R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Il suono del contrabbasso di John Williamson, complice forse un missaggio che lo mette maggiormente in evidenza, risalta quasi come fosse scolpito nella pietra. Potente, nodoso, cavernoso come un criptica vibrazione che provenga dal sottosuolo, lo strumento di Williamson è il traino ideale per questo dinamico quartetto britannico – più due preziosi ospiti – impegnato in un originale affresco post-moderno. Melodicamente sfacciato al punto giusto, con più di un legame con la tradizione del classico be-bop ma globalmente proiettato ai giorni nostri, l’album The Northern Sea rappresenta il lavoro di debutto di questo artista dello Yorkshire. L’opera, sebbene non sia immune da subitanee malinconie, si affaccia piuttosto spigolosa all’attenzione degli appassionati i quali vi potranno trovare comunque parecchi stimoli che si prestino a interpretazioni non convenzionali. Ad esempio, un suono scultoreo e pulsante, la precisa sensazione di una musica in perenne trasformazione ma con un progetto preciso, capace di non farsi ingabbiare in comuni e collaudati stilemi espressivi. Qualcosa di più lo racconta la scelta di proporre alcuni contrafact, tre per la precisione. Il contrafact nasce negli anni ’40 quando, sotto l’esigenza  di creare nuove melodie improvvisate, i musicisti che suonavano be-bop prendevano una partitura già nota, ne mantenevano intatta la sequenza degli accordi e vi stratificavano sopra linee melodiche completamente diverse. Questo anche per aggirare il copyright che protegge la successione delle singole note ma non la componente armonica.

In seguito il contrafact diventò una tecnica abituale, utilizzata da tutti o quasi i più famosi jazzisti come John Coltrane, Lennie Tristano, Thelonious Monk, Charlie Parker, Charlie Mingus e così via. Dice infatti lo stesso Williamson, “…Un bassista jazz non deve necessariamente scrivere musica originale…questo album è un omaggio agli amici e agli insegnanti che hanno mostrato interesse nell’ascoltare…ciò che ho scritto.” Dal punto di vista concettuale, quindi, questo approccio mantiene in sintonia la musica di Williamson con la tradizione jazz, ma lo sviluppo, l’evoluzione trasformativa di queste composizioni s’allontanano dal passato per imboccare strade più contemporanee, magari anche più scarnite ma con una scelta di costrutti melodico-armonici maggiormente ricercata. L’Autore, con esperienze vissute tra madrepatria e USA e attualmente di stanza a Londra, proviene dalla Royal Academy of Music della capitale inglese, avendo avuto tra i suoi mentori anche un pianista come Kit Downes, di cui Off Topic si è occupata più volte in passato – vedi qui, qui e anche qui. Nella musica di The Northern Sea, possiamo ascoltare varie influenze ma ciò che  colpisce di più sono le assonanze con Mingus e in misura minore qualche legame anche con Monk. Williamson è affiancato dal sax tenore di Alex Hitchcock – anch’egli già passato sotto la lente di Off Topic, vedi qui –  dal vibrafono di Johnny Mansfield e dalla batteria di Jay Davis. In aggiunta vi sono due ospiti, Alex Wilson al pianoforte e la voce di Immy Churchill. La copertina dell’album, un suggestivo art-work di Nico Taylor, sottolinea una veduta un po’ bigia di una marina nordica, più o meno come noi mediterranei ce la possiamo immaginare...

Contrafact 1 è stato ripreso sulla base di uno standard come I Should Care del 1944 – l’ultima versione che io ricordi è quella di Amy Winehouse del 2012 –  ma è inutile cercare relazioni analogiche col brano originale, almeno fino a quando non si esaurisce il robusto inizio a tre – contrabbasso, batteria e sax – e compare il vibrafono che porta con sé un leggero sapore tradizionale, quasi a controbilanciare l’essenziale preludio sopra accennato. A vibrafono silente, compare un lungo duetto tra sax e batteria, strumenti poi ripresi e coinvolti da tutto l’insieme. Grande ritmica, poderosi gli assoli di ciascun musicista, insomma un cominciamento coi fiocchi. Gozo, che è una delle isole dell’arcipelago maltese, è un pezzo di breve durata, in gran parte sulle spalle di Hitchcock, quasi interamente scritto e con una parte improvvisata limitata. Il vibrafono circonda il suono del sax con una ghirlanda di note sognanti, mentre la ritmica si mantiene attenta nel non soverchiare lo strumento solista. Intro to the Northern Sea è ancora più succinto del brano precedente e vede la presenza del piano di Wilson che suona una melodia semplice, infantile, una sorta di abbozzo sorretto da una batteria dall’aspetto marziale. Da questo assetto iniziale in forma triadica si scivola poi nella title-track vera e propria, The Northern Sea. Qui la melodia dell’introduzione viene ripresa e ri-elaborata con la partecipazione di tutti i musicisti. Però la gestione del momento iniziale viene affidata di nuovo al trio piano-batteria-contrabbasso, dove Wilson ribadisce tutta la sua evidente classe strumentale. Comincia così un serrato dialogo tra sax e vibrafono nel quale si aggiunge all’unisono anche la voce della Churchill. La linea melodica che risulta alfine, è piuttosto complessa, a testimonianza di una scrittura matura e consolidata. L’effetto finale rivela la granitica intelaiatura della componente ritmica ed un tono umorale complessivo che riluce di assoluta brillantezza. Nothing Grows in Concrete pare ispirata alla Sinfonia n.2 di Sibelius ed è un brano sommesso e lento in cui il vibrafono conduce lo sviluppo melodico, all’interno dell’abbraccio ritmico offerto da Williamson e Davis. L’atteggiamento dei musicisti è rigoroso, composto, organizzato in una forma che suona come rispettosa nei confronti del grande compositore finlandese. Contrafact 2 è invece costruito sulla falsariga armonica di I Can’t Believe That You’re in Love With Me, uno standard del 1926. Fin da subito nell’estrema focalizzazione ritmica di Williamson e Davis – quest’ultimo pare quasi calarsi nei panni di Art Blackey –  comprendiamo di venire coinvolti nel brano più marcatamente be-bop di tutto l’album. Il vibrafono prima e il sax poi s’impegnano a disegnare la tortuosa aria che ci riporta ai tempi di Charlie Parker, procedendo inizialmente entrambi all’unisono, per poi distaccarsi l’uno dall’altro e seguire ciascuno il proprio sviluppo. Nel finale ritorna la simultaneità tra i due strumenti e rimbomba nelle orecchie il muscolare sostegno del contrabbasso.

Get Out While it’s Light sembra inizialmente giocare a favore della ballad d’ispirazione mingusiana, con un tono scuro e conturbato che via via si modifica incrementando i toni drammatici e la componente ritmica soprattutto per mezzo di Davis alla batteria. Il sax insegue una linea melodica affascinante, lavorandola intimamente con partecipata ispirazione. Una sorta di alone-ombra attorno al tenore viene strutturata dal vibrafono lasciato da solo nel breve momento in cui Hitchcock allenta la presa. Ma sarà lo stesso sax a tornare protagonista nella parte finale, sotto un progressivo incremento dinamico promosso soprattutto dell’attività del batterista. Contrafact 3 si muove sul canovaccio di un ennesimo, stagionato standard, Without a Song, brano del 1929. In questo caso se la vede il trio sax-batteria-contrabbasso in un’organizzazione che più libera non si potrebbe. Infatti il modellamento armonico su cui questo contrafact dovrebbe melodizzare…non c’è, in quanto in questa struttura a trio manca sia il piano che il vibrafono che avrebbero avuto il compito di sequenziare gli accordi. Anche in questo caso le origini – ascoltate il marcato walkin’ bass di Williamson e le continue invenzioni a fraseggio circolare del sax – si rifanno all’hard be-bop e bisogna dire che l’esecuzione è fantastica, avvincente nei suoi stacchi e vitalisticamente propulsiva, con una batteria addirittura strabordante. Other People’s Dreams è probabilmente la composizione più intrigante dell’album che parte con qualche nota oscura di contrabbasso in solitudine. Entra il vibrafono ad aggiungere sfumature di colori crepuscolari ma è il sax che crea una melodia dal sapore shorteriano, dentro cui Williamson fa guizzare il contrabbasso con un lungo, turgido assolo. Anche in questo caso, come non apprezzare gli interventi di Davis, con i suoi numerosi stacchi, le imbucate, i cambi di sonorità dovuti al passaggio dalle spazzole iniziali alle bacchette della seconda parte del brano. La traccia così ottenuta si tuffa a tratti nell’avanguardia ma a dire il vero procede per una strada tutta sua che la rende luminosamente autonoma e personalizzata. 2700 Q Street Northwest fa tornare alla mente, attraverso il ferroviario accompagnamento di Davis, quel famoso Last Train Home di Par Metheny, se non fosse per la candida voce della Churchill che aleggia sul brano. La segue il vibrafono, sostenuto anche dal piano che riempie gli spazi con passaggi quasi pop. In effetti il paragone con il chitarrista americano sussiste in parte anche nello svolgersi stesso del tema disorientando un po’ l’ascolto, nonostante un assolo vibrante e austero di contrabbasso nel finale. L’ultimo brano dell’album è la ripresa di Gozo, in una versione a due circoscritta al vibrafono e a Williamson che risulta così più intima e raccolta.

In questi ultimi anni il jazz inglese sta conoscendo un momento di gloria, direi quasi risonante come quello proveniente dai paesi scandinavi. Se vi va di scorrere Off Topic all’indietro potreste trovare recensioni su molti jazzisti britannici, a cominciare dal già citato Kit Downes, passando per il sassofonista presente in questo album Alex Hitchcock, toccando le note flautate di Jasmine Myra, il sax di Emma Rawicz e di Shabaka Hutchings, il piano di Alexander Hawkins e così via. Questi musicisti forse non così immediatamente coinvolgenti come gli scandinavi ma sono sicuramente poco convenzionali e nonostante le loro radici classiche affondino nel be-bop, si avverte in tutti loro una forte tensione centrifuga nel cercare un’individuale attitudine musicale, ciascuno ovviamente secondo la propria specifica indole. Non è certo da meno Williamson, con le sue eclettiche partiture e i suoi contrafact completamente da reinventare di volta in volta che ci regala infine un lavoro intenso e caratterizzato da potenti contrasti chiaroscurali.

Tracklist:
01. Contrafact 1 (4:32)

02. Gozo (2:02)
03. Intro to The Northern Sea (1:39)
04. The Northern Sea (4:18)
05. Nothing Grows In Concrete (2:03)
06. Contrafact 2 (3:15)
07. Get Out While It’s Light (5:10)
08. Contrafact 3 (3:43)
09. Other People’s Dreams (4:35)
10. 2700 Q Street Northwest (6:23)
11. Gozo (Duo) (1:38)

 

 

 


 

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