T E A T R O
Articolo di Mario Grella
…Eh niente, anche questa volta mi ritrovo a scrivere un commento ad un’opera teatrale non scritta per il teatro. Questa volta tocca al romanzo di Maksim Gor’kij L’albergo dei poveri nella riduzione teatrale di Emanuele Trevi per la regia di Massimo Popolizio, messo in scena dal Teatro di Roma-Teatro Nazionale, e visto un paio di settimane fa allo Strehler di Milano. Ancora una volta, mi preme sottolineare, che non si tratta di una sfumatura, bensì di una questione sostanziale, poiché un testo scritto con le impostazioni e i ritmi narrativi del romanzo, non è la stessa cosa di un testo nato per la scena: non lo può essere, ma si sa che in quest’epoca di ibridazioni (quasi) obbligatorie, non bisogna andare troppo per il sottile, ma cercare di apprezzare anche gli “esercizi di stile” (per ricordare Queneau) più spericolati e non fare tante storie, pena essere indicati come dei tromboni sofistici (ma purtroppo non dei “sofisti”). Viviamo in un tempo molto avvezzo alla polemica, ma poco al senso critico. E allora, dopo aver pedissequamente “stigmatizzato”, cerchiamo di spendere qualche parola per questo spettacolo ben allestito, ben diretto ed egregiamente interpretato.

Ciò detto, va ricordato che fu proprio il più grande regista teatrale italiano di tutti i tempi, Giorgio Strehler a ribattezzare, nel 1947, come L’albergo dei poveri il romanzo che nel 1902 era uscito col titolo di I bassifondi. In realtà dallo stesso romanzo fu tratto anche un film di Akira Kurosawa nel 1957 e, addirittura nel 1936, un film di Jean Renoir. Indubbiamente gli emarginati che si trovano a popolare il dormitorio, umanità esistenzialmente composita e impregnata di delusione e disincanto, sfortuna e ingiustizia, rancore e rassegnazione, permettono di mettere in scena una fitta rete di rapporti umani, sociali, interpersonali. Attorno al gestore dell’albergo Kostylev (Francesco Giordano) e alla spietata (e un po’ sadica) Vasilisa (Sandra Toffolatti) ruotano personaggi che inducono alla commiserazione, alla compassione, ma anche al disprezzo, a cominciare da Pepel (interpretato da Raffaele Esposito), cinico amante di Vasilisa, ma innamorato anche della di lei sorella Natasha.

Nella torbida e squallida atmosfera dell’Albergo fa irruzione però Luka (Massimo Popolizio), pellegrino-santone che sembra illuminare coi suoi giudizi situazioni, personalità, angosce e dubbi degli ospiti dell’Albergo. È, la sua, una saggezza facile e provvisoria, più formale che sostanziale e che nulla può contro il destino di tutti gli ospiti dell’Albergo, dei suoi gestori e di lui stesso. Questa, a mio avviso, la grande rivelazione di Gor’kij, che l’Albergo non è un mondo “infero”, ma semplicemente lo specchio del mondo in cui tutti ci troviamo ad esperire la nostra umana esistenza, quindi solo un luogo, ove i conflitti, le bassezze dell’animo umano, i drammi, vengono vissuti, per così dire “in purezza”. Tra i “poveri” sono rilevanti la cinica figura di Klesc, che non fa che augurarsi la morte della moglie Anna agonizzante e il personaggio di Nastja, una giovane ragazza, che vive addirittura una propria vita immaginaria dentro il libro che legge perennemente: un po’ come le vite immaginarie di molti di noi, magari vissute prevalentemente dentro il web, alla ricerca di protezione dalle angustie della cosiddetta vita reale.




Photo © Masiar Pasquali






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