L I V E – R E P O R T


Articolo di Nadia Cornetti, immagini Sonore © Fondazione Musica per Roma – Pasqualini/MUSA

Mi chiedo ormai spesso quanto si sia alzata la mia asticella “della perfezione” per un concerto; sempre più spesso da quando, già decine di eventi fa, ho iniziato a considerare la musica dal vivo fondamentale nella mia vita. Da qualche giorno a questa parte questa domanda ha una risposta più tangibile: dopo molti concerti visti, praticamente tutti graditi tutto sommato (grazie a una selezione “a monte”), ma variamente memorabili, lo scorso 25 giugno ha avuto luogo un evento che ha scosso praticamente tutti noi che eravamo presenti: i Fontaines D.C., band irlandese in circolazione da non molti anni (Dogrel, loro album esordio, è del 2019) hanno suonato all’Auditorium Parco della Musica di Roma regalandoci una performance davvero indimenticabile. È stata per me una sorpresa piacevole anche la scoperta di un luogo come l’Auditorium: quello che mi aspettavo era un’arena maestosa, imponente, certamente tutto fuorché un luogo intimo. È stato invece confortante entrare in un antro accogliente, con ingresso subito accanto al
palco. Palco che, per una volta – e finalmente, aggiungo – non mi ha trasmesso l’impressione di essere distante persino dagli eroi da transenna ma, al contrario,
congiunto con il numeroso pubblico accorso, anche con i partecipanti della tribuna.

Senza fronzoli, senza apertura, senza inutili parole a fare da annunciazione, puntualissimi ci hanno raggiunto, uno alla volta, mentre già davano inizio al concerto, Tom, Chilli, Conor & Conor, Carlos, e infine il magnetico frontman Grian. Romance è il titolo del nuovo album – in uscita il prossimo 23 agosto – nonché di quello che probabilmente sarà il nuovo singolo ufficiale: proprio questo singolo (del quale i ragazzi ci hanno già dato un emozionante assaggio inserendolo a sfondo del teaser del disco, e che stanno presentando live in questo tour estivo europeo) decreta l’esordio dello show, togliendo ogni dubbio sulla bellezza di quello che stiamo vivendo. Osannati da molti per la scrittura, il sound e per l’ottima resa live, i Fontaines si sono davvero guadagnati tutte le recensioni entusiaste che su di loro sono state scritte finora, e che li stanno catalogando come una delle migliori band (post-punk? alternative rock? qualsiasi etichetta risulterà riduttiva) in circolazione da qualche anno a questa parte. I ben diciannove pezzi in scaletta a Roma non hanno fatto altro che confermare e anzi elevare ancor di più il tenore delle belle parole spese – e dell’asticella della perfezione di cui parlavo poco fa. Nessuno è rimasto scontento, in quanto a varietà dei pezzi scelti: i Fontaines hanno spaziato dal freschissimo presente (quasi futuro) al passato più grezzo, alternando i brani sapientemente, e creando una piacevole sensazione: non c’è passato o futuro, in realtà, perché tutti i brani li rappresentano. Come li rappresenta, senza dubbio, l’amore per la loro terra di origine, l’Irlanda, appunto, a cui tutti i musicisti sono molto legati, e che Grian ha reso spesso – per non dire sempre – protagonista delle sue per nulla banali liriche (talmente tanta è la tensione emotiva trasposta in poesia che Grian – lo ricordiamo – ha recentemente composto un bellissimo e intimo album per omaggiare in solitaria l’Irlanda e riscattare in qualche modo tutto ciò che il vivere lontano da lei gli ha emozionalmente causato (ne abbiamo parlato qui). Devo una menzione speciale al pubblico variegato di questa serata: non è stato difficile identificare – a riprova di quanto sia forte la connessione con tradizioni, cultura e origini – un nutritissimo gruppo di affezionati “fontainers” loro connazionali, insieme a tanti, tantissimi fieri fans provenienti da ogni parte d’Italia e d’Europa.

Lo spettacolo ha dimostrato quanto il gruppo si sia unito e perfezionato, rispetto ai live passati, tanto da regalare una resa che rasenta la perfezione (complice anche la location che acusticamente esalta ogni suono al meglio); la batteria, potentissima nei punti giusti, e altrettanto delicata quando serviva, chitarre, basso e tastiere a generare un sound così profondo, da sfiorare a tratti gli infrasuoni. Il tutto coronato dall’incredibile voce di Grian, con quel suo timbro inconfondibile e quell’accento irlandese che spinge sulle parole più importanti. E poiché per i Fontaines le parole sono, senza dubbio, molto importanti, soprattutto in un mondo fatto spesso di indifferenza, Grian non esita un secondo a esporsi con un “free Palestine” subito dopo il termine della splendida “Roman Holiday”, durante la quale il frontman raggiunge una ragazza del pubblico e le chiede in prestito il foglio che riporta un verso di I Love You, modificato : “If I must have a future I want it for Palestine“. Grian è conscio dell’importanza del proprio ruolo e della fortuna di avere, con la propria voce, il potere di veicolare un messaggio, cosa che non ha mai preso alla leggera. C’è spazio per le parole importanti, dunque, ma altrettanto per la pura musica, quella che trasmette energia, come durante Televised Mind, Chequeless Reckless, Big, Too Real, e gli altri picchiatissimi pezzi punk degli esordi o comunque dei primi periodi, come Sha Sha Sha e una pazzesca versione di Boys in the Better Land (che ha chiuso il concerto prima del bis): durante molti di questi brani, al centro del parterre si forma un pogo decisamente intenso. Skinty Fia (ne abbiamo scritto qui), l’ultimo album, pubblicato nel 2022, ha moltissimo spazio durante questo tour: come secondo pezzo parte Jackie Down the Line, il brano che decanta l’antieroe, in un mondo in cui è considerato importante essere bravi, e che si fa slogan di sventura; segue Big Shot, unico pezzo in cui Grian passa la penna al chitarrista Carlos O’Connel, e durante il quale gli spettatori, in estasi, alzano all’unisono un coro, che per un attimo mi fa credere di trovarmi in uno stadio; tra passato e presente arrivano poi la meravigliosa Skinty Fia e, per calmare gli animi dopo una dose di Dogrel, How Cold Love Is e Nabokov, sempre alternate, quasi a voler tenere viva l’attenzione; infine, a chiudere questo sogno a occhi aperti, non può mancare I Love You.

Se state leggendo queste mie righe senza conoscere a fondo i Fontaines D.C. ci tengo a dirvi quanto la loro I Love You sia distante anni luce dalla convenzionale canzone d’amore: nata da una sfida stimolante – il desiderio di utilizzare uno dei titoli più inflazionati, ma senza scrivere dell’amore convenzionale – è diventata un’ennesima ma profondissima ode all’Irlanda; qui, infiniti riferimenti storici e politici si fanno veicolo dei sensi di colpa di Grian per aver abbandonato la propria terra, dopo aver preso da essa tantissimi rimandi culturali per costruire la propria arte e portarla altrove – addirittura nel paese “responsabile di gran parte del caos che c’è a casa mia”, così aveva detto Chatten. Apparentemente contrasta con questo marcato disagio interiore, incanalato in musica, la capacità entusiasta del frontman di tenerci incollati al “suo” palco: Grian salta, corre, gesticola, agita le mani, ci fomenta come il più carico dei direttori d’orchestra, partecipa davvero a quel che canta, che dice; crea un filo diretto con noi. Eppure è capace di restare nella sua bolla, di proteggerla, per non rischiare di rendere impuro quel suo mondo interiore fatto di sentimenti, dolore, punti fermi. Fa tutto ciò anche mentre lui e i compagni ci regalano l’incredibile primo singolo ufficiale estratto da Romance , ovvero Starburster, un pezzo capolavoro, contaminato da elettronica, hip hop e sonorità classiche: la resa live è meglio di quanto potessi immaginare.

La parola è importante, dicevamo; e i Fontaines hanno qualcosa che da tempo non vedevo emergere così tanto – e così bene – in un artista, l’ho realizzato con questo concerto-esperienza: la credibilità nel veicolarla, questa Parola, la convinzione grande che quando ti vengono dati un palco, un microfono, che quando qualcuno ti ascolta, se lo fai bene, se esprimi concetti, pensieri, emozioni rilevanti, qualcuno se ne accorgerà. E allora mi vengono in mente le parole che proprio qualcuno ha scritto sui social, subito dopo il concerto, – per fissare a caldo questo turbinio di sensazioni fortissime – gente come me che ha avuto la fortuna di assistere a una cosa grande, poco importa se non avrà la risonanza che tutti vorremmo: questo dei Fontaines non è stato “solamente un concerto, ma il nuovo standard dell’epico”, hanno scritto. Novanta minuti di emozioni che, certamente, porteremo con noi per molto, molto tempo.

Immagini Sonore © Fondazione Musica per Roma – Pasqualini/MUSA

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