L I V E – R E P O R T
Articolo e immagini sonore di Rossana Ghigo
Quando scende la notte sul profilo splendido di Finale Ligure, una piazza si riempie di cuori, di calore che non ha a che vedere con la pressione atmosferica, ma con l’affetto che tanta gente vuole fare sentire ad un cantautore che non ha bisogno di presentazioni.
Ron, al secolo Rosalino Cellamare, con il suo sorriso e la sua innata ed elegante naturalezza, fa parte di quel mondo che si è fermato anni fa. Di una sfera di cristallo che resiste nonostante i tanti attacchi esterni. Al suo interno il profumo del passato, della nostalgia, della semplicità. Per questa notte che cade giù porta nelle sue tasche rami di ulivo pugliese e delicate note di pianoforte, le sue origini. Il legame con la terra dei suoi nonni.
La sua carriera sempre in crescendo inizia quando, ancora minorenne, accompagnato dal padre si reca a Roma alla RCA dove conosce Lucio Dalla e Renato Zero. Tutto il resto è scritto tra Le foglie e il vento, un vento che riporta a tutti noi ricordi incancellabili. Un cupido che colpisce Come una freccia infondo al cuore. Cultura, intelligenza e curiosità che ha condiviso con tanti amici, su tutti, forse, il fratello di sempre Lucio Dalla che scelse per lui anche questo nome d’arte.

E così, con l’amore assoluto per la musica, la sua Marco Polo (la sua chitarra Eko, ndr), la schiettezza e la cordialità che lo contraddistinguono, travolge questa piazza, non “grande” ma decisamente affollata e traboccante di energia. Con lui Giuseppe Tassoni (piano e tastiere), Roberto Di Virgilio (chitarre), Roberto Gallinelli (basso), Matteo Di Francesco (batteria) e Stefania Tasca (cori, percussioni e chitarra).
In Israele il nome Ron è molto popolare e viene utilizzato per indicare “gioia” o “felicità”. In altre parti del mondo, invece, il nome viene associato al concetto di grandezza. Chissà se Lucio era consapevole di tutto ciò, sicuramente è vero che nel nome si delinea il destino perché un artista così carismatico ha saputo conquistare tante generazioni, ha firmato collaborazioni prestigiose e successi che tutti noi ci siamo ritrovati in qualche motivo a canticchiare. Colonne sonore che sono divenute colonne portanti e poetiche di un tempio costruito in cinquant’anni di carriera straordinaria.
Una grande passione per le chitarre acustiche, attento ai metodi di amplificazione e alla riproduzione naturale del suono, ci fa capire quanta delicatezza e dolcezza abita in un uomo che ha sposato la musica, ne ha fatto madre, amante e figlia convogliando in lei ogni sentimento. Un connubio che si trasforma e migra verso nuove sonorità album dopo album per approdare al disco del 2022, Sono un figlio, composto da tredici brani inediti alcuni dei quali vengono proposti al pubblico durante questa serata.

Una meravigliosa e costante dedica a suo padre, il ritratto di un artista intimo che accoglie ma soprattutto si accoglie. Si tuffa dentro ai propri sentimenti e piano piano li sospinge in superficie. Come un tesoro che viene a galla, protetto per tanto tempo dalla sabbia calda del cuore. In una catarsi in ascesa emozionale costante ascoltandolo, facendosi prendere per mano dalla sua voce morbida e rassicurante, si invertono quasi naturalmente e inevitabilmente i ruoli. Il pubblico diventa parte attiva, si proietta nella sensibilità del cantautore che prima di tutto è uomo, amico e compagno di strada e di avventura.
Ci regala alcune cover strepitose come Cosa farò (cover di Lonely Boy di Andrew Gold, tratto dall’album Guarda chi si vede del 1982) e le versioni italiane di successi mondiali: Hai capito o no (I can’t go for that di Daryl Hall & John Oates) e Ferite e lacrime (You, dei Ten Sharp).
Con occhi grandi e neri ci accarezza il cuore e ci chiede: «come stai stasera ti senti solo vuoi che resti con te? […] Dai camminiamo insieme per questa strada vuota, e dimmi tutto di te, della tua vita, dai comincia tu». E succede esattamente così. Nelle parole taciute di una platea che pare semplicemente ascoltare ci sono invece infinite sfumature di voci, vite, tristezze, allegrie, ognuna con la sua storia, ognuna con la propria intensità. E si percepisce, diventa carne, si può abbracciare e si può proteggere. Davanti al mare, affidare alle onde della vita ogni sorta di speranza, ogni senso di solitudine, ogni pena del cuore, ogni moto dell’anima, così con una velleità infantile e pura perché la sua figura magica sa portare il suo pubblico a fare questo. A disegnare con dita sottili di stella in stella nella volta di agosto un enorme cuore che batte all’unisono. «Prendere la notte in una mano, fermarla», in un’unica immensa Anima. Anche se nessuno sa «dove andrà a dormire la luna quando esce il sole», certamente la voglia è quella di “incontrare tra cent’anni” il tocco squisito della sua poesia.

Che bello è questo odore di buono, come pane caldo appena sfornato, perdersi per ritrovarsi tra i suoi versi, le verdi parole. Se potessi dare un colore alla sua musica, sì, sceglierei ogni sfumatura di verde. Il colore della vita che continua, si rinnova, il fluire costante di tutto ciò che giunge a noi.
Arriva a tarda notte, quasi a conclusione di un sogno dal quale non ci si vorrebbe più risvegliare, quello che è il mio brano preferito. Una lirica d’amore che racchiude parole fatte di manna, un soffio sugli affanni di ogni giorno, una panacea per i sensi. «Ma ti solleverò tutte le volte che cadrai e raccoglierò i tuoi fiori che per strada perderai» mi ha sempre evocato un colloquio meraviglioso, quello tra Melisanda e Pelleas. Un dramma del 1892 opera dello scrittore belga Maeterlinck ripreso poi da Debussy che ne fece un’opera in cinque atti. Nello specifico però penso alla versione di Neruda nei versi «Io andavo per il sentiero, tu venivi per esso, il mio amore cadde tra le tue braccia, il tuo amore tremò nelle mie. Da allora il mio cielo di notte ebbe stelle e per raccoglierle la tua vita si fece fiume».
È ora di lasciarti andare, carissimo Rosalino, che porti una fragranza speciale anche nel nome, grazie per averci aperto il cuore, fatto così bene e accolto nel tuo bel mondo. Tu saluti a braccia aperte, accarezzi le mani che ti cercano, abbracci con allegria ma devi andare ora perché «hai davanti un altro viaggio e una città per cantare».






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