R E C E N S I O N E


Recensione di Nadia Cornetti

Poeti e My Bloody Valentine. Pub e paesaggi incantevoli. Damien Rice e basalti colonnari. L’Irlanda è foriera di belle cose, questo è noto. E quando il mare a nord di Dublino, con le sue desolate spiagge, suggerisce un intero album a un già apprezzatissimo artista, non puoi che esserne entusiasta e morire dalla voglia di ascoltarlo. Stiamo parlando di Chaos for the Fly (uscito il 30 giugno scorso per Partisan Records e prodotto dal fidato Dan Carey), primo lavoro solista di Grian Chatten, frontman  degli apprezzatissimi Fontaines D.C., band post punk nata nel vicino 2017, ma che ha già all’attivo tre album molto convincenti. Grian, dicevamo, racconta di aver ricevuto in dono ogni singola canzone del disco, dalle onde del mare della sua Irlanda; quel che ne è scaturito è un prodotto dalle atmosfere rarefatte e cupe, del quale, se dovessi trovare una cromia, sarebbe certamente composta da una scala che va dal celeste al blu scuro, con tutte le tonalità intermedie.
Rispetto alla musica prodotta con i Fontaines, questo lavoro singolo è molto più intimo; Grian ha avuto la forte esigenza di esprimere tutto da solo: è mantenuta, dei Fontaines, la voce calda e l’attitudine rock, ma le atmosfere cupe diventano decisamente più private e poetiche, e meno “collettive”. Una necessità, quella di staccarsi dalla collettività del gruppo, rifugiandosi nella scrittura introspettiva, che è stata soprattutto una cura – per questo motivo parlo di esigenza – per non finire schiacciati e divorati dalla macchina dello showbiz, che non perdona nessuno, tantomeno gli artisti più sensibili e introversi.

Il ritmo dell’album è dato maggiormente dalle chitarre e dagli archi, in misura minore dalle percussioni; Grian, in Chaos for the Fly, rallenta, si prende tempo per confidare un’esigenza, delle sensazioni molto personali che sarebbero state alterate se rielaborate dal gruppo; si tratta però di una scelta dettata dal rispetto non solo alle canzoni, ma anche alla band: l’autore non voleva né snaturare i brani, cedendo a una inevitabile rielaborazione da parte dei suoi compagni, né tantomeno voleva privare il gruppo della propria essenza, obbligando i suoi a un’esecuzione in qualche modo “monarchica” del disco.

L’album si compone di 9 brani, due dei quali hanno anticipato l’uscita del lavoro completo come singoli. The Score, prima traccia e primo singolo estratto, è accompagnata da un video visionario, sfuocato, con immagini lente e ambientate in un lunapark, dove tutto procede a scatti. Musicalmente è stato composto con chitarra acustica, xilofono, viola, percussioni elettriche, basso e synth, uniti a una voce calda e delicata, e questo amalgama crea molta atmosfera. La scrittura di Chaos for the Fly è criptica, ma sa evocare molto bene i sentimenti intimi che Grian ha la necessità di esprimere: “Vedrai che sono l’onda che si infrange sotto di te, ti darò i brividi e mi prenderò il tuo dolore”. La tristezza e l’introspezione fanno parte dell’essere umano, e la musica, come la poesia – due forme d’arte che in quest’album si intrecciano molto bene – hanno un fortissimo potere curativo. Il secondo singolo, Fairlies ha un ritmo incalzante, atmosfere calde e cupe (“come può la vita andare così lentamente, eppure la morte arrivare tanto in fretta?”), chitarre e archi, e anch’esso è accompagnato da un video, questa volta animato, che ben ricalca il mondo visionario della canzone. La voce di Grian perfettamente consapevole e – a tratti – tremante, dona come risultato una dolce incertezza che emoziona e mi riporta alla mente alcuni echi di Morrissey.



Il disco è un susseguirsi poetico di riflessioni, immagini e narrazioni, come Last Time Every Time Forever – bellissimo brano che pare un cupo racconto narrato da un cantastorie e riprende la musicalità folk antica e radicata in radici popolari. In questo e in altri brani (come nella freschissima Bob’s Casino o nella dolce I am so Far) compare la meravigliosa voce di Georgie Jesson, fidanzata dell’autore, molto brava nel bilanciare i bassi oscuri e profondi, come a voler dare speranza. A più riprese il sound di Chaos for the Fly rimanda piacevolmente ai The XX o ai Joy Division, senza però costituirne una copia; noti richiami compaiono anche nello splendido brano di chiusura, Season for Pain, un pezzo molto vero e disilluso – alla Something in the Way – che recita “questa non è la stagione per amare, questa è la stagione del dolore”.
Cito infine All of the People – amara ballata che mette in guardia dai sentimenti subdoli e dalla falsità – la cui intro mi riporta subito alla mente Ci Sono Molti Modi dei nostri Afterhours.

A tal proposito, penso che ci siano molti modi di ricordare un album che ha segnato le tue ultime giornate. Il mio sarà semplice: voglio custodirlo con me, non lasciarlo andar via o sostituirlo rapidamente con uno dei migliaia di ascolti di cui possiamo fruire oggi, ma utilizzarlo, piuttosto, come una cura – non da una patologia – ma da me stessa, dagli altri e dal mondo: sono certa che Grian ne sarebbe felice. Dopotutto il disco è nato per questo.

Tracklist:
01. The Score (2:41)
02. Last Time Every Time Forever (3:39)
03. Fairlies (4:10)
04. Bob’s Casino (4:44)
05. All Of The People (4:24)
06. East Coast Bed (4:59)
07. Salt Throwers off a Truck (3:27)
08. I Am So Far (3:42)
09. Season For Pain (4:35)

Photo © Eimear Lynch

 



Una risposta a “Grian Chatten – Chaos For The Fly (Partisan Records, 2023)”

  1. […] modo tutto ciò che il vivere lontano da lei gli ha emozionalmente causato (ne abbiamo parlato qui). Devo una menzione speciale al pubblico variegato di questa serata: non è stato difficile […]

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