mariolina Giaretta
Raffinata, sognante, profondamente umana e coinvolgente, sostenuta da un’estetica di stile atemporale e sobrio ma altresì ricco di incanto, potenza, sensualità e coloriture comiche, Cenerentola, balletto andato in scena al Teatro Massimo di Palermo e firmato da Thierry Malandain, sulla musica di Sergueï Prokofiev, ha donato immagini di grande bellezza ed elegante perfezione, trascinando il pubblico in un luminoso viaggio verso il sereno chiarore delle stelle.
Thierry Malandain sulle note di presentazione della sua opera, spiega perché e come ha scelto di coreografare Cenerentola: «Oltre all’opportunità di rappresentarla sulla scena dell’Opéra Royal di Versailles, la cui costruzione fu iniziata ai tempi in cui Perrault concepì la fiaba, mi serviva però una scintilla che fu la frase di Nietzsche “bisogna avere il caos in sé per generare una stella danzante“. Nella mitologia greca il caos rappresenta la massa indefinita, disorganizzata e informe, dalla quale nascono la terra e il cielo stellato grazie all’amore. Considerata dalla matrigna cattiva come meno di niente, sempre sporca di cenere da cui trae il soprannome, è attraverso il sole dell’amore che Cenerentola si trasforma e diventa una stella che danza.

La favola illustra le tappe della realizzazione di questo sogno, di questa rinascita, perché le ceneri rimandano evidentemente alla morte; non è necessario ridiventare bambini e credere alle fiabe per indovinare che questi simboli raccontano la realizzazione del sé (…) un grido verso la luce in contrappunto al caos interiore in cui si moltiplicano i dubbi, le rivolte, le amare sofferenze e i sogni felici. Nietzsche scrisse anche: “creare, ecco la grande liberazione dalla sofferenza, ecco cosa rende la vita leggera”. (…) Per sfuggire al nero delle cose troppo reali, per dimenticare l’umanità che sanguina, l’ignoranza e la bestialità umane, in breve per tentare di sublimare l’ordinario, è dunque per ciò che ho fatto la coreografia di Cenerentola, trascinato dall’umanità e dalla magia della favola, dall’uso della musica ma anche dal riso delle scene buffe che mantengono l’equilibrio con gli episodi onirici o i momenti dolorosi. In breve, abbiamo fatto del nostro meglio per scacciare le nubi e generare una stella che danza.»
Composta sull’omonima opera di Prokofiev, autore di partiture di affascinante bellezza espressiva e dotate di grande sincerità emotiva, Cenerentola fu pensata e costruita con le caratteristiche di un balletto classico, similmente a quelli čaikovskijani, con variazioni, adagi e pas de deux. Fu portata in scena al Bol’šoj di Mosca il 21 novembre 1945 per la coreografia di Rotislav Zakharov. Il balletto fu oggetto di un gran numero di riletture coreografiche tra cui non si può non ricordare quella di Maguy Marin, del 1985, che si svolge nell’universo di una casa per bambole. La musica, introspettiva e talvolta densa di pathos nell’indagare l’animo umano, si presta a stili e interpretazioni molto diverse tra loro.

La versione di Malandain si apre rivelando e mantenendo, per tutto lo spettacolo, una scena vuota e pulita, pervasa da effetti illuminotecnici di rara bellezza, sui i cui perimetri sono sospese, legate a fili invisibili, centinaia di scarpe di donna tutte uguali, simbolo della scarpetta persa dalla fanciulla al ballo di Corte. In quello spazio pulito Cenerentola si muove con fluidità e grazia, sognante e amorosa nonostante gli sgarbi e le continue sopraffazioni. Legata con grande affetto al padre e alla fata/madrina, che evoca la madre morta, e accompagnata da altre creature meravigliose quali silfidi, folletti e raggi di luna, la protagonista è da loro sostenuta nella sua ricerca dell’amore. In contrapposizione al sogno di purezza della fanciulla, ecco lo squinternato irrompere sulla scena della matrigna, che interagisce, provocando momenti di grande ilarità nel gioco delle sue stampelle, con l’inettitudine, la balorda grossolanità delle due sorellastre, viziate e ridicolmente vezzeggiate dalla madre.
Il coreografo fa dialogare tra loro i personaggi con pennellate di elegante scrittura coreutica, creando sospensioni emotive, brividi di bellezza, velati timori e raffinata comicità.
E poi alla festa del ballo alla corte del Re, dove Cenerentola troverà l’amore del Principe, è sorpresa affascinante vedere interpretate le nobildonne di Corte da manichini su rotelle, abbigliati con abiti sontuosi e portati a danzare da ballerini in coppia con loro sulle note del meraviglioso valzer della partitura di Prokofiev. Malandain, divertendosi, ha così voluto, oltre a moltiplicare gli effetti di moltitudine del gran ballo di Corte, inserire, attraverso l’eleganza della sua raffinata cultura, una citazione storica: alla prima della Cendrillon di Massenet infatti, eseguita nel 1899 all’Opéra Comique, la scrittura delle danze fu assegnata a Mariquita, allora considerata come la “fata della coreografia artistica”, la quale le aveva create sui pattini a rotelle.

Thierry Malandain, membro dell’Académie des Beaux-Arts dell’Institut de France, danzatore e autore di oltre ottanta coreografie, continua a creare un repertorio coerente, profondamente legato al balletto che dà priorità al corpo danzante, filtrando attraverso la sua grande sensibilità e intelligenza emotiva, le vibrazioni dell’animo umano: “La mia cultura è quella del balletto classico a cui senza complessi sono legato. Pur riconoscendo che i suoi codici artistici e sociali appartengono a un’altra epoca, penso che questa materia, frutto di quattro secoli di storia, dia ai danzatori delle risorse inestimabili. Allora mi ci diverto: considerato classico da alcuni, contemporaneo da altri, semplicemente cerco la danza che amo”.
La Compagnia di Ballo del Teatro Massimo ha danzato questa Cenerentola con eccellenza, elargendo un’interpretazione artistica e tecnica di bella qualità e confermando ancora una volta l’ottimo lavoro e le interessanti scelte artistiche del direttore, Jean Sébastien Colau.
Nel ruolo della protagonista (i cast erano due) si sono alternate Martina Pasinotti, bella danzatrice dalle linee purissime e Yuriko Nashihara, tecnicamente eclettica e interpretativamente intensa, affiancate rispettivamente da Michele Morelli e da Alessandro Casà entrambi Principi di grande fascino e di precisa tecnica. Nel ruolo della Fata si sono alternate Romina Leone e Linda Messina, eleganti e precise, mentre il padre è stato interpretato da Diego Mulone e da Vincenzo Carpino. Splendida, nella sua esilarante verve comique e nella tenacia di mettere in luce le proprie bruttissime e sgraziate figlie, la Matrigna di Vincenzo Carpino e Andrea Mocciardini; magnifiche le due buffe sorelle, Genoveffa, alias Alessandro Cascioli alternatosi con Dennis Vizzini, e Anastasia, di Gianluca Mascia e Giovanni Traetto. Maître di danza e Cerimoniere, Emilio Barone e Francesco Curatolo. L’orchestra del Teatro Massimo è stata diretta con grande padronanza di stile da Mojca Lavrenčič, mentre la coreografia di Thierry Malandain, presente in teatro alla prima, è stata ripresa da Giuseppe Chiavaro. La creazione delle luci di Jean-Claude Asquié, eccellente Illuminotecnico che molto ha creato per le grandi produzioni di danza dei nostri giorni, oggi purtroppo non più presente, sono state rimontate da Christian Grossard.
Il pubblico alla fine dello spettacolo usciva dal teatro commosso, con un sogno vibrante nell’anima.



Photo Credit © Rosellina Garbo




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