T E A T R O


Articolo di Mariolina Giaretta

“Ora io m’inabisso nel buio. 
Vi saluto, vecchi fedeli. 
Anche avvolti d’angoscia, offritevi quel poco di gioia, ogni giorno che passa.
Non conterà più l’oro, tra i morti.”
E il fantasma di Dario s’inabissa.

Segesta, Teatro Antico, nello splendore del crepuscolo che prelude alla notte, nel respiro della vallata sublime che, lontano, si apre al mare, riecheggiano, da I Persiani di Eschilo, le parole del re Dario che sale dagli Inferi; frasi rivolte ad Atossa, sua moglie, e ai fedeli cortigiani dopo la sconfitta subita dall’esercito persiano contro i Greci.
Come ormai da diversi anni, Segesta celebra il suo Festival di Teatro, Musica e Danza, all’alba e al tramonto, con spettacoli di preziosa messa in scena, affidati alla direzione artistica di Claudio Collovà. Fascino, vibrazioni emotive, stimoli vòlti a ripercorrere la tragedia greca con gli archetipi dei suoi universi: sollecitazioni, queste, che concedono bellezza contemplativa e una riflessione critica sull’odierna realtà, ormai purtroppo devastata da follie di accumulo e da carenza di tempo per riflettere con sé e per sé.

Giungendo all’apogeo del sito, luogo incantato di pietre antiche in cui si delinea un orizzonte di cielo intersecato dai colori forgiati dal percorso del sole, la cavea del teatro appare una conquista mirabile e ascoltare il riecheggiare di frasi antiche sorprende, mai come oggi, del loro assioma.
L’adattamento e la regia che Collovà dedica ai suoi Persiani concede uno sguardo critico e analitico sulle tante guerre che oggi si manifestano e di cui dovremmo, tutti, sentirci responsabili. 
Conservando un’estetica di tragedia greca tradizionale, in cui però è stata fatta la scelta di eliminare la pluralità del coro mantenendo il testo declamato da un solo corifeo, lo spettacolo si è rivelato potente e affascinante, arricchito dai bellissimi costumi di Dora Argento e valorizzato da attori del calibro di Giuseppe e Micol Pambieri, eccellenti interpreti del ruolo di Dario e della moglie Atossa, assieme a Gianluigi Fogacci, il Messaggero, e a Nicolas Zappa, Serse. 
Eschilo, poeta e soldato che prese parte alle due guerre persiane, a differenza di Erodoto, rappresenta nel teatro della polis le vicende dei vincitori e dei vinti: la tragedia diviene così un caso della storia in cui popoli sconfinano nel tentativo di assoggettare altri popoli. È questa la prima tragedia a noi giunta messa in scena solo un anno dopo la vittoria greca di Salamina.

Sempre ispirato a Eschilo ha fatto seguito, nell’interessante programmazione riservata al Teatro Under 35, I Sette a Tebe con la drammaturgia, il testo e la regia di Gabriele Vacis interpretato dai giovani attori della sua scuola PoEM – Potenziali Evocati Multimediali, nata dalla sinergia fra Roberto Tarasco e Gabriele Vacis, diplomati alla Scuola per Attori del Teatro Stabile di Torino. 
Tramite laboratori, seminari e performance, PoEM diffonde la formazione teatrale favorendo l’inclusione sociale, e promuove il teatro oltre lo spettacolo, nella convinzione che le pratiche teatrali non siano soltanto un esercizio finalizzato alla restituzione scenica, ma possano, anzi, favorire l’interazione fra individui poiché si fondono sulla consapevolezza di sé e degli altri. 

Il lavoro, evocando la mitologia di Tebe sulla saga della stirpe di Edipo, denuncia la terribile cupidigia dell’uomo per la guerra focalizzandola sul sentimento tragico narrato dall’opinione pubblica, con esplicita accusa al contemporaneo che trasforma in mercato ogni evento, anche il più terribile. La relazione tra l’uomo e la guerra costituisce il filo conduttore di tale regia in cui sulla scena è protagonista la folla infervorata nel domandarsi, con momenti di riflessione critica, quale senso abbiano tanto sangue e morte.
L’importanza dell’approccio ai testi classici e al mito, nel lavorare con i giovani in un contesto dì contemporaneità, è sempre stato fondamentale per Vacis il cui teatro guarda alle nuove generazioni coinvolgendole in maniera diretta. 
Gli allievi sono attori ben formati, possiedono un lavoro maturo sul corpo e sulla voce, hanno raffinate sensibilità di intonazione e di interpretazione che coinvolgono il pubblico e, palpitanti, sanno commuovere e far riflettere. 
E allora nella mente di chi guarda prende vita un pensiero: che meraviglia vedere una gioventù infervorata, sorretta dallo stupore di descrivere l’inenarrabile e vibrante di emozioni potenti nel racconto delle atrocità, di ieri e di oggi, commesse dall’uomo! 

Il pubblico è avvolto e coinvolto dal pathos che gli attori riescono a infondere nel narrato, intenso e possente delle loro voci, nella ieraticità delle danze e dei canti corali. Teatro quale arte che produce relazione viva tra gli uomini grazie alla prerogativa che le è propria, attuando comunione tra gli individui nel creare uno spazio partecipativo accessibile a tutti che nutre, come nell’antichità, la comunità di cui è parte.
La Stagione 2024 del Festival di Segesta ha avuto un eccellente successo di pubblico, venuto da ogni dove a colmare la cavea del Teatro Antico e lo spazio tra le colonne del Tempio, ospitando artisti della levatura di Lina Sastri, Danilo Capezzani, Giuseppe e Micol Pambieri, Noa, Frida Bollani, Vincenzo Pirrotta, Mimmo Cuticchio e molti altri eccellenti attori, musicisti e cantanti, coreografi e danzatori.

Photo Credit © Giuseppe Di Salvo

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