C I N E M A
Articolo di Alessia Palermo
Un padre troppo giovane e una figlia costretta a crescere troppo in fretta. Aftersun è un film che si prende il suo tempo, con una trama appena accennata, eppure ricco e profondo come non ne avevo visti da tempo. Ci troviamo in Turchia, Calum, in prossimità del compimento dei suoi trentuno anni, e l’undicenne Sophie, sono in vacanza insieme. C’è fermento da parte di Sophie per il compleanno di questo tanto giovane e da lei amato padre: ciò la porta a documentare il momento con una telecamera. Riprendere per ricordare, per rivivere, successivamente per analizzare e riscoprire, o magari vedere per la prima volta ciò che si pensava di conoscere.

Dietro la telecamera di Sophie e il suo utilizzo quasi infantile da parte della bambina troviamo un mondo intero. Un mondo in cui siamo immersi sin da subito: dopo le riprese a inizio film di Sophie, infatti, appare una transizione a puzzle. Ciò che ci chiede il film infatti è ricostruire, mettere insieme i pezzi in questo rapporto padre-figlia non proprio idilliaco come potrebbe sembrare. Sicuramente c’è amore, complicità tra queste due vite, come possiamo vedere dalla regia stretta e concentrata sul dettaglio di Charlotte Wells, che attraverso avvicinamenti, pochi tagli, cambi di fuoco e i personaggi costantemente nella stessa inquadratura, mostra la connessione tra i due personaggi e lascia che il tempo si dilati.
Questo amore, tuttavia, deve scontrarsi con la dura realtà: Calum è un uomo profondamente problematico e con gravi problemi finanziari. Ciò influisce sul rapporto con la figlia, la quale si ritrova da sola in più di un’occasione e con un padre dagli atteggiamenti difficili da capire per una bambina della sua età. Vediamo questa lontananza causata dagli atteggiamenti dell’uomo visivamente da una contrapposizione tra Sophie in ambienti costantemente caldi e simbolo della sua innocenza, nella stessa inquadratura di Calum, ma immerso invece nel blu e diviso dalla figlia da un muro. Non c’è dialogo in questi casi e non può esserci: ciò che rimane sono vaghi momenti di comprensione e apertura reciproca tra padre e figlia, gestiti nel più originale dei modi. Tra filmico e metafilmico vediamo infatti l’utilizzo della telecamera di Sophie che filtra la verità, i momenti di pura comprensione vicendevole. Per quanto possa però riprendere e portare la realtà a un livello più oggettivo, la telecamera di Sophie non può riprendere i veri sentimenti o momenti importanti. Sottolineato da una scena in cui Calum parla del suo undicesimo compleanno, in cui vediamo lui che si racconta attraverso il riflesso di una televisione chiusa, arriviamo a capire che la realtà non basta. Ci sarà sempre uno specchio, come in vari punti del film, dell’acqua che scorre e filtra le interazioni umane, restituendo anche solo per un momento quell’agognata calma e quel tanto ricercato divertimento da parte dei due protagonisti.

Nessuno vuole sentimenti tristi, o magari non ha ancora gli strumenti per capirli: è così che Calum e Sophie affrontano la loro vacanza. Lui cercando di nascondere la sua doppia vita, lei crescendo. La bambina, infatti, è costantemente sottoposta a spaccati di vita quotidiana di ragazzi più grandi di lei in Turchia e ciò influenza la sua voglia di avere di più, conoscere il mondo, di avere della sana curiosità verso ciò che la circonda. Una crescita sana da questo punto di vista, meno da altri: Sophie cresce anche influenzata dal comportamento del padre, che costringe la bambina a trovarsi in una posizione di cura nei suoi confronti, di comprensione, di accettazione, cosa naturale da fare nei confronti di un padre a quell’età. Tuttavia, la comprensione tra esseri umani non è mai totale, infatti la bambina non capisce completamente lo stato d’animo del padre, semplicemente si ritrova a farci i conti. Conti che farà per tutta la vita, perché ad un certo punto Calum sparirà dal mondo della figlia, lasciando gli strascichi di ciò che poteva essere dato in più e i ricordi di quella vacanza in Turchia di venti anni prima. Nessuno sa cosa lui faccia nella sua doppia vita, tuttavia vediamo intervallati al film dei momenti in cui lui è in discoteca, Sophie tenta di avvicinarsi e non ci riesce mai.
È così che descriverei il film: il ritratto e la dimostrazione che il dolore non può essere superato da niente, né dal ricordo, né dai legami di sangue. Semplicemente a volte si è costretti a sparire, ed è così che fa Calum a fine film, stavolta senza videocamera, tornando nel suo personale abisso. Sempre solo nelle sue dipendenze, sempre solo nel suo oblio.





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